Rompere il meccanismo, distruggere il Moloch

Riceviamo e diffondiamo questo vibrante contributo, inviato dal nostro compagno Rupert per il corteo dello scorso 2 marzo a Trento. e letto in strada in quell’occasione. Ancora in carcere al momento della sua stesura, Rupert nei giorni scorsi è stato trasferito agli arresti domiciliari.

Qui il testo in pdf: Contributo corteo 2 marzo def

Contributo per il corteo del 2 marzo a Trento

Dal luogo in cui mi ritrovo a guardare il mondo non è sempre facile esprimersi con le parole più adatte. Vorrei però provarci, perché la lotta di chi si batte contro il massacro perpetrato dallo Stato di Israele e dai suoi complici è anche la mia lotta.

Purtroppo, nel mio caso ciò che si sostituisce al rapporto con la realtà è perlopiù una disgustosa propaganda televisiva divenuta in tutto e per tutto propaganda di guerra. Ma sta anche qui il punto. Se in guerra la prima vittima è la verità, l’ossessivo tentativo di vanificarla ne fa emergere una in particolare: il fatto che tutte le democrazie occidentali, difendendo con la faccia ferrata d’orgoglio e le spade sguainate il Sistema-Israele, non stanno difendendo solo i propri interessi capitalistici-coloniali, ma l’idea sessa dello Stato. Un esempio, tanto strumentale quanto strategico, ne è il nocciolo: è tutto fuorché un errore di comprensione – e non solo una tattica per la rappresaglia – far coincidere la volontà di distruggere lo Stato di Israele con quella di eliminare “gli ebrei” in quanto tali. Il primo è un obiettivo preciso, un obiettivo di liberazione. Il secondo è un obiettivo indiscriminato, un obiettivo di dominio. Possono sembrare banalità ma capire questo meccanismo è importante poiché, di riflesso, rappresenta la versione israeliana di far corrispondere gli abitanti di un territorio con lo Stato che li domina. Dietro questa rappresentazione del mondo c’è l’inevitabilità dello Stato. All’opposto la rivolta, che può diventare ipotesi insurrezionale, può rompere il meccanismo. Senza quella distinzione non solo non si comprende nulla della resistenza palestinese, ma si legittima, volontariamente o meno, il massacro.

Che lo Stato sionista sia il prodotto dell’ipocrisia religiosa e della potenza tecnica nell’insieme è evidente al mondo. Quando il Potere utilizza un riferimento biblico – nello specifico Masada – come nome in codice per l’opzione nucleare si capisce cosa abbiamo di fronte.

Un Moloch religioso tecnicamente equipaggiato da cui lo Jihadismo, se proprio lo si vuole tirare in ballo, ha solo da imparare.

Come non è certo una novità che uno Stato sia tutto e ben peggio di ciò che dichiara di combattere, ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non ha bisogno di analisi così approfondite, basta sfogliare i rapporti ufficiali dell’esercito israeliano per capire il piano di eliminazione programmata iniziato negli anni ’40.

La novità – e quello che fa tanto paura alle intoccabili democrazie – è che molti oggi stanno capendo che fin dalla sua nascita – avvenuta a suon di massacri, incendi di interi villaggi e politiche di rapina dei territori – lo Stato di Israele e i suoi coloni hanno goduto dell’appoggio di tutto il fronte occidentale. Di più: che dalla ricerca nelle Università alla produzione di nuove armi, dalle strategie di sorveglianza sociale alle tecnologie repressive esso è parte integrante delle tecnocrazie di casa nostra. La città stessa di cui calpestiamo le strade, mentre seguiamo un corso innocuo della Facoltà o osserviamo con curiosità una telecamera a riconoscimento facciale, è complice fino al midollo del massacro in corso. E lo siamo anche noi nella misura in cui lo accettiamo col silenzio. Per questo la prigione a cielo aperto di Gaza è anche un laboratorio per l’intero pianeta che abitiamo. Di fronte ad un massacro che non può essere nascosto Israele è solo la cattiva coscienza della tecnocrazia.

Siamo in guerra. Ed anche qui, seppur in maniera incomparabile con ciò che accade laggiù, si abbatte l’espressione del fronte interno di questa guerra. Tra pochi giorni diversi compagni e compagne potrebbero finire dietro le sbarre per essersi battuti al Brennero contro un mondo di frontiere. E nulla oggi esprime più chiaramente cosa sia una frontiera di come lo fanno il sistema di sorveglianza, i muri elettronici, i droni, la militarizzazione permanente, i check-point che incarcerano e massacrano gli oppressi palestinesi.

Io, seppur distante, non posso dire altro che il mio cuore è con i miei compagni e le mie compagne, orgoglioso di aver preso parte a quella giornata, orgoglioso di averli avuti al mio fianco.

Sono loro ad avermi insegnato che ci sono momenti delle nostre vite e della storia umana in cui non basta più aprire gli occhi, e la realtà richiede di capire profondamente per che cosa ci batte il cuore. Il resto sono chiacchiere. Quale misura devono superare il controllo totale della vita e la soppressione sistematica per essere definiti genocidio è determinante solo per chi cerca alibi e per quei tribunali che non rappresenteranno mai la giustizia degli oppressi. Non lo hanno fatto a Norimberga e non lo faranno per Gaza.

La vita è altrove. Questo ci insegnano anzitutto la straordinaria resistenza palestinese e il movimento internazionale di solidarietà. Ciò che disse un’operaia filippina sul finire del secolo scorso è ciò che direbbe oggi una qualunque palestinese: «Non abbiamo bisogno delle vostre lacrime, abbiamo bisogno della vostra rabbia». Non serve aggiungere molto.

L’alternativa non è tra la “soluzione dei due Stati” o il dominio incondizionato di Israele, ma tra lo Stato e la vita, tra la tecnocrazia e la libertà. Forse non basta “restare umani”, forse dobbiamo esserlo nella sua dimensione più radicale. L’organizzazione sociale che ci soffoca va abbattuta insieme con la sua impalcatura tecnologica e le sue avanguardie. Le alternative non ci sono.

Che ci diano una sola buona ragione per non pensarlo.

A chi diserta il fronte di guerra.

A chi attacca il Sistema-Israele e le sue ramificazioni.

A chi si batte per rompere con i ruoli sociali che ci vogliono trasformare in macchine dell’accettazione:

Che il tempo della sottomissione si fermi.

Rupert

25 febbraio 2024

Carcere di Trento