Le collaborazioni made in Italy con il genocidio

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Un rapporto indaga il legame tra le imprese italiane e il comparto militare di Israele

Il dossier “Made in Italy, delivered to Israel” curato da una rete di organizzazioni esamina le esportazioni di materiali d’armamento, dual use e carburanti prodotti in Italia verso Tel Aviv tra l’ottobre 2023 e la fine del 2025. Inclusi strumenti elettronici e per la sorveglianza. Censiti oltre 430 invii ma è solo la punta dell’iceberg. Quali sono le aziende coinvolte e come (non) ha risposto l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento alle nostre domande

Una fitta rete di rapporti commerciali lega piccole e medie imprese italiane al comparto militare israeliano, soprattutto nel settore della cybersecurity e della sorveglianza. È uno degli aspetti che emerge dal rapporto “Made in Italy, delivered to Israel” di marzo 2026 curato da Palestinian youth movement, Giovani palestinesi d’Italia, People embargo for Palestine, Weapon watch, European legal support center. Nel report sono stati ricostruiti oltre 430 invii di armamenti, beni dual use e carburanti “Made in Italy” diretti al settore militare israeliano dall’ottobre 2023 alla fine del 2025. Il tutto grazie alla visione di alcuni registri di carico che sono soltanto la punta dell’iceberg. Strumenti e componenti sono transitati da porti e aeroporti (in particolare dai porti di Ravenna, Venezia, Genova, e dagli aeroporti di Fiumicino e Malpensa), senza essere bloccati né sottoposti ad ispezione, nonostante la destinazione militare.

Dopo la pubblicazione del dossier, Altreconomia ha contattato le aziende citate e l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) presso il ministero degli Esteri. Uama non ha esplicitato nei dettagli le autorizzazioni concesse alle aziende ma ha ribadito che “nessuna azienda ha ottenuto nuove autorizzazioni per esportazioni di armamenti verso Israele dall’ottobre 2023”. Ciò che era stato autorizzato in precedenza però non è stato fermato, “in mancanza di un embargo o di una misura restrittiva unionale” (come quelle adottate per la Russia, ndr).

La maggior parte delle aziende citate nel dossier (22 su 29 secondo i dati di Weapon watch) non sono iscritte al Registro nazionale delle imprese (Rni). Tra quelle che invece risultano iscritte troviamo Leonardo (con oltre 150 trasferimenti di armi e componenti a Israele), Telespazio, Elettronica, Eligio Re Fraschini, Glenair, Secondo Mona, Almaviva. Il resto delle aziende non è soggetto ai controlli previsti ai sensi della legge 185/90 e non può esportare armi ma può vendere prodotti dual use (a uso civile e militare).

“Per quanto riguarda il materiale duale -spiega ad Altreconomia l’ufficio Uama- le istanze di autorizzazione sono state valutate caso per caso in aderenza alla vigente normativa unionale e nazionale e comunque nell’ottica di non consentire esportazioni che, sulla base della natura tecnica dei beni, degli usi finali dichiarati e del settore di attività degli utilizzatori finali, potessero far presagire un qualsivoglia sostegno o un rafforzamento delle capacità militari offensive delle Forze amate israeliane. Se un’azienda vuole esportare beni ‘listati’ cioè elencati nell’Allegato I del Regolamento dual use Ue 2021/821, a prescindere dalla destinazione d’uso (militare o civile) deve inoltrare richiesta a questo ufficio tramite il portale digitale ‘eLicensing’ che poi valuta. In alcuni casi, in presenza di informazioni, provenienti da altri soggetti istituzionali o dalle aziende esportatrici stesse, che adombravano il possibile utilizzo di beni duali non listati a scopi militari offensivi, Uama ha provveduto a sottoporre a obbligo autorizzativo anche esportazioni verso Israele di tali beni, attraverso lo strumento della clausola onnicomprensiva mirata (la cosiddetta Clausola ‘catch all’)”.

Secondo il Regolamento europeo, la clausola “catch all” si applica nei casi di beni “non listati” destinati a usi e applicazioni militari in Paesi sottoposti a embargo e non (art 4.2; art 8.2), ad attrezzature per sorveglianza informatica con probabili usi repressivi (art 5,2), ad armi nucleari, chimiche o biologiche (art 6,2). Le pene per le aziende che non comunicano il “sospetto” di uso militare sono significative: fino a sei anni e una multa da 250mila euro in su. È però evidente un limite: tutta questa procedura funziona solo se l’azienda opera con due diligence e “denuncia” la sua esportazione come “sospetta”, con il rischio di vedersi negata l’esportazione e perdere un cliente. Senza efficaci e capillari controlli da parte delle dogane questa procedura resta lettera morta.

Che molte aziende abbiano ignorato la procedura è evidente anche a Uama, tanto che pochi giorni dopo l’uscita del report e dopo la nostra richiesta di chiarimenti, il 2 aprile 2026 l’ufficio del ministero degli Affari esteri ha emanato un “comunicato tecnico” destinato a tutti gli “operatori economici” per ribadire la procedura: “Si ricorda l’obbligo di informare senza indugio questa Autorità laddove sussistano motivi per sospettare che prodotti a duplice uso o prodotti di sorveglianza informatica non listati possono essere destinati, in tutto o in parte, a usi militari. Alla luce di tale obbligo, si ricorda agli operatori che -qualora ravvisino profili di rischio- dovranno sollecitamente trasmettere a questa Autorità un’informativa completa di tutti i relativi elementi, con riferimento alla natura dell’operazione, al prodotto interessato e ai partner commerciali (destinatari e utilizzatori finali). Sulla base di tali elementi, questa Autorità avvierà la procedura e comunicherà immediatamente all’operatore se l’esportazione in oggetto è subordinata a procedimento di autorizzazione”.

A differenza degli armamenti, sulle esportazioni e sulle importazioni dei beni duali non c’è alcuna trasparenza, non vengono riportate nelle relazioni ministeriali redatte ogni anno ai sensi della legge 185/90 e non ci sono registri pubblici che ne tengano traccia. Non sappiamo, quindi, se le aziende citate nel dossier abbiano richiesto e ottenuto le autorizzazioni. Alle nostre domande solo tre aziende hanno risposto: Snap on Tools, Fireco e Glenair.

Snap on Tools, azienda di Cinisello Balsamo (MI), fornisce utensili per la manutenzione al settore civile e militare, e ha vari appalti anche con il ministero della Difesa italiano. L’azienda ci ha confermato di aver inviato “carrelli porta attrezzi corredati di attrezzi” alla Elbit system, una delle più grandi aziende israeliane di armamenti, che fornisce l’esercito israeliano nei settori più vari: aerospaziale, terrestre, navale, cyber, intelligence (Istar) e guerra elettronica. I suoi ricavi sono in continua crescita, arrivando a 7,94 miliardi di dollari nel 2025. Snap on Tools però sottolinea che “i carrelli porta attrezzi e gli utensili esportati non sono considerati materiali di armamento”.

La Fireco, azienda di Gussago, nel bresciano, specializzata in colonne telescopiche (tubi in alluminio che si estendono verso l’alto), secondo il dossier avrebbe effettuato un invio di materiale non meglio precisato alla Elbit systems, divisione intelligence e sorveglianza (Elisra). Interpellata da Altreconomia, l’azienda non ha negato l’invio ma ha sottolineato l’assoluta correttezza dell’operazione, che si è svolta nel “pieno rispetto delle procedure autorizzative”.

Inoltre, ha precisato di “non essere a conoscenza della destinazione d’uso del prodotto” e ha ribadito “la totale estraneità rispetto a qualunque contesto o impiego bellico dei propri prodotti e si dissocia da ogni forma di conflitto armato”. Eppure, una brochure ufficiale con logo Fireco, fino a metà aprile online, pubblicizzava “un’ampia gamma di alberi telescopici per applicazioni militari: antenne elevabili, radar mobili, dispositivi di monitoraggio, sistemi di sorveglianza e apparecchiature videosorveglianza”. In questa brochure, il cui link è stato cancellato pochi giorni dopo la nostra richiesta di spiegazioni, l’utilizzo militare è ben evidente e si specifica anche la destinazione dei sistemi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Polonia, Russia, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e proprio Israele. Nel sito della succursale francese del gruppo Fireco, una brochure simile è ancora online, e mostra l’utilizzo militare degli alberi telescopici. L’azienda ha avvisato Altreconomia che “eventuali associazioni indebite della nostra azienda a contesti di esportazione di materiale bellico saranno oggetto di opportune valutazioni”.

Altra società citata nel dossier è la Glenair Italia Spa, succursale della omonima multinazionale statunitense con sede a Granarolo Emilia (BO). Iscritta al Registro nazionale delle imprese che esportano armi secondo le relazioni ministeriali degli ultimi anni ha inviato varie spedizioni di connettori elettrici per missili e altri strumenti bellici a vari Paesi nel mondo. Secondo il dossier, da Granarolo Emilia sarebbero partite varie spedizioni di “connettori elettrici” verso Elbit systems land Ltd, e verso Elbit cyclone dal novembre 2023 al luglio 2025. L’azienda, contattata da Altreconomia riconosce di aver effettuato spedizioni verso Israele, sottolineando però che “sono state tutte fatte seguendo le normative e gli accordi imposti dal nostro governo”. Visionando le relazioni ministeriali degli anni passati figurano pagamenti da vari Paesi (Germania, Brasile, Regno Unito, Repubblica Ceca, Grecia, Svezia) ma mai da Israele. Resta quindi da capire se queste esportazioni verso Elbit siano state autorizzate da Uama prima dell’ottobre 2023 o abbiano seguito la via degli accordi bilaterali tra Italia e Israele che non fanno rilevare le forniture nelle relazioni ministeriali. Glenair ha aperto una succursale anche in Israele, che fornisce cablaggi, connettori di grado militare e dispositivi per intelligence e spionaggio all’esercito israeliano.

TS2 Engineering Srl, azienda di elettronica di Orvieto (TR), secondo il dossier avrebbe inviato circuiti elettronici e amplificatori di potenza alla Elbit system-Elisra. Il gruppo umbro non fa mistero dello stretto e continuativo rapporto con partner israeliani. Nel loro sito compaiono i loghi di Elbit, Tel Aviv University, Soreq nuclear research center (centro di studi nucleari situato vicino a Yavne), IsraTek (produce componenti elettroniche per usi militari), Liat electronics Ltd, (specializzata in apparecchiature elettroniche militari e fornitore di di Rafael, Elbit e Iai). Tra i partner elencati c’è anche l’indiana Alpha design technologies limited (gruppo Adani), che ha costituito joint venture con Elbit e l’italiana Support logistic service che secondo le relazioni ministeriali ha importato tecnologia militare da Israele. Contattata da Altreconomia, l’azienda non ha commentato.

Altra azienda di cybersecurity citata nel dossier è Tattile Srl di Mairano (BS), specializzata nel riconoscimento automatico delle targhe e nella gestione intelligente del traffico. Avrebbe inviato dal giugno 2024 al settembre 2025 strumenti di misurazione ottica, tra cui luci infrarossi, alla Magalcom Ltd, in Israele, che a sua volta fornisce servizi di sicurezza, sistemi di protezione perimetrale e sorveglianza al sistema penitenziario e all’esercito israeliano. Dal 2022 Tattile ha inoltre stretto una partnership tecnologica con Hailo, altra azienda israeliana leader nello sviluppo di chip per l’intelligenza artificiale. I processori israeliani AI Hailo vengono usati nelle telecamere Tattile “per potenziare la nuova generazione di telecamere intelligenti” delle “smart cities” in Italia. In Israele però i chip di Hailo vengono usati nelle telecamere per la difesa dei “perimetri”, dei confini e dei muri, e implementati da Elbit Systems nei droni di sorveglianza, inseguimento e targeting, con software di riconoscimento facciale e biometrico. Interpellata più volte, non ha risposto.

Anche la Cyberdife di Roma, azienda che produce sistemi di comunicazione avanzata e vende droni per la sorveglianza, secondo il dossier avrebbe spedito “antenne” e “unità radio” con software “Enforce air 2” alla D-Fend Solutions, azienda israeliana fornitore dell’esercito israeliano. Neppure questa azienda ha risposto alle nostre domande, né ha spiegato come ha ottenuto le autorizzazioni all’export del dual use.

“È sempre più evidente che è necessario un embargo totale, che si estenda anche a tutti i prodotti dual use e all’import”, spiega Giovanni Fassina, direttore di European legal support Ccnter, organizzazione di giuristi e avvocati indipendenti con sede ad Amsterdam che sostiene legalmente il movimento di solidarietà con la Palestina in Europa. “Vanno cancellate tutte le autorizzazioni di esportazione già avviate e gli accordi di assistenza tecnica attivi. Inoltre, va imposto lo stop al rifornimento di greggio e l’istituzione di un controllo trasparente sul transito”.