Guerra e repressione (dal convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio)
Riprendiamo da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/05/08/guerra-e-repressione/. Si tratta dell’intervento conclusivo del convegno “Sabotiamo la guerra e la repressione” tenutosi a Viterbo lo scorso 8 febbraio.
Qui in pdf: VITERBO-Guerra-e-repressione-PER-PUBBLICAZIONE
Guerra e repressione
Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio 2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione.
Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno. Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre capacità di intervento.
La fine del mondo unipolare
Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione della nostra assemblea: la guerra.
Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare, tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹
Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni, dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine, nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia statunitense.
L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari.
Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”.
Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi, del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del pianeta.
Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello militare a quello etico.
Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra agli oppressori.
Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro), per arrivare fino a quello della forza militare.
Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova potenza globale.
La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza (America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale).
La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale, in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra fornisce al massimo un’interpretazione.
Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale, quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica, ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi strutturali e profondi.
Alcune caratteristiche della guerra contemporanea
Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni seguenti siano stati un periodo di pace.
A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo», che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo, impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti dell’industria e della classe militare.
Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze, risorse e capacità tecnologiche.³
Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di dottrina la guerra non è stata più vista dagli occidentali come un fenomeno che ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a comprendere quale tragedia sia la guerra .
Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari contro cui si rivolge l’occidente sono vere e proprie potenze militari quali Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica.
Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla riproposizione di strategie del passato.
Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina, ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio,
l’impiego di grandi masse di soldati, il grande consumo di materiali che servono in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi, avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea.
Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente (che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire l’eliminazione di un popolo).
Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora pronti per alimentare quella distopica società del controllo totale che è un incubo per tutti gli sfruttati ed un sogno per i capitalisti.
La guerra ibrida
Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni: ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del sistema dominante.
Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi. Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso, ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra ibrida.⁵
I fronti della repressione
Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione della libertà di espressione.
Mondo del lavoro
Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a questioni di necessità che di opportunità.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione, se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo di base ne è testimonianza.
La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale (pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità, necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la tenuta.
La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe essere notevolmente aggravato.
Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra. Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia, come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente specializzato, selezionato e fidelizzato.
Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi. Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice, qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono per uccidere i loro fratelli.
Esclusione sociale
«Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città.
Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele, ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una colonia penale extraterritoriale.
Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la funzione di esercito industriale di riserva.
Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati a livello di massa.
Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in quanto detenuti.
L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela, dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo.
Società del controllo
La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del controllo che rappresenta un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli sfruttati. La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente una costante della nostra quotidianità.
Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre (ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo.
Repressione politica
Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa» nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di “antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta.
In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci. Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica.
Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse».
La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic terrorism». Gli Stati capitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte.
Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis, l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che contengono sempre elementi di repressione politica.
Censura
Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura.
Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi si mobilita contro il genocidio in Palestina.
Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente falsificata.
La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali, apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare statunitense).
Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal panorama della comunicazione ufficiale.
Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello dell’operazione Sibilla.⁶
Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione leggi specifiche.
Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta di introduzione del DDL “antisemitismo”.
Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi. ⁷
Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale 41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di partecipazione al dibattito politico.
Conclusioni
A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste conclusioni.
La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo proporzionale.
La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati, non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della repressione è la controinsurrezione.
Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo né l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il movimento di classe può crescere e rafforzarsi.
Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista.
Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del mondo.
Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose.
Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base per il lavoro da fare.
Viterbo, 8 febbraio 2026
NOTE
¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf
²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992)
³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo (1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della «balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo (2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti. L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani.
⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream); omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi (gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia), inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO, molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il conflitto sociale interno agli Stati avversari.
⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/
⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/
⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/
