Quando si parla di lockdown energetico…

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Coloro che pensavano che «confinamento», coprifuoco e lasciapassare fossero misure eccezionali dettate da ragioni sanitarie, saranno ben presto costretti ad ammettere che chi ne ha denunciato fin da subito la natura di sperimentazione tecno-militare non si era certo bevuto il cervello.

Da qualche settimana si annuncia un «lockdown energetico». A scanso di equivoci, il commissario europeo all’energia, Jorgensen, ha dichiarato: «Anche se la pace arrivasse domani, in un futuro prevedibile non torneremo alla normalità».

Di fronte a un virus, il concetto di «confinamento» aveva almeno un’apparenza logica. Nel caso di penuria di risorse energetiche, si può al limite parlare di «razionamento», di «riduzione del consumo», di «austerità»: l’essere fisicamente separati dagli altri non impatta di per sé in alcun modo sul problema. Dieci persone che vanno in bicicletta a coltivare i campi o ad insegnare in una scuola non digitalizzata consumano meno di una sola persona chiusa in casa a consultare CHAT GPT (come è ormai piuttosto noto, un datacenter di medie dimensioni consuma tanta energia quanta una città di trentamila abitanti). È allora evidente che associare «lockdown» e «crisi energetica» fa parte di un metodo di governo: più precisamente, un metodo in cui arruolamento delle retrovie sociali e incarcerazione tecnologica dell’umanità si intrecciano sempre di più.

Se già si parla di incentivare il tele-lavoro; se già si ipotizza il ritorno della «didattica a distanza» e la riduzione della circolazione, non si può affatto escludere che per misurare le razioni di carburante e assicurarne la fornitura ai «lavoratori essenziali» (tra i quali sono stati già inseriti, per impedirne gli scioperi, gli operai della logistica…) vengano introdotti appositi strumenti di controllo. Un’applicazione, una tessera con QR code con cui dimostrare che si ha «diritto» alla tal quantità di carburante. Un ulteriore passo avanti verso quella società dei varchi elettronici in costruzione, basata sull’accesso differenziato e sorvegliato a determinati spazi e servizi.

Se la paura del virus ha giocato un ruolo fondamentale nell’accettazione della ginnastica di obbedienza imposta durante il Covid, in questo caso per governi e tecnocrati sarà senz’altro più difficile confinare menti e corpi. Impossibile presentare la «crisi energetica» come una tragica fatalità, vista l’evidenza della sua causa: l’aggressione israelo-statunitense all’Iran e al Libano; e palesemente insensato pretendere che gli umani stiano separati dai loro simili. Ma la sopravvivenza economica rende spesso preferibile la strada in discesa dell’accettazione che quella in salita della solidarietà e della rivolta.

Per questo è urgente preparare discorsi e azioni. Non serve farla tanto lunga.

Pretendere la gratuità dei trasporti pubblici, affiancando al sabotaggio di macchine obliteratrici e lettori QR code discorsi contro la guerra, la sua economia, la sua logistica, la sua ricerca: l’energia andrebbe tolta innanzitutto a ciò che produce la guerra e il controllo di chi vi si oppone. Bloccare strade, ferrovie, rotatorie, trasformando i blocchi in spazi di vita, di confronto e di autorganizzazione (come felicemente intuito dai Gilet gialli). Dal momento che la normalità capitalistica resta il principale ostacolo alla lotta, è necessario scordarsi, a fine manifestazione, le rotaie verso casa. Quello che non sempre si riesce a fare in tanti, si può fare anche in pochi. E intanto porre la questione più generale: energia per produrre e consumare cosa? Per quale società? Per quale vita?

Non facciamoci spaventare dai deliri di onnipotenza dei nostri nemici. Governare questo mondo è ormai più complicato che sovvertirlo.