Da Portella della Ginestra ad Amendolara, il filo nero della repubblica “fondata sul lavoro”
Riprendiamo e rilanciamo da https://pungolorosso.com/2026/06/03/da-portella-della-ginestra-ad-amendolara-il-filo-nero-della-repubblica-fondata-sul-lavoro/ questo ottimo articolo sull’orribile strage di Amendolara. Nella pagina originale del Pungolo rosso si trovano anche due consigli di lettura sulla questione del razzismo di Stato.
Da Portella della Ginestra ad Amendolara, il filo nero della repubblica “fondata sul lavoro”
La strage di braccianti afghani e pakistani di Amendolara è stata il solo momento di verità di un 2 giugno sommerso dall’ipocrisia di regime degli oligarchi convocati al Quirinale, con un codazzo di giullari, e dalla retorica “pacifista” dei bellicisti organizzatori della sfilata ai Fori imperiali – produttore, regista e primattore l’inamovibile d.c. Mattarella.
Per spontanea associazione di idee, ci è tornata alla mente la strage di Portella della Ginestra, 1° maggio 1947.
Erano passati solo pochi mesi dal referendum su repubblica o monarchia, addirittura pochi giorni dalla vittoria alle prime elezioni regionali del Blocco del popolo (PCI-PSI). Nella contrada di Piana degli Albanesi qualche centinaio di contadini poveri e braccianti festeggiavano con le famiglie e i loro dirigenti sindacali. Si ballava tra le bandiere rosse. La festa fu spezzata dalle raffiche sparate dalla banda di Salvatore Giuliano: 11 assassinati (tre di loro sotto i 15 anni), più di 50 feriti.
Una strage di stato (sicuro il coinvolgimento dei servizi segreti). Bisognava stroncare sul nascere, nel sangue, la speranza di un’Italia democratico-repubblicana radicalmente differente da quella monarchico-fascista, nutrita da quei contadini senza terra e braccianti.
Servizi segreti-agrari-mafia e, sullo sfondo anche gli Stati Uniti, collegati in un’azione esemplare per stroncare quella speranza per sempre, caso mai non fosse stata sufficiente la vile amnistia pochi mesi prima concessa alla quasi totalità dei gerarchi e criminali fascisti dal ministro della giustizia “comunista” Palmiro Togliatti. Quella amnistia, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 23 giugno 1946, fu il primo atto politico identificativo della democrazia post-fascista. Era necessario, sostenne Togliatti, “un rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale”.
E dunque, scarcerazione di massa dei fascisti, servi prezzolati delle classi sfruttatrici. Di lì a poco, il Primo Maggio successivo, a Portella della Ginestra “anche le pietre bevvero sangue”… sangue di sfruttati.
Ottant’anni dopo, si festeggia l’anniversario della repubblica con la strage di Amendolara.
Non c’è bisogno di pensare ai servizi segreti come diretti mandanti. Ma sta di fatto che in questo nuovo crimine ci sono di mezzo ancora una volta la grande proprietà terriera e la mafia: quella piccola di importazione (pakistana) che forse pagherà qualcosa, e quella grande (la ‘ndrangheta) che non pagherà nulla, perché è al servizio delle grandi società che controllano la grande distribuzione e la produzione alimentare. Sono loro a fissare il prezzo dei prodotti alla fonte (si tratti di pomodori, fragole, agrumi, ortaggi), e questo prezzo è tale – in genere – che non consente se non salari da fame, vita in baracche o (come nel caso degli assassinati) in dormitori da dieci in due stanze, orari di lavoro e carichi di fatica fisica da antica schiavitù.
E lo stato dov’è? Dalla stessa parte del Primo Maggio 1947.
Infatti, era tutto noto a tutti: carabinieri, polizia, magistrati, sindaci, regione, parlamento, governo, vertici dello stato. Lo ammette “la Repubblica” di oggi:
“La strage di Amendolara era già scritta nelle inchieste delle procure di Castrovillari, Matera e Potenza. Nelle relazioni delle forze dell’ordine. Nei dossier dei sindacati. Da anni tutti raccontano la stessa storia: quella di un nuovo caporalato pachistano e indiano radicato tra la Sibaritide, il Metapontino e la Puglia. Un caporalato che parla urdu e punjabi, ma che in realtà resta profondamente italiano, perché italiani sono quelli che guadagnano dagli schiavi”.
Proprietari terrieri, imprese della commercializzazione, dei trasporti, le grandi bande mafiose, le banche (la vera Cupola) dove finiscono i proventi dello schiavismo, etc. Nelle parole, per una volta semplici e veritiere, del segretario regionale della Cgil: “Gli schiavi lavorano, i caporali controllano, i padroni guadagnano”. La stima è questa: “il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale circa 4,8 miliardi di euro l’anno”, fondato sull’”asse di ferro tra ‘ndrangheta e caporali: chi si ribella qui, muore”. Altre stime meno restrittive (Eurispes, ad es.) arrivano a 25,2 miliardi di euro – se fosse quest’ultima la stima giusta, sarebbero moltiplicate le ragioni di morte.
E’ tutto noto a tutti: l’Istat certifica 117.000 lavoratori in nero nella Calabria, in larga misura in agricoltura. In Italia sono almeno 200.000 i braccianti costretti a lavorare nei campi in condizioni brutali, anche attraverso il ricatto del permesso di soggiorno. Ma non è necessariamente diversa la sorte per quelli che il permesso di soggiorno ce l’hanno, come i 4 bruciati vivi ad Amendolara.
80 anni dopo la Repubblica democratica del capitale “fondata sul lavoro” è sempre quella di Portella della Ginestra.
Poco importa se oggi i suoi picciotti sono scuri di pelle e vengono da fuori (come gli ascari dell’esercito monarchico-fascista) – essa resta fondata, come ieri, sullo spietato sfruttamento del lavoro, in particolare del lavoro dei proletari immigrati.
E la famosa legge 199 del 2016 contro il caporalato che punisce i caporali con la reclusione da 1 a 6 anni, prevede la confisca dei beni dei condannati e la responsabilità della aziende committenti? Perfino il trombone Saviano riconosce: “è sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura. Per scelta“.
Per scelta delle istituzioni della Repubblica democratica, coerente con la propria natura di classe: da Portella della Ginestra ad Amendolara, proprietà privata dei mezzi di produzione e profitto non si possono toccare.
Noi onoriamo per la loro ribellione a questo sistema di iper-sfruttamento protetto dallo stato i nostri fratelli di classe afghani e pakistani Fazal Amin Khogiamy (28 anni), Waseem Khan (29 anni), Safi Amjad (19 anni), Ismat Ullah Oiemi (19 anni) assassinati, e il loro compagno sopravvissuto Taj Mohammad (35 anni).
Ancora una volta sono loro, dei proletari immigrati, a dare un esempio di combattività. Il momento in cui anche i proletari italiani sapranno essere alla loro altezza, verranno tempi duri per le mafie, le multinazionali e la repubblica dei padroni e dei parassiti che si è auto-festeggiata ieri ai Fori imperiali e al Quirinale.
