Sull’orlo del baratro. Guerra totale alla Russia e formazione di un complesso scientifico-militare-industriale euro-ucraino

Avanti tutta… verso la guerra. Se uno scontro diretto con la Russia sarebbe semplicemente una catastrofe per l’Europa, è esattamente in questa direzione che stanno spingendo le élite europee e soprattutto tedesche. Le più intente, queste ultime, a ristrutturare la loro produzione industriale (in particolare il settore dell’automotive) in senso bellico per non essere travolte da una crisi economica sempre più incombente e minacciosa, e da una crisi politica che potrebbe davvero mandare tutti a casa. Per questo ci sembra il caso di proporre questa raccolta di contributi che – al di là delle posizioni politiche di chi ha scritto questo o quell’articolo – aiutano a fare il punto sulla situazione reale (tra crescenti provocazioni alla Russia, con attacchi «in profondità» che colpiscono sempre più spesso la popolazione civile, esercitazioni militari nelle stesse metropoli occidentali e rilancio della nuclearizzazione). Non si tratta di provare più o meno simpatia per “l’Orso russo” o per il Cremlino, né di abboccare alle fiabe sul “multipolarismo”, ma di ricordare la semplice verità enunciata in modo cristallino da Simone Weil: la guerra dello Stato, prima ancora che contro i propri rivali, è rivolta contro la propria stessa popolazione: già stretta, alle nostre latitudini, tra l’economia di guerra e la minaccia della trincea, e ormai in fondo al tritacarne sociale in Ucraina. De nobis fabula narratur.

Ucraina: come cambia il conflitto, tra droni, UE e rischio NATO

di Michele Manfrin

Il conflitto in Ucraina sta attraversando una fase di profonda mutazione tattica e geopolitica, in cui i primi, inediti segnali di apertura diplomatica si scontrano con una preoccupante escalation militare ed economica. Se da un lato il Cremlino accenna per la prima volta a un possibile dialogo diretto con la leadership di Kiev, forte di una posizione di vantaggio sul terreno, dall’altro la realtà sul campo racconta una storia di logoramento asimmetrico e espansione del conflitto. Tra la massiccia campagna ucraina di droni in territorio russo, la risposta missilistica di Mosca e la progressiva integrazione industriale tra l’Unione Europea e Kiev, i confini dello scontro si stanno allargando pericolosamente, portando l’ombra della guerra ai margini dello spazio NATO.

L’apertura di Putin a Zelensky

Il 9 maggio, durante il discorso tenuto in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Vittoria sul nazismo, Vladimir Putin ha dichiarato che la guerra in Ucraina è vicina alla sua conclusione. In seguito alla cerimonia, tenutasi in “versione ridotta” a causa della minaccia ucraina dei droni, per la prima volta dall’inizio delle operazioni militari su larga scala, il presidente russo ha rotto il tabù del riconoscimento dell’interlocutore, dichiarandosi disposto a intavolare un dialogo diretto con Volodymyr Zelensky. Putin ha però voluto specificare che questo dovrebbe avvenire una volta che le trattative siano ben avviate. E al momento non sembrano esserci grossi margini, dal momento che gli interessi e le volontà non coincidono e non sembrano avere possibilità di convergenza.

Non si può in ogni caso non notare un netto mutamento di postura rispetto alla rigida linea precedente, che vedeva Mosca rifiutare qualsiasi legame diplomatico con l’attuale leadership di Kiev, considerata un “regime illegittimo” e, oltretutto, una semplice pedina nello scontro con la NATO. Per questo infatti, il dialogo si svolge tra Mosca e Washington e non con altri. Dialogo che, nonostante tutti i proclami e gli annunci di Trump, non ha portato ancora a niente di concreto. 

La disponibilità russa al dialogo rispecchia la posizione di forza sul campo di battaglia ucraino, dove l’esercito mantiene il quasi totale controllo di quattro regioni (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson), formalmente unitesi alla Federazione Russa dopo i referendum svolti nel settembre 2022. L’invito al tavolo delle trattative, dunque, si configura come un tentativo di capitalizzare i successi prima che nuove variabili industriali e tecnologiche possano modificare i rapporti di forza. 

I droni E-Ucraini mettono pressione alla Russia

Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato sistematicamente i raid sul territorio sovrano della Federazione Russa. Non si tratta più di azioni isolate dal valore puramente simbolico, ma di una campagna coordinata di guerra asimmetrica che mira a colpire infrastrutture energetiche, depositi di carburante e nodi logistici vitali posizionati anche a diverse centinaia di chilometri dal fronte. La modalità è quella della saturazione, un approccio che abbiamo visto funzionare nel teatro mediorientale. Centinaia di piccoli droni che in massa invadono lo spazio aereo, mettendo in crisi le difese aeree nemiche, le quali non riescono a neutralizzare tutte le minacce. Il risultato: alcuni di questi droni passano lo scudo difensivo e vanno a bersaglio. 

Secondo quanto riportato da ABC News, così come da altre testate o think tank (come lo statunitense Institute for the Study of War), gli attacchi ucraini con droni stanno diventando sempre più sistemici e di portata considerevole. Nel mese di marzo, per la prima volta dall’inizio del conflitto su vasta scala nel 2022, l’Ucraina ha lanciato più attacchi con droni che la Russia: il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 7.500 droni solo a marzo. Il picco più alto dall’inizio della guerra era stato dicembre 2025 con 4.300 abbattimenti. Nel mese di maggio appena concluso, i numeri sono aumentati ancora. Sono infatti quasi 9.000 i droni che il sistema di difesa russo ha intercettato sul proprio territorio nel solo mese di maggio, con diversi droni che hanno bucato le difese e colpito a terra.

I danni inflitti alla Russia sono in aumento, non solo nelle regioni limitrofe ma in vari Stati della Federazione, anche migliaia di chilometri in profondità. I più bersagliati sono i terminal petroliferi ma ci sono anche basi e strutture militari, così come attacchi ai civili come quelli recenti al collegio di Starobilsk e al bus di linea Mosca-Sinferopoli, che hanno provocato la morte di numerose pesone, soprattutto ragazzini. Mosca ha immediatamente denunciato l’evento come un atto terroristico mirato contro la popolazione civile. 

Questo tipo di penetrazione profonda sta producendo effetti politici in Russia, incrinando la percezione di assoluta sicurezza che la presidenza ha sempre cercato di garantire ai propri cittadini. Il dibattito interno si è inasprito, evidenziando una spaccatura tra due correnti: l’ala pragmatica e diplomatica, favorevole a sfruttare l’attuale vantaggio sul campo per congelare il conflitto attraverso un accordo che sancisca però il controllo russo sulle regioni occupate; i falchi e i blogger militari che accusano i vertici di eccessiva prudenza, chiedendo un’accelerazione definitiva delle operazioni, la distruzione totale delle infrastrutture critiche ucraine e ventilando apertamente la necessità di ricorrere all’uso di armi nucleari tattiche come mezzo per arrivare alla fine delle ostilità con l’Ucraina e come deterrente nei confronti dei Paesi NATO.

L’asse industriale Kiev-UE

Di fronte a un parziale disimpegno finanziario e militare degli Stati Uniti, guidati dalle logiche trumpiane domestiche e transazionali, l’Unione Europea ha deciso di non poter più dipendere esclusivamente dalle scorte strategiche dei singoli Stati membri, ormai ampiamente intaccate, e continuare a far fluire soldi (300 miliardi di euro fin qui) senza che questo produca qualcosa di concreto, sia sul fronte militare che nel bilancio. 

La svolta strategica consiste nella transizione dall’invio di armi alla coproduzione industriale direttamente sul suolo ucraino o nelle sue immediate retrovie. Grandi consorzi della difesa europei hanno avviato joint venture con società ucraine per la costruzione di impianti destinati alla riparazione e alla produzione di armamenti, droni compresi. Se questo trend è già iniziato nel 2023-2024, come evidenziato allora dall’European Union Insittute for Security Studies, con le prime produzioni occidentali in Ucraina, adesso la partnership ha assunto una dimensione più vasta. Basta scorrere le notizie lanciate dal sito del ministero della Difesa ucraino per vedere quanti accordi sono stati stipulati con società private di Paesi europei. E adesso anche attraverso modalità differenti dall’approvvigionamento programmato a livello centrale. Germania (più di tutti), Lituania, Romania, Norvegia, Svezia, Canada ma anche Stati Uniti, per mezzo dell’ormai onnipresente Palantir, sono tutti Paesi citati nei soli mesi di aprile e maggio riguardo a partnership e joint venture nel campo della produzione militare. Se prima l’Ucraina combatteva la guerra grazie all’utilizzo di fondi e scorte di armamenti dei Paesi NATO, adesso, oltre al continuo flusso di denaro che mantiene lo Stato ucraino, il settore privato è entrato a tutti gli effetti in campo. D’altronde rispecchia la volontà politica europea di riarmo e di una spinta alla conversione dell’industria automobilistica (in enorme crisi) alla produzione militare (e non solo per il fronte ucraino).

Il Cremlino considera questo salto di qualità industriale come un coinvolgimento diretto e formale dei Paesi europei nel conflitto. La dottrina militare russa è stata aggiornata per includere questi impianti produttivi, e le aziende occidentali che vi partecipano, nella categoria degli “obiettivi militari legittimi”, indipendentemente dalla loro collocazione geografica. Questa dinamica trasforma l’Europa da mero fornitore a vero e proprio attore industriale della guerra. Il rischio di escalation a guerra diretta tra Russia e NATO non fa così che aumentare.

La massiccia risposta di Mosca e la guerra al confine NATO

La risposta militare del Cremlino alla pressione ucraina e alle stragi di civili non si è fatta attendere. Le forze aerospaziali russe hanno scatenato l’ondata di attacchi aerei e missilistici più massiccia e coordinata dallo scorso anno. Centinaia di droni d’attacco, uniti a missili balistici e da crociera ipersonici, hanno preso di mira i nodi strategici di Kiev, Odessa, Kharkiv e Leopoli, paralizzando ciò che restava della rete elettrica ucraina e colpendo i centri logistici legati alla catena di approvvigionamento occidentale.

Sul piano diplomatico, questa escalation militare è stata accompagnata da canali di comunicazione formali estremamente tesi. I vertici della diplomazia russa hanno inviato duri moniti ai propri omologhi statunitensi ed europei, avvertendo che la tolleranza di Mosca nei confronti degli attacchi in profondità sul proprio territorio è esaurita. Il messaggio, filtrato attraverso i canali di intelligence, conteneva l’invito esplicito a evacuare il personale diplomatico e i consiglieri occidentali dalle aree sensibili di Kiev, preannunciando una campagna di bombardamenti ancora più pressante sui centri decisionali.

L’aspetto più allarmante di questa ulteriore escalation è l’estensione geografica, così come in numero, degli incidenti di frontiera (o operazioni false flag) che rischiano portare l’Alleanza Atlantica in un confronto diretto con la Russia. 

C’è stato il recente caso del drone che si è schiantato su un centro abitato in territorio rumeno, provocando danni a strutture civili e ferendo alcuni cittadini. Mosca ha respinto le accuse parlando di una provocazione o di un missile della contraerea ucraina fuori controllo, ma il fatto ha costretto Bucarest a sollevare la questione della sicurezza dei confini integrati all’interno dei canali di coordinamento della NATO, con il coro occidentale che subito, senza nemmeno alcuna verifica, aveva già individuato il responsabile: la Russia.

Nei cieli sopra l’Estonia e la Lettonia si moltiplicano i casi di droni commerciali e militari intercettati o deviati dalle loro rotte originarie. Questo fenomeno è il risultato diretto della massiccia guerra elettronica. Il disturbo sistematico dei segnali satellitari non solo acceca i sistemi di navigazione ma devia i droni verso altre destinazioni rispetto all’obiettivo originario, con il rischio che si verifichino incidenti di grossa portata che potrebbero far scattare l’attivazione dell’articolo 5 della NATO, ovvero l’attivazione automatica a difesa di un Paese alleato che avesse subito un chiaro ed evidente attacco, trasformando uno o più episodi in un casus belli per la guerra diretta.

Conclusione

In definitiva, l’apparente spiraglio diplomatico emerso dalle celebrazioni del 9 maggio a Mosca non deve trarre in inganno: la traiettoria del conflitto non si sta direzionando verso una pace immediata, ma verso una fase di pericolosa cronicizzazione e scontro sistemico. La trasformazione dell’Europa da semplice fornitore a partner industriale attivo nelle retrovie ucraine, unita all’intensificarsi della guerra elettronica e degli incidenti di frontiera nei cieli dell’Europa dell’Est, amplifica drammaticamente il rischio di un errore, di un incidente o di una false flag che potrebbe portare ad uno scontro diretto tra potenze.

(da https://www.lindipendente.online/2026/06/04/ucraina-come-cambia-il-conflitto-tra-droni-ue-e-rischio-nato/)


Sull’orlo del baratro: la Nato verso la guerra totale con la Russia

di Thomas Fazi

La vicenda del drone russo che stanotte ha colpito un condominio in Romania mostra che il rischio di un conflitto totale tra la Nato e la Russia è più alto di quanto sia mai stato – persino all’apice della Guerra fredda. Il presidente rumeno Nicușor Dan ha successivamente chiarito che il velivolo aveva cambiato traiettoria dopo essere stato «colpito cineticamente», finendo per schiantarsi contro l’edificio residenziale di Galați. A pesare è il livello di profondo coinvolgimento delle due parti in quello che, a tutti gli effetti operativi, è un confronto militare sempre più diretto, anche se si continua formalmente a mantenere la finzione della non belligeranza.

A differenza della Guerra fredda, quando le superpotenze mantenevano rigidi protocolli concepiti per evitare lo scontro diretto, oggi le linee di demarcazione sono sfumate al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che si supponeva dovesse rimanere confinata entro i confini ucraini si è progressivamente metastatizzata in qualcosa di ben più pericoloso: un conflitto per procura in cui il ruolo della Nato è diventato così centrale dal punto di vista operativo che la distinzione tra attore delegato e principale è di fatto crollata, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica dell’escalation sta correndo molto più velocemente di qualsiasi capacità politica di controllarla.

Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro. La scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito uno studentato, uccidendo 21 persone, per la maggior parte studenti. Ciò rappresenta una gravissima escalation nell’intensificazione dell’offensiva di droni condotta dall’Ucraina contro la Russia negli ultimi mesi — che include un numero crescente di attacchi in profondità effettuati in territorio russo.

Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono rimaste uccise e diverse altre ferite in un attacco di droni ucraini su larga scala nella regione di Mosca. Nel frattempo, secondo la Reuters, a marzo gli attacchi dei droni ucraini contro i tre principali terminal di esportazione russi sulle coste occidentali — Novorossijsk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust-Luga sul Baltico — avevano messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia.

Secondo una stima del New York Times, all’inizio di aprile gli attacchi ucraini avevano anche danneggiato o distrutto circa il 20% della capacità di raffinazione del petrolio russa. Solo questo mese, i droni ucraini hanno colpito due dozzine di raffinerie di petrolio russe, secondo il Ministero della Difesa ucraino. Alcuni dei siti presi di mira più di recente si trovavano fino a 1.500-1.700 km dal confine ucraino, il che segnala un notevole miglioramento delle capacità dei droni a lungo raggio dell’Ucraina.

Come ha osservato John Mearsheimer in una recente intervista con Glenn Diesen, gli attacchi ucraini con droni e missili sul territorio russo, inclusa Mosca, rappresentano un passo significativo verso l’alto nella scala dell’escalation. Pur non essendo impressionato dal loro effetto militare immediato, la traiettoria lo preoccupa profondamente: «L’entità del danno che questi droni possono fare non è così grande… non influenzerà certamente l’esito della guerra in alcun modo significativo. Questo non succederà. Ma penso che il grande pericolo per il futuro sia che gli ucraini, lavorando con gli europei che restano determinati a sconfiggere la Russia, aumenteranno il numero di attacchi e il tipo di attacchi sulla Russia».

La Russia ha già risposto all’attacco dei droni contro lo studentato del Donbas con un massiccio assalto a Kiev, uno dei più grandi dall’inizio della guerra, che ha visto anche l’impiego di missili Oreshnik con capacità nucleare. E ha già minacciato di lanciare una nuova ondata di «attacchi sistematici» contro la capitale. I nuovi raid prenderanno di mira «centri decisionali e posti di comando», oltre a impianti di produzione di droni nella città, ha dichiarato il Ministero degli Esteri russo in un comunicato. Mosca ha invitato i cittadini stranieri e i diplomatici a lasciare Kiev «il prima possibile» e ha avvertito i cittadini di tenersi lontani dagli edifici amministrativi e militari.

Finora Mosca si è astenuta dal colpire i quartieri generali ucraini — un fatto piuttosto singolare se si considera che le forze armate ucraine hanno ripetutamente preso di mira i quartieri generali russi, come ha osservato Anatol Lieven. Martedì, lo Stato Maggiore ucraino ha rivendicato di aver distrutto un importante centro di comando e controllo russo a Lugansk con missili da crociera britannici Storm Shadow. L’uso efficace di questi missili — che l’Ucraina lancia da due anni — richiede i dati di puntamento statunitensi.

Nonostante ciò, Mosca non ha preso di mira i quartieri generali ucraini a Kiev proprio a causa della probabilità che soldati e ufficiali dell’intelligence statunitensi e di altri Paesi Nato venissero uccisi, rischiando come risposta una drastica escalation da parte dell’Occidente. Da quando Donald Trump è tornato alla presidenza e ha riaperto i negoziati diplomatici, il governo russo è stato frenato anche dal desiderio di non contrariarlo né di indebolirlo. Tuttavia, la scorsa settimana il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui di pace sono a un punto morto e che «al momento non ci sono colloqui in corso».

Questo indica non solo una pericolosa escalation della guerra – ma anche la sua potenziale espansione oltre i confini dell’Ucraina. Dopotutto, sebbene questi attacchi vengano formalmente eseguiti dall’Ucraina, la realtà è che l’Ucraina non potrebbe mai compiere questi attacchi con droni sul territorio russo senza il supporto satellitare e di intelligence della Nato – e degli Stati Uniti nello specifico. Nonostante le aperture di pace di Trump, la sua amministrazione ha continuato a fornire all’Ucraina l’intelligence per effettuare attacchi con droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, secondo quanto riferito da molteplici funzionari statunitensi e ucraini.

Le informazioni d’intelligence aiutano l’Ucraina a «definire la pianificazione delle rotte, l’altitudine, la tempistica e le decisioni di missione, consentendo ai droni d’attacco unidirezionali a lungo raggio dell’Ucraina di eludere le difese aeree russe». Una fonte ha descritto la forza di droni dell’Ucraina come lo «strumento» che gli Stati Uniti stanno usando per raggiungere l’obiettivo di indebolire l’economia russa e spingere Putin verso un accordo. Anche la Cia è stata coinvolta nel potenziamento del programma di droni ucraino.

Il grado di coinvolgimento degli Stati Uniti va ben oltre la semplice condivisione di informazioni d’intelligence. Mentre un funzionario statunitense ha affermato che l’Ucraina seleziona l’obiettivo e gli Stati Uniti forniscono informazioni sulle sue vulnerabilità, altri funzionari hanno dichiarato che gli Stati Uniti hanno effettivamente stabilito le priorità degli obiettivi per l’esercito ucraino – il che significa che gli Stati Uniti stanno di fatto scegliendo cosa colpire.

Gli Stati Uniti forniscono anche supporto satellitare – sia sotto forma di guida Gps in tempo reale (in particolare sul territorio ucraino e su quello ucraino annesso alla Russia tramite Starlink di Elon Musk) sia attraverso la fornitura di dati geospaziali che consentono ai droni di operare senza un segnale Gps in tempo reale, come nelle aree in cui il segnale viene disturbato: mappe del terreno precaricate, dati sulle rotte, coordinate degli obiettivi e profili di elusione della difesa aerea, tutti elementi che dipendono dalla ricognizione satellitare e dall’intelligence americana.

Ciò significa che le operazioni di attacco in profondità dell’Ucraina contro la Russia sono di fatto un’operazione Usa-Nato sotto bandiera ucraina. Ma la Nato non si limita a fornire l’intelligence e il supporto satellitare per questi attacchi — e naturalmente i soldi per i droni. Sempre più spesso, fornisce i droni stessi.

Anche se la stragrande maggioranza dei droni utilizzati dalle forze ucraine è prodotta all’interno della stessa Ucraina, uno sviluppo più recente e strategicamente significativo è la deliberata espansione della produzione di droni nei Paesi europei, in parte per ridurre la vulnerabilità agli attacchi russi sulle strutture ucraine. Zelensky ha annunciato piani per l’apertura di 10 imprese congiunte per la produzione di droni in Europa nel 2026.

Il Paese al centro di questa dinamica è la Germania. Il governo Merz sta approfondendo la cooperazione militare con Kiev, diventando sempre più un co-belligerante nel conflitto con la Russia. Con il disimpegno americano, la Germania è da tempo il principale sostenitore finanziario dell’Ucraina. Ma a metà aprile, per la prima volta, il governo tedesco ha stretto una partnership strategica con il settore della difesa di un Paese in guerra.

L’accordo apre la strada alla co-produzione di sistemi d’arma, droni con una portata fino a 1.500 km e missili a lungo raggio, assieme a Kiev. Uno degli esempi più evidenti è la Quantum Frontline Industries in Germania — una joint venture tra Quantum Systems e l’ucraina Frontline Robotics — dove il primo drone è uscito dalla linea di produzione meno di due mesi dopo l’annuncio della partnership.

Con un colpo di penna, il governo tedesco ha spazzato via l’intero dibattito interno degli ultimi anni sulla fornitura di armi tedesche all’Ucraina per attacchi contro obiettivi all’interno del territorio russo. Come ha scritto l’ex deputata tedesca Sevim Dagdelen, con l’integrazione delle industrie della difesa di Berlino e Kiev stiamo assistendo all’emergere di un complesso militare-industriale tedesco-ucraino sotto l’egemonia di Berlino. In effetti, è probabile che droni a lungo raggio di fabbricazione tedesca siano stati utilizzati nei recenti attacchi a Mosca e nella regione di Mosca.

Anche altri Paesi europei sono coinvolti. Dalla fine del 2024, il gruppo finlandese Summa Defence ha avviato diverse joint venture con aziende ucraine per produrre droni in Finlandia. L’azienda britannica Prevail Partners e l’ucraina Skyeton hanno unito le forze a luglio 2025 per produrre il drone da sorveglianza Raybird nel Regno Unito. Skyeton ha anche aperto una linea di produzione del Raybird in Slovacchia e sta negoziando ulteriori partnership europee, mentre consorzi di droni ucraini stanno costruendo impianti di assemblaggio e componenti in Finlandia e Danimarca.

Ciò significa che le nazioni europee — in primis la Germania — sono coinvolte in modo sempre più diretto nel conflitto. Questo aumenta seriamente il rischio di attacchi di ritorsione russi sul territorio europeo. In effetti, a metà aprile, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i nomi e gli indirizzi delle società europee – tra cui diverse aziende italiane – coinvolte nella produzione di droni ucraini, affermando che «l’opinione pubblica europea dovrebbe comprendere chiaramente le vere ragioni delle minacce alla propria sicurezza e conoscere gli indirizzi e le sedi delle imprese ‘ucraine’ e ‘congiunte’ che producono Uav e componenti per l’Ucraina sul territorio dei loro Paesi».

A peggiorare le cose, vi sono crescenti prove del fatto che i droni ucraini stiano attraversando lo spazio aereo dei paesi Nato del Baltico per attaccare obiettivi russi — come i droni che hanno colpito i terminal petroliferi russi a Primorsk e Ust-Luga sul Mar Baltico. Solo questo mese, i droni ucraini hanno provocato ripetuti allarmi nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania, spingendo i caccia della Nato a decollare in diverse occasioni, con almeno un drone ucraino abbattuto da un jet della Nato sull’Estonia il 19 maggio. Solo pochi giorni prima, un altro drone ucraino aveva colpito un deposito di petrolio vuoto in Lettonia. Le ricadute politiche sono state significative, provocando il crollo del governo lettone per il modo con cui aveva gestito la crisi.

La Russia ha accusato i Paesi baltici e la Nato di consentire attivamente ai droni ucraini di utilizzare il loro spazio aereo per gli attacchi contro la Russia, definendola un’aggressione della Nato. Il consigliere presidenziale Nikolai Patrushev ha sottolineato che ciò costituisce una partecipazione diretta dei Paesi della Nato agli attacchi sul territorio russo.

Da parte loro, l’Ucraina e i Paesi baltici hanno respinto le accuse di collusione deliberata, accusando la Russia di utilizzare la guerra elettronica e il disturbo dei segnali per reindirizzare i droni ucraini nello spazio aereo baltico — sebbene questo non spieghi perché la Russia si sia dimostrata incapace di prevenire gli attacchi dei droni contro obiettivi sensibili e civili, anche a Mosca. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è spinta a dire che «la Russia e la Bielorussia hanno la responsabilità diretta» delle incursioni dei droni ucraini.

Ciò che è chiaro è che le tensioni nel Baltico sono più alte che mai. Il rischio che scoppi un conflitto tra la Nato e Mosca in quell’area è ulteriormente accresciuto dal recente annuncio della creazione di una forza navale congiunta, battezzata Northern Navies Initiative, che comprende Regno Unito, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Paesi Bassi. Questa forza sembra avere l’esplicito obiettivo di contenere la Russia tra l’Artico e il Baltico, potenzialmente ostacolando il traffico commerciale di Mosca – e in particolare la sua cosiddetta «flotta ombra».

Provocazioni come l’abbordaggio di navi russe, o addirittura un blocco navale, costituirebbero un evidente casus belli. A ciò va aggiunta la militarizzazione della Finlandia, entrata recentemente nella Nato, e le operazioni di spionaggio e sorveglianza aerea condotte dal suo territorio contro Mosca — fattori che stanno trasformando il Paese scandinavo in una nuova minaccia strategica agli occhi della Russia.

Non è un’esagerazione affermare che ci troviamo a un solo incidente di distanza — reale o orchestrato — dal rapido degenerare della situazione in una guerra diretta tra Nato e Russia. Ciò è particolarmente preoccupante se si considera il fatto che le provocazioni occidentali stanno rinvigorendo i falchi a Mosca.

Tra gli approcci più radicali spicca quello di Sergey Karaganov — politologo di lungo corso, già consigliere sia di Mikhail Gorbaciov sia di Boris Eltsin, e attualmente tra i consiglieri di Vladimir Putin. Fin dall’inizio del conflitto, Karaganov ha sostenuto il possibile uso di armi nucleari in Europa. La sua tesi è che le élite europee siano interamente screditate e prive della legittimità per rimanere al potere. Ma soprattutto, sono incapaci di raggiungere un compromesso con la Russia. Devono essere fermate con la forza delle armi per impedire al conflitto di estendersi all’intera Europa — in primo luogo colpendo obiettivi militari strategici e fortemente simbolici sul territorio europeo con armi convenzionali.

Secondo Karaganov, se questo non fosse sufficiente a «persuadere» le élite europee a scendere a patti con la Russia, sarebbe necessario ricorrere a un attacco nucleare «dimostrativo», o persino mirato a eliminare le stesse élite europee. Tali idee, ampiamente marginali all’inizio del conflitto, stanno progressivamente guadagnando terreno sia nei circoli militari sia in quelli politici della Russia. Parallelamente, cresce la pressione su Putin per un cambio di strategia.

Mearsheimer prende sul serio l’argomentazione avanzata da Karaganov – secondo cui la Russia dovrebbe colpire obiettivi europei con armi convenzionali, passando al nucleare se necessario – notando come quella che un tempo era la posizione di una minoranza abbia trovato ampio consenso all’interno della Russia: «Sostiene ora, e lo prendo in parola perché è una persona onesta, che la stragrande maggioranza delle persone con cui parla concorda con lui. I russi, in un certo senso, ne hanno abbastanza».

Riguardo alla dimensione nucleare, Mearsheimer spiega perché la sola prospettiva dell’uso dell’atomo conferisca alla strategia di Karaganov la sua logica coercitiva: «Una volta che si inizia a salire la scala dell’escalation, tutti capiscono che a un certo punto là in alto… da qualche parte su quella scala c’è l’uso del nucleare. Su uno dei pioli c’è l’uso delle armi nucleari… la sola minaccia delle armi nucleari avrà un enorme valore di deterrenza».

Il politologo traccia anche un fulmineo parallelismo storico in merito alle violazioni delle linee rosse da parte dell’Occidente: «È davvero stupefacente che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna abbiano aiutato l’Ucraina quando ha invaso la madrepatria russa nell’estate del 2024. Questa è l’offensiva di Kursk… l’idea che avremmo aiutato un alleato a invadere l’Unione Sovietica, questo non sarebbe mai successo… o che avremmo aiutato un alleato ad attaccare una delle componenti della triade nucleare strategica. Questo è semplicemente impensabile. Era semplicemente troppo pericoloso».

La sua conclusione sul dilemma strategico della Russia è la seguente: «Se ti trovi a giocare la carta della Russia… dovrai battere il pugno sul tavolo, come diceva mia madre. E dovrai inviare un segnale molto chiaro che questo è semplicemente inaccettabile».

Il rischio della guerra non è una astrazione distante — è una realtà concretamente pericolosa e imminente. Il meccanismo di escalation che ci ha portato a questo punto è ben noto: ogni passo sulla scala, compiuto sulla scorta della presunzione fiduciosa che l’altra parte cederà, rende il passo successivo più probabile e lo spazio per la de-escalation più stretto.

I leader occidentali si sono convinti, attraverso una combinazione di pio desiderio e inerzia istituzionale, che la Russia continuerà ad assorbire le provocazioni senza rispondere in modo analogo. Ma ogni settimana che passa senza una via d’uscita diplomatica ci avvicina al momento in cui tale presupposto verrà testato fino alla distruzione.

Ciò che rende la situazione attuale eccezionalmente pericolosa non è solo l’escalation militare, ma il completo collasso della visione politica in grado di arrestarla. Non ci sono realisti della Guerra fredda, non ci sono canali secondari, non c’è alcun leader europeo serio che abbia l’autorevolezza e la volontà di proporre un accordo negoziato. C’è solo lo slancio della macchina bellica, ormai distribuita in una dozzina di Paesi e migliaia di aziende, che produce armi nelle fabbriche finlandesi, nelle joint venture tedesche e nelle officine britanniche — tutte a rinfocolare un conflitto che, in assenza di un urgente intervento politico, non ha altro esito logico se non la catastrofe.

La responsabilità ricade, in ultima analisi, sui cittadini europei. I nostri governi non stanno agendo in nostro nome o nel nostro interesse. Spetta a noi – prima del prossimo incidente, del prossimo errore di calcolo, del prossimo drone che attraverserà lo spazio aereo sbagliato – pretendere che facciano un passo indietro dal baratro.

(da https://krisis.info/it/2026/05/aree/europa/sullorlo-del-baratro-la-nato-verso-la-guerra-totale-con-la-russia/)


La guerra in casa

(…)

Simulazioni metropolitane e potenziamento della prima linea sul terreno

La capillarità di questa preparazione si manifesta in modo evidente nei centri nevralgici delle infrastrutture civili occidentali. Nel silenzio delle gallerie sotterranee di Charing Cross (vedi nota [1]), una delle stazioni metropolitane più frequentate di Londra, centinaia di militari del Regno Unito, degli Stati Uniti, della Francia e si sono addestrati simulando uno scenario di guerra aperta e diretta contro le forze russe. Questa esercitazione, denominata Arrcade Strike, è guidata dall’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC), il principale corpo d’armata a schieramento rapido della NATO sotto comando britannico. Il fatto che l’addestramento strategico al conflitto si sposti nei sotterranei di una capitale civile testimonia la profondità con cui l’apparato militare sta pianificando le dinamiche logistiche e operative di uno scontro continentale.

Parallelamente all’addestramento, il potenziamento fisico della prima linea sul fronte orientale sta subendo un’accelerazione decisiva. La cooperazione strategica tra Washington e Varsavia si è ulteriormente rinsaldata in seguito agli sviluppi politici polacchi e all’elezione del presidente Karol Nawrocki. In questo contesto, una decisione che fa seguito alle manovre del Segretario alla Guerra Pete Hegseth volte a ottimizzare la dislocazione e a stabilizzare la rotazione delle brigate corazzate sul territorio europeo. Questo massiccio afflusso di contingenti d’élite e mezzi pesanti sul fianco est conferma la volontà di strutturare una barriera d’assalto avanzata.

La spinta nucleare: il fronte scandinavo e la militarizzazione tedesca

Il tassello più critico e pericoloso di questa architettura di pressione è rappresentato dalla. In una svolta storica che cancella decenni di neutralità nordica, il governo della Finlandia ha formalizzato la volontà di revocare le restrizioni legislative che vietavano la presenza di ordigni atomici sul proprio suolo. I vertici della difesa di Helsinki, per bocca del ministro Antti Hakkanen, hanno chiarito che la nuova proposta mira ad allineare completamente il paese alla politica nucleare della NATO, legalizzando l’introduzione, il trasporto, la consegna o il possesso di armi nucleari in Finlandia. L’apertura a un potenziale schieramento atomico a ridosso dei confini settentrionali russi cancella definitivamente ogni residua zona grigia diplomatica ed avviene calpestando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) che la Finlandia aveva firmato nel 1968, lo stesso anno in cui il trattato fu aperto alla firma, e ratificato l’anno successivo, nel 1969, impegnandosi quale membro del TNP a non sviluppare, ospitare o acquisire armi nucleari.

Questo processo di nuclearizzazione del continente trova il suo secondo e fondamentale pilastro in Germania, attraverso una duplice dinamica di riarmo strategico.

Da un lato, ha preso forma il progetto statunitense di riportare sul suolo tedesco i cosiddetti “euromissili”, ovvero lo stanziamento di capacità missilistiche a lungo raggio e sistemi ipersonici convenzionali e nucleari, capaci di colpire in profondità il territorio russo e precedentemente banditi dai trattati di disarmo (Trattato INF). Seppure oggi appare sospeso l’originario intento emerso nell’estate del 2024 con cui l’allora amministrazione americana e il governo tedesco avevano stretto un accordo per rischierare in Germania, a partire dal 2026, missili a lungo raggio statunitensi come i celebri Tomahawk, con una gittata di circa 1.600 chilometri (attualmente esauriti a causa dell’ampio consumo di munizionamento ed equipaggiamenti nell’Operazione Epic Fury in Medio Oriente, che ha costretto gli Stati Uniti a razionalizzare le scorte di Tomahawk rimaste), i sistemi di difesa SM-6 e i nuovi vettori ipersonici Dark Eagle, oggi l’attenzione si è spostata sul progetto ELSA (European Long-Range Strike Approach), un consorzio che unisce Germania, Francia, Polonia, Regno Unito e Svezia. Poiché questo sistema non vedrà la luce prima del 2030, Berlino sta parallelamente investendo nell’ammodernamento d’emergenza dei propri arsenali nazionali e nella produzione di varianti avanzate dei vettori già in dotazione.

Dall’altro, all’interno dei circoli politici e militari di Berlino, si è aperto un inedito e profondo dibattito circa la necessità per la Germania di dotarsi di una propria forza di deterrenza nucleare autonoma o di partecipare direttamente alla gestione di un ombrello atomico sovrano, un’ambizione che capovolge completamente la postura geopolitica tedesca dal secondo dopoguerra a oggi. Il Cancelliere Friedrich Merz ha infatti aperto alla storica proposta francese di europeizzare la force de frappe, avviando un coordinamento strategico più stretto con Parigi e Londra. Anche in questo caso la volontà di dotarsi di un arsenale nucleare avviene nonostante i rigidi vincoli giuridici del Trattato di non proliferazione e degli accordi di riunificazione del 1990 che vietavano tassativamente a Berlino il possesso di ordigni propri.

Riconversione industriale e assuefazione psicologica al conflitto

Questo sforzo operativo di riarmo poggia su una radicale ristrutturazione macroeconomica. La totalità degli alleati europei ha raggiunto o superato l’obiettivo del due percento del PIL destinato alle spese militari, registrando aumenti di budget senza precedenti. Questa transizione economica risponde alla presa d’atto che le classi dirigenti europee hanno accettato di assumersi l’intero onere logistico del teatro continentale, un riarmo a debito che comporta dolorosi tagli alla spesa pubblica, nello stato sociale e nel welfare in generale. Nel contempo, mentre procede l’ucrainizzazione dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti riorientano strategicamente il grosso delle proprie forze verso il quadrante del Pacifico per contrastare la Cina nell’ottica di conservazione dell’unipolarismo globale.

A fare da collante a questa mobilitazione strutturale interviene una militarizzazione sistematica del discorso pubblico. Il dibattito europeo è dominato da un tribalismo mediatico che, mentre alimenta l’emergenza bellica dettata dall’idea del nemico russo che dopo l’Ucraina intende invadere i paesi europei, riduce la complessità geopolitica a una narrazione binaria, anestetizzando l’opinione pubblica ed eliminando il senso del rischio atomico. Si diffonde così l’idea illusoria che sia possibile infliggere danni strategici continui a una superpotenza nucleare senza subire conseguenze, ignorando la dottrina di Mosca che considera la pressione occidentale come una minaccia esistenziale.

Questa espansione coordinata genera un’inevitabile e speculare spirale escalatoria. La risposta russa si è già concretata in massicce esercitazioni nucleari che hanno coinvolto 64.000 militari e 7.800 mezzi di lancio balistici nei distretti di Leningrado e in quello Centrale (vedi nota [2]).

Ci si domanda se la Russia assisterà passivamente al riarmo europeo senza intervenire in alcun modo per frenarlo o scoraggiarlo prima che esso maturi in conflitto diretto.

Di fronte al crollo della diplomazia e alla conversione degli apparati industriali, appare evidente che l’asse Washington-Londra, insieme ai partner europei della NATO, piuttosto che a ricostruire quell’architettura di sicurezza europea che hanno distrutto, stia attivamente e sistematicamente posando i binari strutturali e psicologici per il prossimo, catastrofico conflitto globale a cui ogni cittadino europeo è chiamato ad opporsi prima che sia troppo tardi. Con la Russia, come incita a fare persino De Scalzi di ENI, abbiamo urgente bisogno di ristabilire rapporti di buon vicinato e di tornare alle loro risorse energetiche anche per ovviare a quella che secondo Tabarelli di Nomisma sarà la via obbligata del lockdown energetico di quest’autunno.

(tratto da Francesco Cappello, I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino, https://www.francescocappello.com/)