È disponibile la riedizione del libro “Memorie di libertà. Della Western Wildlife Unit, dell’Animal Liberation Front”

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Riceviamo e diffondiamo:

È disponibile la riedizione del libro “Memorie di libertà. Della Western Wildlife Unit, dell’Animal Liberation Front”.

Per ricevere copie scrivere a memoriediliberta@canaglie.net.
5 euro copia singola
4 per distributori

A seguire la prefazione della nuova edizione:

Presentiamo con gioia la riedizione del libro “Memorie di Libertà” uscito nel 2005 per la prima volta tradotto in italiano.

Questa è la storia di un piccolo gruppo di persone impegnate nella lotta di liberazione animale, che decisero di agire direttamente contro l’industria delle pellicce in alcuni stati dell’ovest americano.

Petizioni, cortei, volantinaggi e tutto il resto delle forme di mobilitazione consuete e permesse non bastarono a placare il senso di impazienza di questi ribelli.  Mentre la società veniva lentamente sensibilizzata sulle mostruosità dello sfruttamento animale, le vittime designate continuavano a soffrire e morire a milioni negli allevamenti, nei macelli e nei laboratori e dovunque ci fosse del profitto da ricavare.

Questa realtà innegabile spinse negli anni passati molti animalisti a passare all’azione diretta, alle vie di fatto per liberare davvero gli animali dai luoghi di tortura e per infliggere danni economici agli sfruttatori.

Non è poi così strano che qualcuno, se convinto dell’uguaglianza tra gli umani e tutte le altre creature della terra di fronte a ciò che subiscono quotidianamente, decida di non limitarsi a placare la sua coscienza con i riti della protesta, ma preferisca fare la differenza agendo nel senso che ritiene giusto a prescindere dalla legge. In fondo sono poi quelle stesse leggi a decretare lo status di oggetto e proprietà per un essere vivente.

Riflettendo, liberandosi dalla concezione riformista e dalla logica dell’intervento settoriale, comprendendo i legami che legano lo sfruttamento animale alle più ampie dinamiche di dominio che impestano le stesse società umane, si capisce come non sia possibile alcuna autentica liberazione per nessuno se resta in piedi questo sistema basato sulla gerarchia, sull’autorità e sulla produzione forsennata di merci per un consumo insensato.

Pensiamo, per esempio, al ruolo fondamentale che hanno gli allevamenti intensivi e all’interdipendenza di questi con le pratiche di agricoltura industriale, produzione di pesticidi, manipolazioni genetiche e foraggiamento di sterminate concentrazioni di umani inurbati attraverso la grande distribuzione.  Non si tratta solo della sofferenza del singolo individuo (maiale, gallina, manzo) nei capannoni ma anche della deforestazione, dell’inquinamento, della fame e della repressione che colpiscono le popolazioni rurali di gran parte del mondo, dove le terre vengono privatizzate e le comunità locali sbriciolate materialmente e culturalmente.

Insomma, se vogliamo liberare gli animali, esattamente come noi stessi, dobbiamo cercare la rivoluzione, e non ha senso provare a convincere chi ci domina ad essere un po’ meno spietato.

Questi ragionamenti, questa tensione non hanno certo interessato solo il gruppetto di cui sono narrate le gesta in questo piccolo libro.

Dalla fine degli anni ’70 si diffuse la pratica della liberazione animale e nacque una sigla che ha sparso la paura tra gli aguzzini e gli sfruttatori di animali in molte parti del mondo [1].

Si tratta dell’ALF (Animal Liberation Front).

L’ALF non è un’organizzazione clandestina, non ha strutture gerarchiche o di altro tipo: è piuttosto un’idea; liberare gli animali dai luoghi di tortura facendo tutto da sé, senza chiedere a nessuno. Chiunque lo faccia può usare a suo piacimento quell’acronimo.

Moltissime persone per decenni hanno reso concreta questa idea liberando centinaia di migliaia di animali da ogni tipo di struttura assassina e spesso distruggendo le proprietà degli sfruttatori. In certi paesi le azioni erano quotidiane e andavano dalle più piccole come rompere i vetri ad una pellicceria, alle più grandi come ridurre in macerie un laboratorio o un fast-food [2].

Negli USA, ad esempio, nella seconda metà degli anni ’90 l’ALF era considerato dall’FBI come la principale minaccia terroristica interna avendo causato milioni di dollari di danni soprattutto ai settori della ricerca e dell’allevamento.

È proprio in questo contesto che si muovono i protagonisti del libro. Le loro imprese sono solo un piccolo tassello di un movimento molto ampio che continuava ad agire anche alla luce del sole con tenacia, coraggio e aggressività.

Un esempio sono le campagne contro dei luoghi specifici: più che altro laboratori di vivisezione o allevamenti di animali destinati a questo orrore.

Quando partiva una di queste mobilitazioni gli attivisti facevano tutto il possibile per portare alla rovina queste imprese impedendo il normale svolgersi del “lavoro”: picchetti, blocchi, raduni rumorosi a qualsiasi ora, disturbo alle abitazioni dei proprietari e degli impiegati, e spesso si faceva vivo l’ALF rendendo dura economicamente e psicologicamente l’attività presa di mira. In questo modo sono stati chiusi numerosi allevamenti e cani, gatti, cavie, conigli, scimmie sono stati affidati a mani amorevoli invece di finire sotto il bisturi di sadici in camicie bianco [3].

Anche in Italia ci sono stati successi in questo campo come con gli allevamenti Morini e Greenhill. Quello che le associazioni burocratiche e legalitarie specializzate in attivismo e piagnistei non avevano neanche provato a fare è stato ottenuto in pochi anni da un movimento spontaneo, senza leader e organizzato in modo orizzontale.

Poi è successo qualcosa.

Chi scrive non ha ancora capito cosa, ma in poco tempo, negli ultimi quindici, dieci anni dall’offensiva si è passati alla stasi e poi a ripiegare per arrivare alla situazione attuale in cui il movimento antispecista non può certo essere considerato una minaccia per lo status quo. Certo, in alcuni paesi la repressione dello stato si è fatta sentire con leggi speciali create ad hoc e pesanti condanne in carcere per un ristretto numero di attivisti [4].

Ma non si può addebitare solo a questo la passività e l’inconcludenza che sono dilagate e hanno demolito un movimento che era tra i più vivaci e diffusi. Forse è stato lo spostarsi progressivo delle attività dal mondo reale a quello virtuale, l’accomodarsi esclusivo su pratiche più comode e accettabili come la dieta vegana, un ritorno a prassi degne delle burocrazie che un tempo venivano criticate (delega, raccolta firma…), l’influenza di tanti piccoli leader con le loro divisioni e l’incessante narcisistico filosofeggiare, e di sicuro anche altro. Di certo vi è
l’incapacità dei più di pensare e intraprendere una prospettiva e progettualità a lungo termine, probabilmente anche dovuto ad un sistema sociale che annienta la capacità di pensiero profondo e di azione progettuale a discapito del sensazionalismo immediato e dell’indecisione atavica. La liberazione animale non consiste solo in uno sfogo di rabbia spontaneo ma, come descrive bene questo libretto, in un desiderio di libertà lungimirante e costante nella propria vita.

Richiede passione, esperienza, relazioni di fiducia, conoscenze pratiche, contatti e sangue freddo, altrimenti il massimo che saremo in grado di fare è accodarci all’ennesima protesta senza sbocco.

Il compito di analizzare ciò che è successo avrebbe dovuto essere preso in carico da un intero movimento ma questo non è accaduto. Ad oggi anche le tante esperienze del passato rischiano di perdersi nella società degli smartphone e della comunicazione istantanea che non sedimenta… Ma finché c’è oppressione c’è resistenza, e l’augurio è che questo libretto possa far riflettere qualche ribelle.

1 Tutta l’Europa compresa la Russia; USA e Canada, Messico e alcuni stati
del sud America come Cile, Argentina, Brasile, Indonesia, Australia.

2 Consultare online le riveste “No compromise” e “Bite Back” e “Arkangel”

3 Alcuni di questi posti: Newchurch (cavie), Hillgrove (gatti), Consort
Kennels (cani), Shamrock (scimmie)

4 Come in U.K. con l’A.E.T.A. (Animal Enterprise Terrorism Act) diretto
contro le proteste di massa