Per chi interrompe il sonno dei potenti. Un contributo sull’operazione del 16 giugno

sabotaggio!

Riceviamo e diffondiamo:

Il 16 giugno 2026 la polizia irrompe in casa di molti compagni e compagne in tutta la penisola per effettuare perquisizioni ed arresti.

In nove sono accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e, fra questi, alcuni sono anche indagati, insieme ad altri compagni e compagne, per alcuni sabotaggi alla linea ferroviaria dell’alta velocità in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.

Inoltre due compagni, in seguito al ritrovamento di alcuni opuscoli nelle loro abitazioni, vengono anche accusati di 270 quinquies ter, il cosiddetto “terrorismo della parola” e condotti anche loro in carcere.

I giornali, con la retorica giustizialista delle aule di tribunale, riportano fedelmente le veline della Questura: “terrorismo”, “violenti”, “cellula terroristica”, “pianificavano azioni violente”. ll potere ha sempre trovato un nome per chi interrompeva il suo sonno, rendendolo il nemico interno di cui avere paura. Crea il mostro e lo sbatte in prima pagina.

Dal canto nostro invece sappiamo bene che esiste una differenza profonda tra la violenza che serve a conservare un dominio e quella che nasce dal desiderio di spezzarlo. La prima appartiene ai potenti: ha eserciti, bilanci, tribunali e uffici stampa. La seconda nasce dalle mani comuni, dalle vite ordinarie, da chi non dispone di altro se non della propria immaginazione e della complicità di spiriti affini.

Vediamo sempre più chiaramente che il progresso coincide – per questo sistema – con opere che cancellano foreste, quartieri e costringono alla fuga popolazioni. Negli anni abbiamo infatti visto ferrovie divorare montagne, fiumi spostati e il cielo riempito di cavi, antenne, droni, satelliti. Questa distruzione viene amministrata, finanziata, inaugurata con i nastri e gli applausi. Eppure nessuno osa chiamarla violenza.

Ne abbiamo avuto esempi anche con questi ultimi giochi olimpici invernali: i residenti della Val di Flemme chiusi fra recinti e check-point; interi boschi abbattuti per costruire le strutture necessarie alle competizioni; l’addetto alla sorveglianza degli impianti lasciato a morire di freddo, le persone sgomberate dai quartieri di Milano in cui vivevano, le strade militarizzate, i rastrellamenti e gli omicidi della polizia. Abbiamo visto l’arrivo di mezzi militari da diverse parti del mondo (ricordiamo la sfilata dei blindati del Qatar) e corpi di polizia, compresi membri dell’ICE, responsabili di rapimenti, torture e omicidi negli Stati Uniti.

Non ci stupisce dunque se qualcuno abbia voluto in quelle giornate ricordare che non c’è nulla da festeggiare sabotando la linea ferroviaria dell’alta velocità, soprattutto se guardiamo all’accordo siglato fra RFI e Leonardo due anni fa riguardante la collaborazione per la mobilità militare. Accordo in linea con il piano di riarmo dei Paesi Europei che si preparano alla guerra per cui, anche nel nostro contesto, le infrastrutture civili vengono messe a disposizione per soddisfare le necessità militari di trasporto e di controllo (il cosiddetto dual use) creando così un filo diretto tra i nostri governi e aziende e le guerre odierne vicine e lontane.

Quindi nel sabotaggio vediamo la liberazione oltre la distruzione.

Il sabotaggio è il gesto con cui chi non possiede eserciti ricorda ai potenti che nessun ingranaggio è invincibile. È il momento in cui una macchina scopre di dipendere da una mano umana. È il momento in cui un sistema, che si racconta perfetto, lascia intravedere una crepa.

Il nostro passato vicino e lontano è pieno di sabotaggi che hanno avuto un impatto sulla direzione in cui andavano le cose. Molti sabotaggi sono stati applauditi come quelli avvenuti durante la resistenza o in epoca più recente in territori toccati da grandi opere o grandi eventi: il Castor in Germania e Francia; il TAV in Italia.

Il sabotaggio non è lo strumento di chi ha ricchezze, palazzi, ministeri. È accessibile a tutti ed è riproducibile. È il sapere di chi osserva con attenzione, di chi vuole conoscere il funzionamento delle cose e capisce che ogni meccanismo ha un punto vulnerabile. Per questo spaventa. Perché dimostra che gli esseri umani non sono fatti soltanto per eseguire ordini, ma sono fatti anche per trovare le falle, per immaginare deviazioni.

Parlando di idee e immaginari ricordiamo che ad aprile 2025 è stato varato un decreto sicurezza – entrato in vigore il 9 giugno 2025 – in cui viene introdotto il reato di terrorismo della parola. Quindi non basta più punire quello che si fa, ma bisogna anche sorvegliare quello che s’immagina. Se pronunci una frase sbagliata, sei terrorista. Se sogni un mondo diverso, sei terrorista. Se possiedi determinati opuscoli, sei terrorista. Le idee fanno così paura che bisogna processarle prima ancora che diventino gesti.

Lo abbiamo visto con l’applicazione del regime carcerario del 41bis ad Alfredo Cospito, giustificato anche con il fatto che continuasse a scrivere e ad avere scambi epistolari con altri compagni e compagne nonostante la reclusione.

Ogni pensiero deve essere esaminato e sottoposto a censura.

Ogni gesto che compiamo deve poter essere osservato.

Così ci siamo abituati a convivere con occhi ovunque. Se poco tempo fa gli scenari di controllo totale e capillare facevano solo parte della fantascienza o dei libri di storia per raccontare il nazismo e altri regimi dittatoriali come fossero situazioni lontane, ora la sorveglianza è ormai trasformata in paesaggio, è la norma. A noi non stupisce se qualcuno cerca ancora un angolo d’ombra dove sia ancora possibile esprimersi liberamente ed esistere; colorare di nuovo il proprio immaginario.

Una società smette di essere libera molto prima di perdere i suoi diritti. Comincia a perdere la libertà quando non riesce più nemmeno a immaginarla. Quando ogni orizzonte è già stato disegnato da qualcun altro.

«Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi e quel paesaggio si è associato per sempre con la nostra idea di libertà.» (I piccoli maestri, Luigi Meneghello)

La libertà è questo. Un paesaggio che cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo. E dopo averlo visto, non puoi più convincerti che la gabbia sia la natura delle cose.

Ma nessuno raggiunge quel paesaggio da solo.

Il potere ci vuole individui isolati, concorrenti, sospettosi gli uni degli altri. Vuole che ciascuno difenda soltanto il proprio piccolo recinto. Perché un individuo solo è prevedibile. Una comunità che immagina insieme, invece, è imprevedibile.

Quando si vive la stessa oppressione non c’è bisogno di andare a cercare proseliti: si condivide la medesima rabbia ed è quella che fa incontrare e diventare complici. Non per nascondersi gli uni dietro gli altri, ma per vedere più lontano. Perché ogni immaginazione, quando incontra un’altra immaginazione, smette di essere un sogno privato e diventa un progetto comune. È così che nasce un sentiero: una persona da sola lascia un’orma; molte persone lasciano una strada.

Ed è questo, forse, che li spaventa più di ogni altra cosa. Non il sabotaggio di una linea ferroviaria, ma il sabotaggio dell’idea che il loro mondo sia l’unico possibile. Perché ogni volta che qualcuno dimostra che un ingranaggio può fermarsi, dimostra anche che la storia può ripartire in un’altra direzione. E finché esisterà qualcuno disposto a immaginarla, nessun sistema potrà dirsi davvero al sicuro.

Per quanto ci riguarda saremo sempre al fianco di chi trova i propri complici, di chi non si rassegna ai binari di quest’esistenza, di chi sogna dall’alto delle montagne la libertà.

Nel momento in cui pubblichiamo questo testo solo un compagno fra gli/le arrestate del 16 giugno è ancora rinchiuso nella sezione AS2 del carcere di Terni, mentre gli altri e le altre sono state scarcerate dopo l’udienza di Riesame.

Libertà per Pietro! Libertà per tutti e tutte!