L’ICE è qui. La rabbia non si delega

fakir

Riceviamo e pubblichiamo da https://rivista.edizionimalamente.it/2026/07/20/lice-e-qui/

𝐋’𝐈𝐂𝐄 è 𝐪𝐮𝐢

Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio.

I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili.

Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi?

Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco.

È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme.

Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi.

Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 – come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo.

Siamo sconvolti di rabbia.

I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita.

Edizioni Malamente

Urbino (PU)


Riceviamo e pubblichiamo:

LA RABBIA SI COLTIVA, NON SI DELEGA

Il 19 luglio, alla vigilia dei 25 anni dall’assassinio di Carlo Giuliani e dei crimini dello stato italiano nelle giornate del G8 di Genova, nel quartiere già iper-militarizzato del Pilastro a Bologna, veniva ucciso dagli sbirri infami assassini Fakir, 43 anni, origini marocchine.
Se la retorica dei giornali è stata quella di parlare di una persona che “ha perso la vita, che è morta” e non che è stata assassinata dai sicari del governo in divisa, quella delle piazze che si sono mosse in solidarietà, è stata anche quella di chiedere “verità e giustizia” per Fakir.
Ma qual è questa verità che si chiede, se non quella raccontata limpidamente dai video dell’accaduto, nei quali l’ ennesima persona marginalizzata e razzializzata è atterrata inerme sul pavimento mentre grida aiuto, con le ginocchia di due guardie infami che gli premono sul collo impedendogli di respirare, spruzzandogli spray al peperoncino direttamente in bocca, con il personale sanitario omertoso spettatore dell’omicidio?
E se questa è la verità, come si può chiedere giustizia allo stesso stato assassino e fascista che commette questi omicidi rimanendo impunito dietro al suo inscalfibile scudo penale?
Come ci si può aspettare “giustizia” dallo stesso stato che seppellisce il dissenso sotto decreti liberticidi, che ammazza nelle carceri e nei cpr, che arma e sponsorizza un genocidio?
Come si può delegare tutta questa rabbia alle stesse istituzioni che ne sono la causa diretta e attiva?
Finché l’ aspettativa di questa fantomatica giustizia sarà riposta nelle mani sporche di sangue di uno stato criminale e non nell’autodeterminazione di masse arrabbiate che attraverso la rivolta riescono a riscattarsi, non esisterà mai nulla di anche solo vagamente analogo al concetto di “giustizia”.
Finché la lotta contro il potere non viene applicata in senso intersezionale e, perciò, guardando a tutte le dinamiche oppressive come connesse dalla stessa matrice fascista degli stati, non sarà mai davvero lotta.
Finché la repressione sarà legge la rivolta sarà un dovere indispensabile, imprescindibile e indelegabile.

Con Fakir e tutte le persone uccise dallo stato, fuori e dentro le carceri e i cpr.

Alcunx arrabbiatx