Per Abrar, uccisa dal carcere di Trento

jarrar scultura

La scorsa domenica 24 maggio una prigioniera di 21 anni è stata ritrovata impiccata in una cella del carcere trentino di Spini di Gardolo. Soccorsa dalle guardie, a quel che sembra, soltanto dopo un’ora dalla scoperta, muore il giorno successivo all’Ospedale Santa Chiara. Immediata la reazione di compagni e compagne, che già nella serata di domenica fanno un primo saluto al carcere di Spini. Si saprà nei giorni successivi che la ragazza si chiamava Abrar Jarrar, era originaria del cremonese ed era stata trasferita dal carcere di Montorio Veronese. Una vicenda straziante, che per una volta sembra squarciare il velo di indifferenza sul carcere. Da parte nostra, siamo tornati altre due volte sotto il muro di Spini e abbiamo sollevato la vicenda in città, sia con un volantinaggio/speakeraggio a partire dalla via del Tribunale di sorveglianza effettuato giovedì, sia con uno striscione e interventi per Abrar al corteo contro la guerra chiamato dai sindacati di base in occasione dello sciopero generale di venerdì 29 maggio. Mentre la vicenda, per una volta, fa discutere di carcere in città, la madre di Abrar solleva pesanti interrogativi sulla versione ufficiale, dichiarando di non credere che la figlia si sia suicidata.

Seguiranno aggiornamenti.

Nell’immagine, una scultura realizzata da Abrar quand’era a Montorio.

Di seguito il volantino distribuito in città.

Il carcere di Spini ha ucciso una ragazza di 21 anni

non serve un dizionario per capire cos’è un penitenziario / è solo che non lo comprendo il vostro sistema carcerario / non è mancanza d’affetto che mi ha portato qui dentro / è solo che lo Stato non mi ha apprezzato / ci danno dei criminali abbiamo preso dagli sbirri infami / in 36 imputati ci hanno tutti inculati / il giudice vuole interrogarmi per infamarli / te lo dico chiaro preferisco amarli

[“Rich”, canzone scritta da Abrar Jarrar]

Domenica 24 maggio si è diffusa la notizia che una ragazza si era impiccata nel carcere di Spini di Gardolo. Già in serata trapelava che le sue condizioni fossero disperate e si parlava di “morte cerebrale”. Dal poco che hanno riportato i giornali nei giorni seguenti si sa che Abrar Jarrar avrebbe compiuto a breve 22 anni, che era stata trasferita a febbraio a Trento dal carcere di Verona, che proveniva dalla Lombardia, che le rimanevano da scontare cinque anni e che aveva iniziato a frequentare un corso di gelateria in carcere. I secondini fanno sapere che aveva manifestato «una certa indole ribelle» e che era attenzionata per la possibilità che tentasse il suicidio.

Il giorno prima la Casa Circondariale di Trento aveva ospitato un incontro del Festival dell’Economia con relatore in videoconferenza il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che nell’occasione ha avuto la faccia tosta di affermare che non esiste un «rapporto di causa-effetto» tra sovraffollamento e sucidi, rallegrandosi che i sucidi nel 2025 sono stati meno che nel 2024 (76 invece di 83).

Quello di domenica è almeno il 25esimo suicidio in carcere in Italia dall’inizio dell’anno e il secondo a Spini nel giro di cinque anni – le statistiche ufficiali, infatti, non contano chi muore in ospedale dopo un tentativo di suicidio.

Non sappiamo la dinamica esatta di quanto successo, ma tanti episodi simili degli anni scorsi e l’esperienza di chi in carcere ci è stato ci fanno concludere che, se è stata lei a mettersi il cappio al collo, è stato tutto il sistema carcerario a fabbricare la corda e a stringere il nodo.

Nel 2023 Indira – a cui avevano negato il trasferimento in un carcere più vicino alla famiglia – era stata lasciata morire dalle guardie, che hanno atteso prima di chiamare i soccorsi.

Ed è notorio che la magistratura di sorveglianza di Trento – che decide su permessi, riduzioni della pena, accesso alle misure alternative – nega sistematicamente ogni richiesta dei detenuti e delle detenute.

A Spini la percentuale di consumo di psicofarmaci è tra le più alte in Italia, sono frequentissimi gli atti di autolesionismo (quasi sempre quale forma di protesta) e come in tutte le carceri sono giornaliere le angherie e i soprusi dei secondini.

Ogni morto in carcere è un morto di carcere, la cui responsabilità è tutta di chi mette e tiene in carcere le persone: magistrati e secondini.

Nei giorni scorsi abbiamo portato solidarietà fuori dal carcere ai detenuti e alle detenute, per fare sapere la notizia di quanto accaduto alle sezioni dove non si sapeva e non far sentire solo/a chi invece ne era al corrente.

La risposta, sia al maschile che al femminile è stata calorosa, rendendo chiaro che per tanti reclusi la morte di una compagna di prigionia non passa come se niente fosse e che “solidarietà” è ancora una parola con un significato.

Ora portiamo la notizia in città e davanti al Tribunale di Sorveglianza, perché questo fatto non deve passare in silenzio come una “tragica fatalità” ma si deve sapere chi è responsabile di questa morte, come della sofferenza quotidiana che lo Stato elargisce dietro le mura di Spini.

29/05/26

Anarchiche e anarchici

Qui in pdf: Il carcere di Spini ha ucciso una ragazza di 21 anni MODIFICATO