Dal convegno di Viterbo. Introduzione. L’uso della categoria di “terrorismo”. Il caso Anan Yaeesh e la repressione dei palestinesi in Italia
Continuiamo a pubblicare gli interventi del convegno di Viterbo “Sabotiamo la guerra e la repressione” dello scorso 8 febbraio.
Qui i testi in pdf: viterbo-introduzione-terrorismo-yaeesh
Da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/category/materiali/
INTRODUZIONE:
SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE
Ringrazio innanzitutto tutti i presenti, sia ieri che oggi, per questa due giorni tenuta qui a Viterbo, che come avevamo definito già dall’inizio sarebbe stata una due giorni militante; sia il corteo che il che il convegno di oggi l’abbiamo definito militante perché l’aspetto militante era dato dalla radicalità dei contenuti con cui siamo stati in piazza ieri e con cui siamo oggi qua, noi rifuggiamo “l’estetica”, parlo dell’estetica dello scontro fine a se stesso, perché conosciamo bene, sappiamo che è esistito ed esiste quello che noi definiamo il riformismo armato, che significa? Significa il fare degli scontri, concordati o meno, qualche volta anche veri, però non nell’intento di attaccare e andare a distruggere questo sistema, ma per contrattare delle briciole con le varie istituzioni, nei municipi, votando questo, votando quell’altro. Esempi di questi scontri concordati e di questa “estetica dello scontro” ce ne sarebbero molti da fare.
Ripeto, di esempi se ne potrebbero fare molti, però uno paradigmatico è stato quando, anni addietro, durante la manifestazione contro l’espulsione di Ocalan, attuata dal governo di centro-sinistra, che portò all’assalto degli uffici della compagnia aerea turca (turkish airlines), un corteo internazionalista e antimperialista si è poi tramutato e rivelato al “servizio” di politiche di compromissione e “inciucio”.Tralascio ovviamente la fine fatta dal PKK, nonché del Rojava, su cui è meglio stendere un velo pietoso.
Perché lo definisco come riformismo armato? perché quello è stato l’esempio e chiaramente una nostra sconfitta, in cui tutta un’area di “Movimento”, su Roma, mi riferisco al Cortocircuito, alla Strada, eccetera, hanno da lì imbastito il loro posizionamento, ovvero sull’”estetica dello scontro”, in quel caso anche reale, fatto non per attaccare e distruggere lo Stato e il capitale, ma per andare poi a monetizzare o concretizzare e dire: vedi, noi possiamo fare questo però ci possiamo trovare una “soluzione”.
Noi rifuggiamo da questa logica, le nostre iniziative sono vere sia dal punto di vista dei contenuti che delle azioni; quando lo riteniamo opportuno, quando decidiamo noi i tempi e i modi e non lo facciamo decidere dal nemico, allora facciamo anche quello che serve e quello che va fatto.
Questo ci riporta all’ultimo esempio, noi affermiamo, a ragione, che siamo già nello stato di guerra e di polizia e l’esempio preciso è quello di Askatasuna. Askatasuna è stato sgomberato mentre era in corso un procedimento di cooptazione, di mediazione tra Askatasuna e il Comune di Torino. L’estate scorsa è stato sgomberato il Leoncavallo, un posto che non esprime conflittualità da oltre trent’anni, però è stato sgombrato ugualmente. E allora perché questi sgomberi ?
Le compatibilità sono saltate, il riformismo oggi non ha più spazio, non ha più senso. Oggi nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca della democrazia imperialista, o stai da una parte o dall’altra della barricata.
Questo è il senso fondamentale per cui il corteo di ieri noi lo definiamo militante, perché quello che nel corteo di ieri è stato riportato all’ordine del giorno, è che oggi o stai con la resistenza o stai con l’imperialismo e col sionismo, o stai per la distruzione delle carceri del 41 bis, o stai con lo Stato. Cioè non ci sono più le alternative. Oggi o ti schieri, o comunque se non ti schieri dalla parte dei padroni, stai comunque con lo Stato. Cioè chi non si schiera sta dall’altra parte della barricata. Allo stesso tempo anche il convegno di oggi è un convegno militante. Infatti, chi parlerà? Non ci saranno i professoroni o i professorini che vengono a fare la lezione, ma chi parla lo fa perché sta dentro le situazioni, sta dentro la classe, sta dentro il movimento e quindi porta il punto di vista proletario, una volta si sarebbe detto che “il rosso vince sull’esperto”. Allora ci piace riprendere questa frase, perché poi i vari professori a partire dagli anni ’60 in poi, tutto il ceto del ’68 eccetera, che fine ha fatto? Ricordo sempre che di Giordano Bruno ce n’è stato uno soltanto. Poi la maggior parte dei cosiddetti intellettuali, quando cambia il vento, ritorna tranquillamente nella sua classe, visto che la maggior parte di questi professori e professorini vengono dalla borghesia e fanno presto, una volta finito il vento rivoluzionario, a tornare nella propria casetta. Siamo già nello stato di guerra e di polizia, su questo bisogna essere molto chiari e attenti. Perché il problema, come dicevamo anche ieri al corteo, e come abbiamo ripetuto più e più volte, non è semplicemente il governo Meloni ma lo Stato imperialista in quanto tale.
Ridurre il tutto a nuovo fascismo, da cui il corollario già visto in altre occasioni, per cui per combattere il fascismo serve magari l’alleanza delle forze democratiche progressiste, quindi allearsi con la borghesia illuminata, è già stato un errore all’epoca del fascismo storico, figuriamoci oggi. Quindi il problema è che chi parla di fascistizzazione poi va ad un’azione politica che è compatibile con questo esistente. Noi diciamo invece che il problema non è il governo Meloni, perché se uno poi va a guardare tra i peggiori “decreti sicurezza” c’è Minniti nel 2017, poi Salvini per dire che dal punto di vista delle leggi securitarie parliamo di leggi bipartisan. Allo stesso modo, se andiamo a guardare sulle questioni riguardanti il mondo del lavoro, sappiamo bene come l’attacco principale alla classe è venuto dal cosiddetto centro-sinistra con i vari giuslavoristi che hanno al loro soldo paga allo stesso modo sulla questione dell’immigrazione i primi attacchi sono arrivati dalla Turco Napolitano; allo stesso modo nell’università, l’apripista è stata la riforma Berliguer del 2000, ben prima della Gelmini e compagnia cantante. Come diciamo nel nostro slogan, Conte, Draghi e Giorgia Meloni, tutti governi dei padroni.
Questo è il punto fondamentale: tutti i governi sono governi dei padroni e quindi che il problema non è il singolo personaggio che sta in quel momento a Palazzo Chigi, ma lo Stato inteso in quanto tale, proprio come Stato imperialista delle multinazionali, che risponde appunto ad un’articolazione internazionale del sistema imperialistico. E per cui quando noi affrontiamo la nostra borghesia, affrontiamo non soltanto la borghesia locale, ma una borghesia locale che è incistata dentro quello che è l’ordine mondiale e l’imperialismo a tutto campo.
Quello che fa il governo Meloni in Italia lo fa il governo Merz in Germania, lo il governo laburista di Starmer in Inghilterra, lo fa il governo Macron in Francia, governo liberale; è tutto il sistema dell’imperialismo obbligato a fare queste scelte, nel senso che anche i padroni non hanno “la loro libertà di scelta”, ma sono obbligati da quella che è la crisi del capitale, dalla crisi di valorizzazione, a intraprendere una determinata strada, che è quella che ci troviamo di fronte. Come detto non siamo più nella tendenza alla guerra, siamo nella guerra conclamata ormai da tempo, da un lato il conflitto in Ucraina in cui all’espansione della NATO non poteva non “corrispondere” la risposta della Russia, in un conflitto dovuto alle spinte imperialistiche egemoniche dell’Occidente che si scontra con l’imperialismo contrapposto, dall’altra parte la Resistenza Palestinese che si scontra con l’entità sionista cane da guardia dell’imperialismo occidentale e su questo ci saranno interventi appositi.
Ma queste sono i due aspetti più eclatanti, perché poi il capitale oggi comporta tutta un’altra serie di guerre, magari meno conosciute, che vanno dal Sud Sudan al Congo, a quello che è successo in Venezuela con il blitz a Caracas del 3 gennaio e la cattura di Maduro, esemplificazione di come oggi funziona l’imperialismo, per arrivare a un fatto meno conosciuto al Somaliland, che rientra in una fase di disgregazione degli Stati del Corno d’Africa. Somaliland che guarda caso è riconosciuto dall’entità sionista, perché in quel caso Israele ha dei forti interessi a intervenire in quella regione, dove tra l’altro contrasterebbe il sostegno che Ansar Allah porta alla Resistenza Palestinese.
La questione del Corno d’Africa rientra tra tutte le guerre che il capitale porta avanti, perché costretto dalla sua crisi a andare questa situazione di guerra conclamata, perché oggi sono in discussione tutta una serie di equilibri, perché il capitale, per sua la propria natura non è stabile, al contrario, necessita di continui aggiustamenti, ammodernamenti e rivoluzionamenti, perché non è impostato per essere un qualcosa di tranquillo e pacifico, come si immaginano e come ci vorrebbero raccontare i nostri intellettuali al servizio dei padroni, ma nasce sul sangue, sulla morte, sullo sfruttamento, sullo schiacciamento dei proletari.
Questo è il quadro fondamentale su cui noi ci basiamo. L’imperialismo è il sistema unico, ma non unitario dell’attuale fase capitalista, lo Stato italiano e i nostri padroni fanno parte della catena imperialista occidentale, Unione Europea, NATO, con il “capobastone” U.S.A. Riteniamo che per opporsi a questo sistema oggi meno che mai non va fatto nessun passo indietro. Riteniamo che va rilanciato assolutamente il discorso di insubordinazione rispetto a quello che il nemico ci prospetta. Oggi non è più il tempo di stare con la Palestina a livello umanitario, ma se uno vuole stare con la Palestina deve essere solo e soltanto incondizionatamente con la Resistenza Palestinese in tutti i suoi aspetti. Un altro punto importante rispetto a questo è la solidarietà internazionale e internazionalista. Lo abbiamo visto nel processo “farsa”, perché dal punto di vista giuridico non sarebbe dovuto nemmeno esistere, ad Anan, Ali e Mansour che si è concluso, e non poteva non concludersi, viste le premesse, con la condanna a di Anan.
Se non fosse stata per la solidarietà militante espressa dal movimento a sostegno della resistenza palestinese a L’Aquila e non solo, sarebbe andata molto peggio. Allo stesso modo, noi riteniamo che sarà importante partecipare ai prossimi appuntamenti: il 21 sotto il carcere di Melfi per Anan, il primo marzo sotto il carcere di Terni dove è stato portato Hannoun (nell’altra operazione fatta dalla dalla polizia italiana, anche qui in accordo con l’entità sionista contro la resistenza palestinese) il 10 di marzo a Campobasso, dove ci sarà un’altra udienza per Ahmad Salem.
Occorre, ripeto, non fare nessun passo indietro, rilanciare l’insubordinazione a quello che ci mettono di fronte i padroni, prendere esempio, l’abbiamo detto più volte, dalla Palestina. La Palestina ci insegna che solo la resistenza può, nonostante tutto, mettere i bastoni fra le ruote dell’imperialismo, e questo va fatto. Se noi siamo coerenti, va fatto anche qui.
Alcune parole d’ordine che abbiamo usato ieri e che usiamo oggi debbano tornare a far parte di quello che è il patrimonio del cosiddetto movimento, che invece alcuni termini, come imperialismo, lo ha da tempo dimenticato. Perché come abbiamo detto e come ripetiamo, se si parla di imperialismo si deve essere conseguenti rispetto a quello che si dice e a quello che si fa.
Un’ultima cosa e chiudo, ieri nel nostro ricordo di Massimo avevamo esposto quelle poche parole. Massimo era un amico, un compagno. Abbiamo voluto chiudere il corteo con l’omaggio a questo nostro compagno mettendo alcune frasi che sono tratte da un suo pezzo: “unire le forze, annientare l’oppressione, unità d’azione e rivoluzione”.
Auspico e spero che da questo convegno possa nascere un qualcosa di più. L’auspicio è che proviamo, come cantava Massimo, a unire le forze, unire le forze rivoluzionarie, perché mentre il nemico oggi è organizzato e ci attacca a piè sospinto, dalla nostra parte, e non parlo chiaramente dei sinistrorsi, dei pacifinti e di quella brutta la marmaglia che conosciamo bene, dalla nostra parte non c’è l’organizzazione necessaria per rispondere in modo efficace al nemico di classe.
In conclusione riteniamo come opzione minima mettere sul tappeto un discorso di unità d’azione tra rivoluzionari.
Innanzitutto, ciao a tutti e tutte e grazie mille per avermi dato la possibilità di partecipare a questo convegno che credo sia fondamentale. E’ il primo momento e la prima e fondamentale possibilità di confronto in questa“nuovo” contesto ricco di sviluppi in cui viviamo. Sviluppi non sempre incoraggianti e che richiedono una riflessione ed uno spazio di analisi adeguati per provare ad interrogarsi sul come rapportarsi alle varie trasformazioni a cui stiamo assistendo, che siano esse a livello nazionale, internazionale o transnazionale. Assistiamo ad un insieme di decisioni politiche e potenzialmente anche ad una possibile riorganizzazione geopolitica nelle varie regioni del mondo, che ha effetto anche all’interno (in Italia) dove si rende evidente con l’introduzione di nuove misure repressive che sono completamente in linea con quanto accade anche nel resto d’Europa e nel resto del cosiddetto nord globale.
Questo è il primo momento di riflessione che avviene in questo mondo complesso su cui riflettere collettivamente: domandarci cosa avviene in questo nuovo contesto può permetterci di capire come muoverci da adesso in poi. E’ fondamentale che si trovi il modo di fare queste riflessioni e trovare la forza di agire, oltre che di portare avanti questa analisi e questa riflessione, perché è essenziale non lasciarsi spaventare da queste “nuove” forme repressive che di fatto manifestano proprio la crisi del sistema e che dobbiamo interpretare come tali. Dobbiamo quindi costruire su quanto accade, sulla frammentazione e sulla debolezza di fronte ad un sistema che volge al suo culmine nonostante queste manifestazioni di potere “violento” che continua a produrre, e riflettere, costruire e autorganizzarci per attaccare la debolezza del potere che si sgretola e costruire su queste debolezze
L’uso della categoria “terrorismo” applicata alla resistenza palestinese
di Mjriam Abu Samra
Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia al ragionamento
Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia.
E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi.
Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro.
Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i “popoli del terzo mondo”.
Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli Stati Uniti.
Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che fosse concordata tra tutti i presenti.
L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo globale. Perché?
Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa. Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo.
Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo?
Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi, anche in Europa e in Italia.
Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi.
Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica, come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo di strutture di potere e il linguaggio che le legittima.
Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori.
Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere all’interno delle società occidentali.
Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo.
Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas, per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale, per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come appunto dicevo prima, universali.
Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina, ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri, ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato, possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria.
E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica, che spinga le masse al cambiamento.
Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia.
Palestina- Repressione e il caso di Anan Yaeesh
Buongiorno a tutti. Questo intervento è, diciamo, uno dei primi interventi, ma immagino che diversi elementi poi ritorneranno in altri interventi successivi, tratta della campagna di repressione che è stata indirizzata verso i palestinesi presenti in Italia, che è andata poi di pari passo anche con la campagna di repressione verso il movimento di solidarietà in Italia. Per cui immagino che un po’ tutti si siano imbattuti nel caso di AnanYaeesh, ed è un caso abbastanza emblematico perché ha origine, come molti sapranno, agli inizi del 2024. Questo processo non nasce, o almeno ufficialmente, come un’inchiesta italiana, ma è una risposta italiana a una richiesta inoltrata da parte di Israele. Che ha avuto luogo intorno a fine 2023, quindi su l’onda della campagna mediatica alla quale abbiamo tutti assistito, che è andata avanti per diversi mesi dopo l’ottobre del 2023.
Con questa campagna mediatica si è tentato di demonizzare, per quanto possibile, la questione palestinese e i palestinesi, evidentemente ritenendo che vi fosse in quel lasso o in quella fase un’opinione pubblica permeabile a questa campagna mediatica se Israele ha deciso di inoltrare una lista ad una serie di paesi europei delle richieste di estradizione per dei palestinesi, presenti in più paesi. Sappiamo per certo che sono state diverse le richieste di estradizione, che quindi non si sono limitate a quella di Anan in Italia, che hanno avuto più o meno seguito. Ce n’è una in Francia per un altro palestinese, sempre della Cisgiordania, con sostanzialmente le stesse accuse, si trova tutt’ora nelle carceri francesi e appunto, questa richiesta di estradizione qui per l’Italia siamo riusciti, come dire, a intercettarla relativamente presto, quindi in un paio di giorni, e l’impressione netta che abbiamo avuto è stata quella di un tentativo di creare un precedente, una sorta di apripista che potesse essere utile nelle fasi successive. Sappiamo bene e molti sapranno che sono diverse le realtà anche associative palestinesi presenti in Italia, che hanno subito nel corso degli anni diverse inchieste e richieste israeliane con invii di documentazione da parte di Israele, cioè uno dei casi che abbiamo tutti quanti visto nel corso delle ultime settimane è la cosiddetta, o almeno così ribattezzata mediaticamente, cellula di Hamas in Italia. Per esempio, su quell’associazione già vi era una campagna che andava avanti da diversi anni, con quasi vent’anni di inchieste e indagini italiane che in realtà non hanno portato a nulla. E nel corso degli ultimi tre anni una serie di azioni repressive, anche indirette, che hanno portato a bloccarli in un certo senso il lavoro, per cui andando a dare fogli di via e conti correnti bloccati etc, per cui la netta impressione, già dal primo momento è che questo caso, quello dell’Aquila, volesse essere una sorta di apripista, poi per una fase successiva Anan Yaeesh si trovava appunto in una città piccola come L’Aquila, relativamente, come dire, isolato, quindi non all’interno di un contesto un po’ più ampio come quelli che vi sono in altre zone d’Italia in cui ci sta un maggiore presenza sia palestinese, ma anche di realtà politiche e sociali attive sul territorio italiane e per cui diciamo che questo è stato un precedente, non è stata sicuramente la prima richiesta di estradizione avanzata dall’Italia da Israele verso l’Italia, però è stata sicuramente la prima nei confronti di un palestinese che ha trovato un via libera da parte del governo perché segue un doppio passaggio, per cui una richiesta di estradizione arriva al governo che decide se darvi seguito o meno. Quindi se passarla sul piano giudiziario o meno. E in questo caso si è fatta questa scelta per cui un tribunale italiano è stato chiamato a rispondere su sull’estradabilità di un palestinese in pieno genocidio e fortunatamente si è riusciti a sventare questa possibilità, portando avanti una serie di motivazioni politiche, per cui andando a sottolineare da un lato l’illegittimità di tutto quanto questo impianto accusatorio israeliano, andando a sottolineare anche l’aspetto che il diretto interessato dalla richiesta di estradizione avrebbe molto probabilmente, se non sicuramente, si sarebbe trovato a rischio, avrebbe trovato rischi per la sua vita nella detenzione in Israele. Fin dal primo momento si è capito qual è stata l’impostazione italiana in questo caso, tant’è che in sede di udienza si è provato anche a forzare alcuni passaggi.
L’impianto difensivo, appunto, era basato su ciò che questi punti hanno tentato di forzare, capito che ormai arrivato il caso all’opinione pubblica, essendoci state diverse mobilitazioni, era ormai difficile portare avanti questa estradizione. Per cui hanno chiesto che non venisse estradato, non perché avrebbe rischiato torture o la vita nelle carceri israeliane, ma perché c’è articolo 11 della Convenzione europea per l’estradizione che dice che se sei indagato o sotto processo per il medesimo reato nel paese dal quale dovresti essere estradato, puoi essere non estradato per essere processato lì. Una sorta di piccolo trucco, una manovra per evitare che un tribunale italiano condannasse le pratiche repressive israeliane in Palestina e il trattamento riservato ai prigionieri politici. Da qui nasce l’inchiesta italiana, quindi viene messo in piedi questo impianto accusatorio verso Anan e vengono coinvolti altri due palestinesi residenti a L’Aquila o in Abruzzo, il cui ruolo in realtà è sostanzialmente solo quello di essere coinquilini. Questo processo inizia ad aprile dell’anno scorso. Questo processo si basa su o voleva basarsi su una serie di documenti arrivati da Israele, tra i quali verbali di interrogatori israeliani nei confronti di prigionieri palestinesi. Fortunatamente o non fortunatamente hanno provato fino all’ultimo a forzare e a farli confluire all’interno del fascicolo di dibattimento, ma sono stati esclusi, quindi tutto quanto questo materiale è stato escluso, però allo stesso tempo il tribunale o la Corte dell’Aquila, con un processo in corte d’assise, ha provato in tutti i modi a bloccare e a disarmare la difesa da quegli strumenti di cui si voleva dotare per far valere le ragioni non solo di Anan, Ali, Mansour, ma anche le ragioni politiche della loro causa, per cui andando a depennare decine di testimoni dalla lista testi che era stata preparata dalla difesa per riuscire a dare un contesto a ciò che gli veniva contestato. Il processo, come avete visto, è andato avanti per diversi mesi, con diversi colpi di scena. L’ambasciatore israeliano in Italia chiamato a testimoniare, poi non ha testimoniato lui, ma ha fatto testimoniare un funzionario che è un ufficiale di collegamento israeliano con i paesi del Sud, sud-ovest europeo.
E in tutto questo ciò che viene contestato ai tre è l’associazione con finalità di terrorismo. Su questo la linea difensiva è sempre stata chiara, ossia non si va a ad adottare quell’impostazione per la quale si sostiene solo l’innocenza dei tre, ma si va a portare avanti un’impostazione di rottura. Innanzitutto, il primo piano è quello, anche politico, di legittimità della resistenza in Palestina. Ossia la il fatto che sia legittimo per un popolo sotto occupazione da decenni, sotto un’occupazione militare che tra l’altro è condannata anche dallo stesso diritto internazionale, un elemento completamente legittimo che va riconosciuto e che non può costituire, per la difesa, un elemento sul quale portare avanti una condanna come anche sull’altro fronte, andando a smontare diversi aspetti dell’impianto accusatorio. Fortunatamente questa impostazione ha portato dei frutti nel corso dei ricorsi alle misure cautelari che sono arrivati fino in Cassazione, dove appunto nel luglio del 2024 la Cassazione è stata obbligata a rispondere a una serie di quesiti posti dalla difesa arrivando ad un annullamento con rinvio per due dei tre, riconoscendo, seppur implicitamente, che una resistenza e anche il ricorso alle armi contro un’occupazione militare è legittimo addirittura per lo stesso Diritto internazionale: uno dei tre, Anan, è rimasto in carcere perché il diritto internazionale, che lo ricordiamo, è sostanzialmente la sintesi di quanto accordato a tavolino, tra le grandi potenze coloniali, a seguito o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, comunque riconosce o pone una serie di limiti riconosciuti anche dalla Cassazione nella sentenza relativa al ricorso per le misure cautelari e il coinvolgimento di terzi estranei al conflitto, ossia civili, per cui il processo da quel momento in poi si è sviluppato tutto su la questione dei coloni e delle colonie e degli insediamenti che per il diritto internazionale, purtroppo, nonostante siano dei gruppi paramilitari armati che portano avanti un lavoro fianco a fianco insieme all’esercito di occupazione, quelli anche per il diritto internazionale, vengono riconosciuti come civili, per cui un primo punto è stato quello di portare anche in aula e all’interno del fascicolo di dibattimento quello che sono realmente i coloni israeliani, quello che è effettivamente l’operato di questi gruppi paramilitari che a nostro avviso non vanno posti sullo stesso piano, per intenderci, della signora che porta il bambino al parco, per cui quindi si è sviluppato il dibattimento su questo binario.
Si è arrivati alla sentenza di primo grado qualche settimana fa con due assoluzioni su tre, cioè veniva contestato ai 3 il 270 bis e la pena minima per Hanan era di 7 anni, una pena che andava dai 7 ai 14 anni, è stato invece condannato a 5 anni e sei mesi. Quindi il minimo della pena e gli sono state riconosciute le attenuanti generiche. Però, per quanto riguarda lui in prima persona, perché l’ha chiarito in maniera chiara e a più riprese, che questo processo essendo un processo politico, andava reso politico e noto e continuare in appello, ma non tanto perché si confida, in questo sistema di giustizia, ma più che altro per evitare che nasca effettivamente un precedente. Si ha comunque una condanna per un palestinese per appoggio a un fenomeno legittimo per lo stesso diritto internazionale che ha tutta quanta una serie di limiti, per cui è un ragionamento che viene fatto anche partendo da dei presupposti, passatemi il termine, “tattici“, per riuscire anche a conservare, a preservare quello che è il margine di lavoro che si ha qui in Italia. Quindi si avrà nei prossimi mesi notizia di quando ci sarà appunto il processo in appello. E prendo qualche minuto in più per toccare o affrontare anche qualche altro caso simile al quale abbiamo assistito qui in Italia, uno che ha fatto molto scalpore di qualche mese fa è quello del dell’imam di Torino, di san Salvario, Shahin, e secondo noi è importante menzionarlo e parlarne non solamente nei termini con i quali se n’è parlato sulla stampa e da parte anche, diciamo, di alcuni settori del campo largo e del centrosinistra, secondo noi invece è un precedente molto pericoloso, non tanto per i motivi che in molti hanno rivendicato, ma perché rappresenta un passo verso una strategia volta a neutralizzare un fenomeno che si è reso sempre più palese nel corso degli ultimi anni: abbiamo qui in Italia centinaia di migliaia di arabi, la comunità araba in Italia è molto grande, la provenienza è prevalentemente dai paesi del Nord Africa. Però abbiamo visto comunque una grande partecipazione non soltanto alle mobilitazioni politiche che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi anni, ossia tutta quanta la mobilitazione sulla Palestina, ma anche un coinvolgimento diretto all’interno di una serie di lotte. Lo vediamo anche, per esempio, con la logistica, per esempio, per cui, a nostro avviso, diciamo che questo caso rientra all’interno di questa logica, la logica del riuscire a neutralizzare quella componente e escluderla, portando avanti questa azione repressiva dal coinvolgimento all’interno anche delle lotte sociali in Italia. Il caso specifico dell’imam Shahin, per chi ha letto i documenti, in realtà non ha detto nulla di che, non ha neanche in realtà rivendicato il 7 ottobre, come alcuni hanno sostenuto, si è espresso dicendo che andava inquadrato all’interno del suo contesto storico. È un sincero democratico che ha tradotto la Costituzione italiana in lingua araba, per cui è il “moderato tra i moderati” e la scelta di individuare quel personaggio come vittima di quell’azione repressiva, probabilmente è stato dettato da due elementi:
il fatto che fosse appunto un imam di Torino, quindi una figura riconosciuta anche dalla comunità musulmana di Torino. In secondo luogo sostanzialmente, per le sue posizioni democratiche, per cui se viene colpito lui con un’azione repressiva di questo genere, figuratevi chi decide di adottare una posizione più conflittuale, questa è stata più o meno la nostra lettura di questo caso.
Per ultimo, l’ultimo elemento a cui mi voglio ricollegare e poi vado a conclusione è il processo appunto di Campobasso. E un brevissimo accenno a quello di Genova.
Su quello di Campobasso abbiamo visto appunto l’introduzione di una serie di nuove misure repressive. Il processo di Campobasso nei confronti di un palestinese a cui viene contestato il 270 quinques che, se ricordate, è questo nuovo reato introdotto ad aprile scorso con il DL sicurezza ex DDL 1660. Ed è quello noto, come “terrorismo della parola”, per cui è la detenzione di materiale utile all’autoaddestramento in sintesi. È stato il primo utilizzo di questo articolo, di questo nuovo reato introdotto, per cui vediamo come viene poi sostanzialmente utilizzato, cioè come si porti avanti questa sperimentazione anche su questo piano e su questo campo la prossima udienza, come si è già detto, si terrà il 10 marzo a Campobasso, per cui invitiamo tutti a seguire i prossimi aggiornamenti che ci saranno ed eventualmente, laddove possibile, partecipare anche per portare solidarietà ad Ahmad.
E ultimo elemento al quale mi vorrei ricollegare è quello di Genova. Su Genova abbiamo visto la portata in termini mediatici. Quel caso, cioè, che portata ha avuto processo di Genova che deve ancora iniziare.
Per il momento c’è stato il riesame che ha annullato le misure cautelari per tre su 7, rimangono quattro in carcere. Gli indagati in realtà sono molti di più ed è un precedente pericoloso. Ha avuto due elementi che l’hanno contraddistinto. Il primo è la grande mediaticizzazione e a nostro avviso, avvenuto specie dopo le grandi mobilitazioni che abbiamo visto nel corso dei mesi precedenti, arrivando a quella di inizio ottobre che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza ed è stata forse una delle più grandi manifestazioni degli ultimi degli ultimi anni, per cui c’è un elemento che effettivamente fa paura. Questo elemento è la politicizzazione anche di quella mobilitazione per cui immaginiamo si sia o che abbiano voluto, marcare sul nascere. E per politicizzazione non intendo necessariamente degli slogan legati alla rivendicazione di determinati elementi, ma già semplicemente il fatto che venga fatto un discorso più diretto. Si parlava di termini che sembravano fino a qualche tempo fa ormai anacronistici, e si è comunque, nel corso di questi ultimi mesi, riusciti a pian piano ricollegare non soltanto quelle che sono le responsabilità dell’Italia rispetto a quanto accade in Palestina, ma a riuscire a portare avanti un discorso anche più articolato in questo senso, per cui la grande mediaticizzazione di questo caso probabilmente ha avuto come scopo di portare avanti anche una demonizzazione utile a criminalizzare tutto quanto questo movimento di solidarietà da un lato, e il secondo è l’inconsistenza di tutto quanto l’impianto accusatorio, cioè ci sono delle associazioni che vengono individuate come legate a Hamas che vengono menzionate all’interno appunto (per chi ha letta) della documentazione, che è stata pure pubblicata su Internet e riportata in quella della DNA: una di queste associazioni, per esempio, ha ricevuto dei fondi dalla USAID statunitense, per darvi un’idea, per cui questo dà l’idea di quanto sia tutto molto grottesco. E che appunto quest’operazione, al di là delle considerazioni che si possono fare sul merito e che sicuramente condividiamo, è una scelta sostanzialmente politica, che è quella di procedere in questo senso: è volta a stroncare quanto rimane di mobilitazione sulla Palestina e anche, indirettamente, sugli altri temi sociali qui in Italia.
Se avete fatto caso, dopo l’inchiesta di Genova, i primi a dissociarsi e condannare sono stati gli stessi che hanno provato ad inserirsi nel corso degli ultimi mesi all’interno della mobilitazioni per la Palestina, per riuscire a ritagliarsi un minimo di quell’appoggio di sostegno popolare che hanno completamente perso perché sostanzialmente smascherati dalle posizioni alle quali si sono attenuti nel corso degli ultimi anni. Per cui questo per noi è un elemento sul quale portare avanti un lavoro, quello anti-repressivo, che a nostro avviso non deve essere fine a se stesso o isolato, va inserito all’interno di un piano o di un discorso più ampio che viene portato avanti, che va a collegare anche altri temi. Per questo anche ci tenevamo a sottolineare il caso di dell’Imam di Torino. Per esempio, perché ci dà un’idea di quella che è la tendenza.
