Così è, anche se non vi pare

Riceviamo e pubblichiamo questa chiara ed articolata posizione contro il progetto “Askatasuna bene comune”:

Così è, anche se non vi pare

Qui il testo in formato opuscolo:

DOC-20240215-WA0001

Che si trattasse di un passaggio significativo e delicato lo si evince immediatamente dal comunicato scelto dal (fu) centro sociale autogestito Askatasuna per spiegare pubblicamente le ragioni di accettare la trasformazione dello stabile di corso Regina 47 in un bene comune, in coprogettazione con il Comune.

Come spiegare altrimenti il Così è, se vi pare del titolo, con cui si risponde, e con una certa perentorietà peraltro, a critiche che non hanno ancora visto la luce?

Ci sentiamo di poter condividere con i militanti antagonisti giusto l’importanza e la significatività di questo passaggio. Un termine che utilizziamo scientemente. Non crediamo infatti che quanto accaduto debba essere descritto come un voltafaccia e ancor meno un tradimento, ma vada guardato come un cambiamento, dirimente, i cui presupposti vengono però da lontano. E la cui portata consente probabilmente di osservarli con maggiore chiarezza che in passato.

Tra Sun Tzu e Foucault

Al centro di questa vicenda non c’è la pratica dell’occupazione o la retorica sugli spazi liberati.

Il quadro tratteggiato dai militanti di Askatasuna dopo gli accordi con il Partito Democratico vuole mostrare infatti il mondo dei padroni diviso in due: da una parte Magistratura, Questura e Governo raffigurati come le forze della Repressione, e dall’altra chi governa questa città presentato come disposto al dialogo, a garantire una certa agibilità politica e a porre così un freno alla spirale repressiva. È persino stato detto, durante un’apologetica diretta radiofonica, che il Comune avrebbe giustamente di meglio da fare che occuparsi di Aska. Dichiarazioni fuor di logica, visto che invece di non occuparsene, ora debba proprio farlo, e insieme a loro. Poi che altro dovrebbe fare di grazia l’amministrazione cittadina secondo costoro? L’agenda pubblica della sala rossa la conosciamo bene e non sembra di buon gusto l’augurio a un buon lavoro. Promuovere l’idea che la repressione consista soltanto nei manganelli della polizia o nelle carte imbrattate dagli uomini di tribunale è di una miopia, o di un’interessata strumentalità, tali da risultare perlomeno irresponsabile.

Quando con una mano le autorità tracciano un solco sulla base di concetti come legalità, dialogo con le istituzioni e non violenza, con l’altra si ha modo di calare con più agio i manganelli – reali o simbolici – su chi è rimasto, volente o nolente, dall’altra parte. Se per comprendere la strategia del dividi et impera non è certo necessario aver letto Sun-Tzu, similmente non è necessario un dottorato su Foucault per sapere che il potere e la riproduzione di quest’organizzazione sociale non si fondano soltanto sulla sfera punitiva, ma anche e soprattutto sulla capacità di costruire, su quel solco, categorie e immaginari portatori di pace sociale. Un tempo si chiamava recupero, ora rimaniamo in attesa di quale magia terminologica esca dal dizionario neo-militante.

Farsi portavoce dell’ipotesi secondo cui per respingere l’urto repressivo non resti che accettare un piatto di lenticchie dai padroni della città, significa oscurare il fatto che la repressione è la normalità statale che avanza, che nel suo procedere peggiora le condizioni di vita generali e tenta di soffocare qualsiasi tentativo di resistenza. Significa dimenticare che per farla retrocedere, o per lo meno porvi un freno, non si possono certo stringere accordi privati ma tentare di mettersi di traverso su un piano conflittuale, fuori dalla stanza dei bottoni in cui per mesi alcuni dialoganti hanno fatto avanti e indietro. Piuttosto che un freno alla repressione questo accordo rischia di rendere ancor più fragili i già deboli conflitti sociali, che se nella pratica sono al lumicino, rischiano così di sparire anche dall’immaginario.

Di beni comuni e servizi comunali

Tanto più che ciò che si è ottenuto non è in alcun modo un obiettivo desiderabile. Nella sostanza come nella strada intrapresa per raggiungerla.

Lottare per soddisfare i propri bisogni e desideri autorganizzandosi tra uomini e donne che vivono gli stessi problemi e le stesse tensioni, è una prospettiva tanto importante quanto sideralmente lontana da quella perseguita attraverso Askabenecomune.

Da un lato ci si batte per raggiungere determinati obiettivi e per imparare a farlo in un certo modo, in autonomia. Imparare che è possibile sconfiggere il senso di impotenza incontrandosi, organizzandosi e lottando dal basso, basandosi sulle proprie forze, sulle relazioni che si creano e sul sentimento di solidarietà che emerge nel farlo. Aspetti che non sono accessori in un’esperienza di lotta, a cui occorre dedicare la stessa energia e attribuire la stessa importanza degli obiettivi concreti che una lotta si pone. Nella prospettiva che, specie in un’epoca come questa, strappare qualcosa alla controparte richiederà conflitti in grado di produrre anche delle profonde rotture nella normalità delle vite di chi vi partecipa, compagni compresi, naturalmente. E sarebbe questo uno dei risultati più preziosi del conflitto. Col crescere e diffondersi del sentimento che padroni e governanti sono nemici, che la loro parola è sempre falsa, e che tutto ciò che cedono è strappato dalla forza o dalla paura della forza di chi lotta, ciò che si ottiene può stimolare ulteriori desideri e pretese in chi si è battuto.

Questi i beni comuni da alimentare e di cui prendersi cura se si ha nel cuore un mondo che sorga sulle rovine del capitalismo. Non certo quelli che si barattano al mercato di Palazzo di Città.

Perché di un misero baratto si tratta. Nonostante i patetici tentativi di dargli una qualche ritinteggiata di conflitto vertenziale. Se gatto vuol dire ancora gatto, vertenza è la forza di una lotta che pone un obiettivo che la controparte si ritrova a dover accettare suo malgrado, non il contrario.

Nella triste vicenda torinese, l’autorganizzazione dei bisogni attraverso la via del conflitto e del mutuo soccorso scompare e si diventa meri erogatori di servizi. Non si tenta più di rompere l’isolamento sociale feroce che permette ai padroni di dormire sonni tranquilli, ma ci si rapporta nel migliore dei casi con degli utenti, accettando di offrire loro un servizio e riempire i vuoti prodotti dalla fine del modello welfaristico.

Di certo non è un’esperienza inedita tanto all’estero, quanto in Italia. Basti pensare ai centri sociali napoletani e il proficuo rapporto intrapreso con l’amministrazione partenopea a partire da De Magistris. L’ex sindaco offrendo rassicurazioni contro lo sgombero e, ottenuto il sostegno dei centri sociali, ha potuto più agevolmente diffondere l’immagine dell’Anomalia-Napoli città accogliente verso tutti, a dispetto del pugno di ferro mostrato contro venditori abusivi, rom e altre categorie inadatte a comparire in primo piano su una cartolina turistica. I militanti oltre a sostenere in campagna elettorale l’ex magistrato, hanno pensato bene di aiutare materialmente la Giunta ad affrontare problemi sempre più assillanti per la stessa, specie in tempi di spending review. Abbandonando qualsiasi critica teorico-pratica e con esse il terreno ormai antiquato del conflitto, il carrozzone pro De Magistris ha infatti destinato una parte degli spazi, da questo garantiti, alla fornitura di servizi e prestazioni – come l’accoglienza, la formazione linguistica, l’assistenza sanitaria e l’attività culturale–. Nessuna velleità di farla finita con il capitalismo e nemmeno di contrastarne l’avanzata, ma l’idea di poter partecipare alla sua ristrutturazione, fornendo un’assistenza tout-court ad alcune categorie svantaggiate di persone e contribuendo in questo modo a ridefinire i contorni dell’esclusione sociale.

Tornando all’ombra della Mole, che i militanti di corso Regina presentino questa erogazione di servizi come il punto conclusivo di un percorso iniziato 27 anni fa e volto a costruire esperienze di lotte ed autorganizzazione attorno alla sfera dei bisogni, non sappiamo se sia più comico o tragico. Come del resto il fatto che l’unica preoccupazione che emerga dalle loro parole sia quella che i lavori di ristrutturazione procedano velocemente e senza intoppi.

Tra storia e memoria

Non siamo certo i soli a ravvisare la distanza abissale che separa un’esperienza di conflitto e autorganizzazione da quella che è invece una trattativa con le autorità, portatrice solo di pace sociale.

Leggiamo infatti cosa si scriveva qualche anno fa a proposito del precedente tentativo Cavallerizzabenecomune:

«(…)Chi fra gli occupanti si è assunto questo compito di mediatore, al meglio è stato l’utile idiota degli interessi dei potenti di questa città, al peggio ne ha facilitato in mala fede i piani.
Difficilmente crediamo che dopo la “messa in sicurezza” ci sarà spazio per una gestione della Cavallerizza fuori dalle logiche di profitto, e difficilmente verranno concessi spazi a dimensioni di autogestione se non al prezzo di pesantissimi legacci. Questo lo pensiamo non per presunzione ideologica nel rifiutare qualsiasi mediazione, ma perché questa per avere dei risultati reali sarebbe dovuta essere frutto di una reale resistenza e indisponibilità verso le controparti in gioco. Spacciare per vittoria, o come un salvataggio in extremis un esito di questo tipo significa mentire a se stessi e alla storia

Vedi qui:

Sgombero Cavallerizza_ tra resistenza e promesse irrealizzabili_

Verrebbe da dire che chi non ha memoria non ha futuro, considerando che la dura critica espressa nei confronti dei cavallerizzi veniva proprio dai militanti di Askatasuna, nel loro blog Infoaut. A noi sembra inoltre la riprova, l’ennesima, che per i sostenitori di una certa prospettiva politica, la storia sia uguale per tutti ma forse per qualcuno sia più uguale…

Noi che alla storia modificata a piacimento, preferiamo la memoria, non possiamo fare a meno ora di tracciare una piccola e non esaustiva parabola di questi ultimi anni del discorso e dei rapporti tra l’Autonomia torinese e le amministrazioni comunali. Nel 2016, quando Chiara Appendino divenne sindaca per il Movimento 5 Stelle, vicenda che suggellò la fine del decennio più conflittuale in Val di Susa, un folto presidio No Tav si radunò a festeggiare sotto al Palazzo di Città, tra cui molti figuri vicini se non interni all’allora CSOA. Infoaut chiosò il suo editoriale con queste parole sia contro il Pd, sia contro chi criticava la svolta presa dall’opposizione contro la Torino-Lione:

Insomma, ora che iniziamo a intravedere il cadavere del nostro nemico, diamoci forte a bastonare il cane che affoga. Per un attimo, però, concediamoci una battuta. Chi non ha gioito per le facce livorose e sconfitte dei Fassino, degli Esposito e del ceto politico dell’italica sinistra, o non sa cos’è la gioia, o è un nemico di classe.”

Vedi qui:

Quando intravediamo il cadavere del nemico

Una frase che, per inciso, sembra l’esatto copia e incolla di quanto scritto nel comunicato n.2 di Askabenecomune, Così è, ci pare. Qui l’accordo con il Partito Democratico è presentato addirittura come una medaglia da appuntarsi al petto, visto che nella diatriba interna agli apparati di potere e agli schieramenti politici qualche sindacato di polizia vorrebbe una coprogettazione diversa per lo stabile di corso Regina 47.

Ma torniamo brevemente al 2016. Il Partito Democratico, il Partito del Tav, era allora descritto come nemico pubblico numero 1 e la nuova compagine pentastellata al governo torinese da salutare invece con gioia. Compagine che si è sicuramente meritata queste manifestazioni di giubilo visti i risultati ottenuti, per tacere del Tav e per rimanere nell’ambito degli sgomberi – che l’elenco altrimenti prenderebbe ben altro spazio – contro i campi rom e l’Asilo Occupato. Ora che la roulette elettorale ha fatto i suoi giri e che la fase – parola abracadabra per gli autonomi – ha modificato il quadro, si saluta con gioia la resurrezione del cadavere del Pd purché garantisca un qualche posto di riguardo nel mondo diviso tra sommersi e salvati.

Contrattazioni politiche, negoziazioni e redistribuzioni di potere, sono elementi complessi già da tempo nel paradigma di un nuovo contratto sociale proposto dallo Stato, di come guarda al “cittadino”, e quale sia la qualità del rapporto che costruisce con esso. Un tempo si poteva essere detentori di diritti, per quanto miseri, sulla base della mera cittadinanza, pur non avendo nulla da offrire o essendo un elemento dannoso per la società, persino un carcerato. Oggi, nei fatti, sembra che il patto per questa nuova modernità che lo Stato richiede alla popolazione non lasci più zone franche nelle pratiche dello spazio sociale, qualunque iniziativa di agire collettivo deve riprodurre modelli economici e di adesione all’ordine costituito. In questa nuova tendenza alla mobilitazione totale, la pena per chi non è in grado di essere propositivo – o come direbbero i piani di governance degli ultimi anni, partecipante di un’idea di politica “attiva” – o non lo vuole essere, è l’esclusione dal consesso civile. Sia nei termini in cui non è più possibile usufruire dei servizi pubblici, perché si è ritenuti costo “passivo”, sia nei casi più estremi, ma sempre più frequenti, perché si è considerati veri e propri nemici.

Non che ci sia alcuna garanzia effettiva di salvataggio nell’accettare di far parte del fantasmagorico mondo delle politiche attive. Come si scriveva all’inizio, la violenza statuale è composita, sfaccettata e feroce, in ogni caso per i sostenitori del contropotere meglio trovare riparo sotto la scrivania del Lo Russo di turno che niente. Piutost che nient, l’è mei piutost.

Un altro sgombero che non si può non annoverare per amor del vero, sicuramente più vicino del tempo, è quello dell’Edera Squat. Seppur non si può sostenere sia direttamente legato col salvataggio del 47, sarebbe quantomeno ingenuo non credere che indirettamente lo sia, e nell’economia dei rapporti cittadini, e di quelli tra la sinistra torinese (amministrativa e culturale) e il governo di destra.

Nel 2022, a fronte del neoletto governo Meloni e della sua smania d’attacco a tutte le realtà conflittuali e illegali, appare chiaro che l’occupazione di via Pianezza sia stata il facile animale sacrificale per una patta tra livelli amministrativi che per quanto non si potesse dire concordata, sicuramente è stata effettiva.

In conclusione

Ciò che bisognerebbe portarsi a casa di questa vicenda – che nulla di edificante ha altrimenti da suggerire – è come sia stolto e pericoloso ridurre la repressione all’attività di sbirri e magistrati piuttosto che alla politica portata avanti dalla compagine statale nel suo complesso. Ai rapporti sociali che questa mira a produrre, non solo con la punizione ma anche attraverso la promessa di veder garantita la propria sopravvivenza a patto di accettare di stare al proprio posto.

Ciò che dovremmo cercar di tener a mente, e nel cuore, è che l’unico antidoto e argine alla repressione è la conflittualità sociale nei mille modi e nei mille rivoli in cui può manifestarsi. Ed è questa che con tutti i propri sforzi e le proprie energie compagni e compagne dovrebbero tentare di alimentare. Non solo proponendo e tentando di organizzarsi direttamente con altri uomini e donne ma anche sottolineando l’importanza e, per quanto possibile, tentando di stimolare comportamenti, pratiche ed esperienze autonomi (con la lettera minuscola, però).

Una visione del conflitto che giustamente fa a pugni con una certa prospettiva in cui la preoccupazione principale, la priorità, è quella del rafforzamento e della crescita quantitativa di sé stessi e della propria struttura organizzativa. L’autopromozione del proprio gruppo e del proprio progetto politico. In un fare che a seconda delle fasi oscilla tra volontà egemonica a livello politico e organizzativo (vedi la voce contropotere), e sopravvivenza tout court di sé stessi nei momenti di bassa, costi quel che costi (vedi la voce bene comune).

Che mestizia.

È anche questa necessità di salvaguardare in primis sé stessi che ha portato a parer nostro a scartare qualsiasi ipotesi di resistenza allo sgombero. Un’ipotesi ricca, comunque, di potenzialità per quanto sfavorevoli possano essere o sembrare i rapporti di forza. Al di là della sua riuscita operativa e della possibilità di far concretamente fallire lo sgombero, scegliere il terreno della resistenza significa creare occasioni perché si sviluppino e si sedimentino esperienze e pratiche di conflitto che non sono direttamente legate allo difesa del posto. Destinate a non esaurirsi con esso e che potranno quindi continuare a mettere i bastoni tra le ruote a chi governa questa città e a contrastare la pace sociale.

Si tratta di una scommessa, naturalmente. Certezze non ce ne sono, né ce ne potrebbero essere d’altronde. L’unica, in negativo, è che gli avanzi offerti dai governanti sono un frutto avvelenato. E non potranno mai servire a nutrire, non diciamo delle ipotesi rivoluzionarie, ma neanche minimamente conflittuali. Potranno tutt’al più far sopravvivere, attaccata a un sondino, un’organizzazione militante portatrice di idee, percorsi e di un immaginario sempre più evanescenti.

La vita è altrove.

Alcuni anarchici torinesi