Manifestazione al Brennero: condanne per 166 anni+Intervista

A.C.A.B.: Audio sulle condanne per la manifestazione al Brennero

Venerdì 14 maggio, a 5 anni dalla manifestazione contro la costruzione del muro antimigranti al Brennero, presso il Tribunale di Bolzano è stata pronunciata la sentenza relativa al secondo troncone processuale che vede imputati 63 compagni/e di vari reati, fra cui spiccava il famigerato articolo 419 del codice penale ossia il reato di “Devastazione e saccheggio”.

Il Tribunale ha deciso di non condannare i/le compagni/e per questo capo d’imputazione, ma nessuno/a è stato assolto/a e il bilancio finale rimane considerevolmente gravoso: pene fino ai 6 anni per un totale di 166 anni di carcere.

Abbiamo commentato la sentenza con una compagna di Trento:

https://radioblackout.org/podcast/a-c-a-b-condanne-per-la-manifestazione-al-brennero/

 

 

 

Manifestazione al Brennero: condanne per 166 anni

Ieri, 14 maggio, c’è stata la sentenza di primo grado contro i 63 imputati e imputate nel “secondo troncone” del processo per la manifestazione contro le frontiere del 7 maggio 2016 al Brennero.

Com’era ipotizzabile, l’accusa di “devastazione e saccheggio” – con la quale il PM aveva chiesto il doppio delle condanne rispetto a quelle pronunciate ieri – è caduta. Ma per assecondare comunque l’Accusa il giudice ha calcato il più possibile la mano sugli altri reati (principalmente “danneggiamento” e “resistenza”), aggiungendovi un uso davvero “creativo” del “concorso morale”. Risultato: tutti condannati, pochi a meno di un anno, molti a pene sopra i 3 anni, più d’uno a 5, per arrivare in un caso ai 6 anni di carcere. Anche il fatto che la condanna più alta sia stata comminata a un compagno che durante il corteo parlava al megafono dimostra che il giudice ha mantenuto inalterato il copione di PM-Digos-Ros (scontri pianificati con tanto di “capi”, “sottocapi” e “gregari”). Se aggiungiamo che il processo si è svolto con rito abbreviato, per cui le condanne sono già “scontate di un terzo”, quello di ieri è assomigliato a un plotone di esecuzione che si muove con la flemma di un burocrate.

In attesa di un’analisi più articolata, possiamo leggere dietro sentenze simili la tendenza a colpire in modo esemplare chiunque partecipi a manifestazioni dove ci si scontra con la polizia. La violenza deve rimanere solido monopolio dello Stato. Solo la protesta simbolica sarà tollerata. In caso contrario, la responsabilità “morale” ricadrà su tutte e tutti.

Per quanto ci riguarda, lo spirito e il senso di quel 7 maggio ce li rivendichiamo a testa alta. Mentre continuano le violenze poliziesche lungo la rotta balcanica; mentre donne, uomini e bambini affogano nel Mediterraneo; mentre lo Stato italiano finanzia i campi di concentramento e di tortura in Libia; mentre assistiamo ad un servile quanto assassino coro di appoggio nei confronti dei massacratori dei palestinesi, “Abbattere le frontiere” è un grido, un invito, un progetto più giusto e più urgente che mai.

Riportiamo di seguito la dichiarazione letta in aula l’11 settembre scorso e un contributo che un compagno agli arresti domiciliari ha scritto per il presidio di solidarietà che si è svolto ieri pomeriggio a Bolzano.

 

Dichiarazione davanti al tribunale di Bolzano

Ogni giorno il sistema delle frontiere stritola migliaia di persone. Quello che sta succedendo fra Siria e Turchia, fra Turchia e Grecia, nell’arcipelago dell’Egeo, al confine fra Bosnia e Croazia, nei campi di detenzione in Libia, nel Mediterraneo conferma che i muri e la caccia al povero sono il volto del nostro presente. Mentre le merci viaggiano liberamente da una parte all’altra del pianeta, gli esseri umani sono spietatamente suddivisi tra chi può passare i confini e chi no: tra i sommersi e i salvati, per riprendere le parole di Primo Levi. Prima un ordine economico – devastante nella sua logica di guerra e sempre più saccheggiatore di materie prime, ecosistemi e autosufficienza alimentare – apparecchia le condizioni per cui milioni di donne e di uomini sono costretti ad abbandonare le terre in cui sono nati e cresciuti; poi un gigantesco apparato di filo spinato, sorveglianza elettronica e campi di concentramento spinge questa «umanità di scarto» a una terribile corsa ad ostacoli; chi sopravvive alla selezione deve essere allora così stremato e impaurito da accettare qualsiasi condizione di vita e di lavoro nei Paesi in cui approda. E proprio per questo, infine, può venir additato dal razzismo istituzionale e sociale come capro espiatorio a cui addossare ogni colpa.

Quando, a fine 2015, lo Stato austriaco dichiarò la sua intenzione di costruire una barriera anti-immigrati al Brennero, le rimostranze delle istituzioni italiane riguardarono solo ed esclusivamente le ripercussioni negative che quel muro avrebbe avuto sul transito delle merci. Come emblema di un passato che non passa, la conferenza stampa sul progetto della barriera fu tenuta direttamente dalla polizia austriaca e il tutto venne presentato come una mera «soluzione tecnica» di gestione del confine. L’espressione di per sé − «soluzione tecnica» − avrebbe dovuto far ribollire il sangue.

Mentre andava in scena il balletto delle dichiarazioni incrociate tra governo austriaco e governo italiano, i controlli delle polizie sui treni OBB avvenivano già in territorio italiano e la «soluzione tecnica» era spostata più a sud. Per mesi chiunque avesse la faccia non-bianca non riusciva nemmeno a salire su quei treni, a Bolzano come a Verona. Il sistema-frontiera, d’altronde, è un dispositivo mobile, tutt’uno con le retate della polizia e con i centri della detenzione amministrativa. (E dovrebbe ben far riflettere il fatto che la stessa «soluzione tecnica» sia stata adottata mesi fa per controllare e respingere i positivi al Covid-19 tra gli autisti e i passeggeri diretti in Austria: i potenziali “infetti”, questa volta, eravamo noi).

Per tutte queste ragioni qualcuno ha bloccato più volte i treni OBB; per questo nei mesi precedenti la manifestazione del 7 maggio 2016 si è insistito da più parti sul concetto «se non passano le persone, non passano le merci»; per questo i discorsi su come far fallire la gestione di quell’abominio chiamato «soluzione tecnica».

Quello che i PM hanno presentato come una sorta di disegno ordito da qualche “capo” ed eseguito da tanti “gregari”, era semplicemente il sentimento che a quell’ingiustizia bisognasse reagire. Gli “onesti cittadini” che oggi non vogliono distinguere ciò che è legale da che è giusto – che si addormentano, cioè, in quell’obbedienza contro cui mettono in guardia le parole di Hannah Arendt («Nessuno ha il diritto di obbedire») che con grande ipocrisia le istituzioni hanno fatto collocare davanti a questo tribunale – ricordano da vicino coloro che si giravano dall’altra parte quando in questo Paese si deportavano gli ebrei e si fucilavano i partigiani.

E ora entriamo nel merito del processo. Il reato di “devastazione e saccheggio” – in quanto tale e ancor più per come è stato interpretato dai PM – deriva direttamente dal codice fascista del 1930. Aveva già fatto la sua comparsa nel 1859 con l’articolo 157 del codice del Regno di Sardegna e nel 1889 con l’articolo 252 del codice Zanardelli. Non solo, in quei casi, si faceva esplicito riferimento alla guerra civile e alla strage, ma le pene previste andavano dai 3 anni ai 15. Con il codice fascista, invece, scompare quella cosetta chiamata guerra civile, mentre la pena base prevista dall’articolo 419 parte da 8 anni. Poi è arrivata la “democrazia nata dalla Resistenza”, si dirà. Infatti. L’articolo è ancora il 419 e le pene previste sono le stesse. Ora, siccome in tal modo si raggiunge l’assurdo giuridico per cui, al suo confronto, si rischia decisamente meno con l’accusa di partecipazione a una “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, quello definito dall’articolo 419 è rimasto a lungo un cosiddetto reato dormiente. Uno dei pochi casi in cui è stato applicato dal 1945 alla fine degli anni Novanta sono stati i moti insurrezionali scoppiati nel 1948 in seguito all’attentato a Togliatti, moti nel corso dei quali in alcune città i partigiani sono scesi in piazza con le mitragliatrici… Oggi la soglia del dissenso accettato si sta talmente abbassando per cui si cerca di applicare – e in alcuni casi ci si è pure riusciti – il reato di “devastazione e saccheggio” a manifestazioni per le quali è addirittura grottesco parlare di “distruzioni di vasta portata”. E così arriviamo alla richiesta, formulata in questa aula qualche mese fa come se fosse una normale lista della spesa, di 338 anni di galera. Il tutto a fronte di un risarcimento danni chiesto dal ministero degli Interni di 8mila euro… Lasciamo poi agli avvocati la questione – in realtà ben più politica che “tecnica” – del modo assai disinvolto con cui si contesta a decine di persone il reato di concorso materiale e morale in resistenza e lesioni in virtù della semplice presenza a quel corteo.

Come emerge dai volantini e dagli altri materiali citati, e persino dai filmati che sono stati ossessivamente mostrati nelle scorse udienze, l’intento di quella manifestazione era bloccare le linee di comunicazione – infatti il corteo è stato caricato da polizia e carabinieri proprio mentre stava deviando verso i binari. “Se alcuni non possono passare il confine, allora non passa niente e nessuno”: certi concetti etici hanno bisogno a volte di una generosa dimostrazione pratica.

Le frontiere uccidono. Per annegamento, per congelamento, per incidenti sui sentieri di montagna o lungo le linee ferroviarie. Oppure direttamente, con il piombo della polizia, come è successo in Grecia grazie alla legittimazione di fatto da parte dell’Unione Europea. Di tutto questo non vogliamo essere complici.

A ciascuno il suo. Per quanto ci riguarda, il senso e lo spirito di quel 7 maggio ce li rivendichiamo a testa alta. Come segno di rabbia contro le mille forme del razzismo di Stato. Come espressione di solidarietà nei confronti di un’umanità braccata. E come gesto di appoggio. Verso i braccianti in lotta nel Sud Italia, verso le donne immigrate che si ribellano alla tratta, verso gli internati in rivolta nei lager della democrazia. Verso chi, ovunque nel mondo, non si scansa né transige, perché ama la libertà di tutte e di tutti al punto di giocarsi la propria.

Non ci atteggiamo a vittime della repressione. Siamo consapevoli di ciò che comporta la nostra posizione a fianco dei dannati di questa terra e contro i piani del potere.

Che il tempo della sottomissione si fermi.

Bolzano, 11 settembre 2020

Agnese Trentin, Roberto Bottamedi, Massimo Passamani, Luca Dolce, Giulio Berdusco, Carlo Casucci, Giulia Perlotto, Christos Tasioulas, Francesco Cianci, Andrea Parolari, Mattia Magagna, Sirio Manfrini, Luca Rassu, Roberto Bonadeo, Marco Desogus, Gianluca Franceschetto, Gregoire Poupin, Claudio Risitano, Guido Paoletti, Daniele Quaranta

 

 

Abbattere le frontiere, distruggere la Macchina

Mi dispiace non poter essere lì con voi e vi ringrazio per questa iniziativa di solidarietà.

Mentre scrivo queste righe, ignoro l’esito del processo per la manifestazione contro le frontiere del 7 maggio 2016 al Brennero. Nelle tante presentazioni di quel corteo, nelle iniziative successive e nella dichiarazione collettiva che abbiamo fatto in aula abbiamo spiegato e ribadito abbondantemente il senso e le ragioni di quella manifestazione. Quello che posso aggiungere personalmente è che mi rivendico con orgoglio lo spirito di quella giornata; di più, che sono fiero di aver avuto al fianco tante compagne e tanti compagni che al Brennero sono venuti davvero con il cuore e che si sono battuti con coraggio in un contesto a dir poco difficile. Agire per ciò che si considera giusto e irrinunciabile comporta spesso un prezzo.

Quello che è successo e sta succedendo nel mondo grazie all’Emergenza del Covid-19 non solo conferma la brutale divisione sociale tra inclusi ed esclusi, ma illumina di luce nuova le stesse frontiere della democrazia. L’accusa che ci è stata mossa per la manifestazione del 7 maggio – “devastazione e saccheggio” – ha colpito in seguito le due espressioni di conflitto più intenso contro la gestione statal-capitalista dell’epidemia: le rivolte nelle carceri del marzo 2020 e gli scontri di piazza contro le restrizioni e il coprifuoco dell’autunno scorso. Questa estensione qualitativa e quantitativa di un reato che il legislatore prima liberale e poi fascista riservava alle situazioni di insurrezione, “strage” o “guerra civile” ci dice di per sé in che epoca siamo entrati. Ed è solo la punta di un meccanismo repressivo che nell’ultimo anno ha colpito qualunque pratica abbia disturbato le mosse del quadrante di comando: occupazioni di case, scioperi della logistica, lotte dei portuali contro i traffici di guerra, semplice attività di denuncia delle responsabilità di Confindustria, per arrivare ai siti di controinformazione non allineati con la “narrazione pandemica unica”. Tuttavia concentrarsi soltanto sulla repressione rischia di essere riduttivo e fuorviante. L’accelerazione a passo dell’oca verso un mondo sempre più digitale, medicalizzato e militarizzato sta creando delle inedite frontiere tra il cittadino e il clandestino, tra il normale e il deviante. Una società retta dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale, materializzata in città disseminate di sensori; una realtà in cui tra individuo e individuo, tra individuo e mondo ci sia sempre la mediazione di un dispositivo digitale è letteralmente disumana. In senso etico, perché il suo funzionamento ha sempre più bisogno di milioni di semi-schiavi impiegati nell’estrazione e nella lavorazione delle materie prime; in senso antropologico, perché solo dei corpi-macchina e degli umani-macchina possono sopravvivere in un mondo di radiazioni, scorie e nocività tecnologiche. Chi rifiuta i vaccini del bricolage biotecnologico, chi si ostina a non avere uno smartphone, chi non vuole possedere un “green pass” per spostarsi o anche solo per andare al ristorante, sarà il nuovo clandestino, variante interna (e ancora privilegiata) del profugo. Nel mondo in costruzione, all’apartheid del razzismo di Stato si affiancherà l’apartheid tecnologico. Come ha “profetizzato” un ingegnere di Google tanti anni fa, la sorte riservata a chi non accetta le protesi di una condizioni post-umana sarà quella di diventare sotto-uomini: per usare la sua eloquente espressione, saremo noi gli scimpanzé del futuro. Un futuro che è qui. “Restare umani” non è più solo un invito alla sensibilità morale, ma un programma rivoluzionario, una sfida al coltello contro la dittatura degli esperti, dei militari, delle macchine.

Se lo Stato italiano accelera in questo cronoprogramma cibernetico – è l’unico governo, a quanto mi risulta, ad aver imposto l’obbligo vaccinale per i sanitari e il primo in Europa ad aver introdotto il “certificato sanitario” –, il vero avamposto di questo tecno-mondo è lo Stato di Israele, perché lì questione coloniale e questione tecnologica possono essere raffrontate nello stesso territorio. Per giudicare adeguatamente la politica dello Stato italiano dovremmo osservare contemporaneamente i laboratori high-tech che finanzia qui e i campi di concentramento che finanzia in Libia. In Israele la distanza tra quei luoghi si misura nei pochi chilometri che separano un quartiere da un altro, senza un mare di mezzo. I droni utilizzati per controllare, avvertire e, all’occorrenza, bombardare la popolazione palestinese sono stati impiegati durante l’Emergenza del Covid-19 per sorvegliare i cittadini israeliani, tracciati da una apposita applicazione. Per essere il primo Paese al mondo a vaccinare la propria popolazione, lo Stato israeliano non solo ha acquistato le fiale di Pfizer al doppio del loro prezzo di mercato, ma ha fornito alla multinazionale statunitense i dati sanitari personali di tutti i vaccinati. I cittadini dell’“unica democrazia in Medio Oriente” trasformati in cavie da esperimento, in materia prima per l’industria farmaceutica. Del tutto a proposito l’amministratore delegato di Pfizer ha definito lo Stato di Israele “il laboratorio del mondo”. Il “pass vaccinale” introdotto subito dopo ha tracciato il confine interno tra chi si fida della scienza di Stato e chi recalcitra, ma è diventato allo stesso tempo una nuova frontiera esterna, un nuovo check-point per i palestinesi. Finta l’operazione “Israele Covid-free” – o, meglio, resa permanente, con le future e periodiche ri-vaccinazioni – è ripresa con più ferocia a Gerusalemme Est l’operazione “Israele Arabian-free”, con sfratti di famiglie palestinesi, distruzione della moschea di Al-Alqsa, esecuzioni per le vie di Sheikh Jarrah da parte di coloni, militanti di estrema destra e soldati – e poi i bombardamenti a Gaza. Vaccinare a tempi record i propri o bombardare con controllo da remoto i nemici sono due mosse possibili dello stesso quadrante dei comandi.

“Siamo in guerra”, ci ripetono da oltre un anno. Le metafore belliche vanno prese alla lettera. Il nemico è fuori. Il nemico siamo noi.

La natura. Il palestinese. L’israeliano che diserta. L’umano.

La Macchina ha una soluzione per tutti e quattro. Ma la Macchina si può distruggere.

“Abbattere le frontiere”, abbiamo urlato quel 7 maggio. La portata e l’urgenza assoluta di quell’urlo oggi mi sono ancora più chiare.

Rovereto, 13 maggio 2021

Massimo