Il corpo al lavoro

Mentre è già partita la campagna militar-vaccinale più grande della storia, in cui le multinazionali farmaceutiche e gli Stati si spartiscono i relativi interessi (i giganteschi profitti, le prime; la potenza propagandistica, la retorica nazionalista e la blindatura di ogni dissenso, i secondi), ci è parso utile ripubblicare un testo di tre anni fa, scritto nel periodo delle vaccinazioni obbligatorie introdotte dal governo italiano per conto della Glaxo. Non solo, come si legge nel testo, da tempo si brevettano e si quotano in borsa farmaci non ancora sperimentati, ma oggi, per la prima volta, si autorizza la somministrazione di vaccini mRNA – basati, cioè, sulla tecnica dell’editing genetico – dopo solo tre mesi di sperimentazioni, laddove farmaci basati sulla stessa tecnica (e rivolti a un pubblico molto più limitato) non avevano ancora ricevuto un’autorizzazione, nemmeno dopo anni di test clinici. Che si tratti di una sperimentazione biotecnologica di massa è un dato di fatto (anche in senso “clinico”). Un salto in avanti di cui nessun pensiero critico può trascurare la portata.

Il corpo al lavoro

Il progetto finale della scienza è ormai, in modo non più occulto, il dominio totale dell’oggetto sul soggetto, della “macchina” sull’uomo, del non-essere, spacciato come dover essere, sull’essere.

G. Cesarano, E. Ginosa, L’utopia capitalista, 1969

Il contenuto reale dell’alternativa in gioco è apocalisse o rivoluzione … la rivoluzione della vita contro la morte è una rivoluzione totale, una rivoluzione biologica, definitoria delle sorti della specie.

G. Cesarano, G. Collu, Apocalisse e rivoluzione, 1973

Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta, la critica radicale più lucida aveva già individuato la tendenza del dominio ‒ in una fase in cui capitale privato e Stato si fondevano in un apparato tecnocratico ‒ a fare del corpo umano in quanto tale un nuovo terreno di conquista. Se nell’epoca del «dominio formale» il corpo veniva sfruttato come forza lavoro (e il capitale si occupava assai poco della vita non incapsulata nella produzione), con il passaggio al «dominio reale» la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita comincia a saltare. Prima è stato il sistema del credito a far diventare la vita un ostaggio che il proletario deve costantemente riscattare dal capitale: «Il proletariato che vende oggi la sua forza-lavoro, è in ritardo di “un anno” sul denaro. La moneta che riscuote oggi, è la moneta che ha speso un atto fa» (L’utopia capitalista). Poi, vinto l’assalto al cielo rivoluzionario cominciato negli anni Sessanta, il capitale, che ormai aveva il proprio perno nella scienza, ha imposto la propria visione materiale dell’individuo come impresa-persona che si auto-valorizza: «l’iter nuovissimo che allaccia i canali della valorizzazione esteriorizzata con i canali della valorizzazione interiorizzata» (Apocalisse e rivoluzione). Ciò che restava ancora una metafora capitalistica della vita (le facoltà intellettive e fisiche come autentico «mezzo di produzione» dell’individuo in quanto fabbrica miniaturizzata) si è fatto sempre più letterale, fino a trasformare gli stessi cicli vitali della specie in ingranaggi del capitale, in appendici dell’Inorganico, in funzioni della Macchina.

Se durante la Seconda guerra mondiale, sulla vita internata nei diversi blocchi del capitalismo si è fatta ogni sorta di sperimentazione produttiva, medica e farmacologica, il successivo sviluppo della società industriale di massa ha allargato all’intera popolazione ciò che prima si sperimentava nei campi di concentramento, negli ospedali, nei manicomi. I carcerati ‒ sui quali hanno condotto i propri test clinici le industrie farmaceutiche di tutto il mondo ‒ sono stati il corpore vili di tale passaggio. Ma siccome la controrivoluzione non è mai un movimento meramente reattivo e repressivo, ma è anche processo di valorizzazione di ciò che le si contrappone, cioè della rivolta, delle sue parole, delle sue tensioni, delle sue pratiche, lo spossessamento dei corpi ha cominciato a parlare il linguaggio del desiderio. Il motto situazionista «vivere senza tempi morti, godere senza ostacoli» potrebbe essere oggi la pubblicità di un sito di sesso online.

La dialettica prigioniera tra euforia e depressione a intervalli sempre più rapidi, la ricerca forsennata di senso sospesa sulla paura del vuoto sembrano la condizione emotiva del consumatore contemporaneo. Già alla fine degli anni Cinquanta Giorgio Colli notava: «Gli organi di senso ricevono l’esterno; il resto del corpo umano, a parte ciò che è destinato alla propria conservazione, pare destinato prevalentemente alla spontaneità. Così il cervello, la voce, braccia e gambe, genitali. Nella vita moderna lo stimolo è in netta prevalenza sulla spontaneità. Ciò è un grave segno di decadenza vitale» (La ragione errabonda). Le tecnologie telematiche rappresentano uno stimolo potente e costante che pungola menti e corpi, trasformati in meri fasci di reazione psichica ed emotiva. La forza attrattiva e pedagogica degli oggetti supera di gran lunga quella dei discorsi. E infatti a genitori e insegnanti, incapaci di opporre una cultura della libertà, che è autoeducazione all’autonomia e alla fatica, di fronte alla stimolazione immediata dei desideri prodotta dagli onnipresenti smartphone, rimane solo la tautologia del divieto: «No perché no». Divieto che rende l’Oggetto ancora più desiderabile. Ma la penetrazione delle tecnologie nei corpi e nei desideri è ancora più profonda, stravolgendo il senso della limitatezza costitutiva della condizione umana. Malattia, sterilità, morte non sono più limiti con cui convivere, ma ostacoli quasi preistorici che il Progresso può sconfiggere. La promessa di abolire la necessità naturale procede di pari passo con il più brutale riduzionismo applicato all’essere umano. Le tecnologie bio-mediche ‒ che costituiscono oggi uno dei mercati in vertiginosa espansione ‒ fanno dei corpi fabbriche e magazzini da cui estrarre organi, cellule, tessuti, liquidi. Scomponendo e ricomponendo gli elementi organici come se fossero pezzi inorganici di una macchina, la bio-medicina assemblea semi, ovociti, uteri, embrioni che provengono dai corpi vivi come dalle banche in cui si conserva il materiale biologico da ordinare sugli appositi siti internet.

Ma se l’intreccio di procreazione medicalmente assistita, maternità surrogata, ricerca sulle cellule staminali e sperimentazione di nuovi farmaci (tutti fenomeni tra loro collegati e non separabili) ridisegna i limiti biologici dell’essere umano, ridistribuisce e aggrava i limiti storici e sociali che il capitale oppone alla liberazione umana. Il discorso che vede da un lato la Tecnica e dall’altro l’Umanità come entità astratte, metastoriche, è il discorso che il dominio tiene su se stesso, il suo monologo. Nella Terra dove si svolge questo dramma, lo sviluppo dell’apparato tecnoscientifico segue in realtà delle precise linee di classe, di genere e di “razza”. Così come «zone di sviluppo» e «zone di sottosviluppo» sono sempre state funzionalmente organizzate per la divisione internazionale del lavoro capitalistico, anche oggi i corpi-magazzini sono selezionati e messi in produzione a partire da condizioni storiche e materiali ben determinate. Così come lo sviluppo tecnoscientifico attuale ha il proprio fondamento nella politica di potenza e di sperimentazione condotta dagli Stati durante la Seconda guerra mondiale, le tecnologie della riproduzione e più in generale la biomedicina sono state rese possibili da quell’insieme di leggi e di ristrutturazioni con cui gli Stati hanno risposto alle lotte degli anni Sessanta e Settanta. E infatti le norme che regolamentano il mercato della riproduzione artificiale dell’umano sono proprio quelle che precedono storicamente la contrattazione collettiva delle condizioni di lavoro. E infatti la «esecuzione specifica del contratto» con cui la «madre portatrice» può essere obbligata per legge a cedere il neonato alla coppia di committenti è la stessa norma con cui gli operai britannici venivano assunti alla fine dell’Ottocento e obbligati per legge a svolgere determinate mansioni lavorative. E infatti le zone del «turismo della fertilità» corrispondono alle aree di dismissione industriale segnate un tempo da forte conflittualità operaia. E infatti il bombardamento farmacologico è assai spesso l’altra faccia del bombardamento militare. E infatti i soggetti che si sottopongono ai test clinici dell’industria farmaceutica sono coloro a cui è sottratto ogni sorta di welfare. E infatti gli uteri per la maternità surrogata e i tessuti organici per le cellule staminali provengono dai corpi del Sud e dell’Est del mondo.

Lo studente bianco può fornire il proprio sperma alle banche del seme per pagarsi l’iscrizione al college rinomato, ma l’utero in affitto più a buon mercato sarà quello delle donne indiane. Mentre in Occidente si fa finta di credere che a regolare il contratto di compra-vendita di facoltà biologiche siano il consenso e la libertà, la maternità surrogata è in certi Paesi una “rendita nazionale” come in altri lo è il petrolio. Quando far figli per altri ‒ o sottoporsi a pericolosi test clinici in un laboratorio medico ‒ diventa la sola entrata per le famiglie proletarie, sulla donna o sul disoccupato abile ai test si esercita una forte pressione comunitaria. Quando farsi somministrare farmaci già brevettati e già quotati in borsa ma non ancora sperimentati è l’unico modo per pagarsi un’operazione chirurgica o per garantirsi l’assistenza sanitaria, si torna alla servitù per contratto.

Quando, nel 1981, la Food and Drug Administration ha ufficialmente abolito i test clinici sui detenuti degli Stati Uniti (vera e propria riserva per le multinazionali di tutto il mondo), le riforme statali in materia di previdenza avevano già assicurato alla sperimentazione biomedica una massa di afroamericani e di latinos “liberi” di sottoporsi ai test per «consenso informato» (altra “riscoperta” giuridica dal liberalismo ottocentesco: se firmi, non si può parlare poi di danno e quindi di risarcimento).

Come si può osservare da questi esempi, dietro lo sviluppo del capitalismo c’è sempre il lavoro organizzativo dello Stato, senza i cui interventi giuridici di privatizzazione della sanità e di precarizzazione del lavoro le multinazionali non avrebbero alcuna materia prima. Per non parlare dei casi in cui laboratori e «cliniche della fertilità» sono controllati direttamente dallo Stato, in un intreccio di profitto e di programma demografico, come avviene in Israele (dove la produzione di vita è rigorosamente autoctona anche se il «materiale biologico» ‒ ovociti e gameti ‒ può essere importato). Si può agire sui desideri di certi consumatori più o meno ricchi perché si dispone di una massa di poveri costretti a trasformare i propri corpi in mezzi di produzione. Proletari in un senso radicale.

Non solo la medicina è concausa nella diffusione di malattie sempre più misteriose, ma è essa stessa strumento di espansione capitalistica e di controllo sociale.

Scriveva Ivan Illich nel lontano 1976: «L’istruzione intensiva fa dell’autodidatta un candidato alla disoccupazione, l’agricoltura intensiva elimina il contadino autosufficiente, lo spiegamento di polizia sgretola la capacità di autocontrollo della comunità. La propagazione maligna della medicina ha risultati analoghi: trasforma l’assistenza reciproca e l’automedicazione in atti illeciti o criminali» (Nemesi medica. L’espropriazione della salute). Il ruolo dello Stato nel trasmettere la iatrogenesi della malattia (cioè la sua origine medica) è fondamentale, per la potenza propagandistica, burocratica e coercitiva che solo esso può dispiegare. Per accorgersene basta osservare cosa è avvenuto e sta avvenendo in Italia sulle vaccinazioni obbligatorie, accompagnate da una terroristica campagna mediatica, in cui pseudo-argomenti scientifici e minacce esplicite ai recalcitranti si sono fusi ad arte. Ancora una volta, solo una legge dello Stato può assicurare alle multinazionali farmaceutiche (nello specifico, alla Glaxo) una massa di popolazione su cui sperimentare vaccini che non hanno superato tutti e quattro gli stadi dei test clinici. Una legge, tanto per cambiare, apertamente classista. Per i ricchi non è certo un problema né fare gli esami anti-corpali per ottenere eventuali esenzioni, né pagare la sanzione amministrativa, né trovare una governante a cui affidare i propri pargoli non accettati nelle scuole per l’infanzia. Tutti gli altri possono ben diventare gregge da «immunizzare».

Come qualcuno faceva notare anni orsono, mentre la medicina è incapace di affrontare le malattie ad essa contemporanee (come il cancro) ‒ perché dovrebbe, per farlo, mettere in discussione un modo di vita di cui è essa stessa espressione e strumento ‒ si gloria di aver sconfitto quelle del Medioevo (senza dire, per altro, che i suoi rappresentanti del tempo, subordinati alla religione quanto quelli attuali lo sono all’industria, attribuivano la diffusione della peste agli ebrei).

Non è certo un caso che le metafore della medicina sul corpo umano, come ha mirabilmente dimostrato Susan Sontag (Malattia come metafora, L’aids e le sue metafore), siano da tempo identiche a quelle della polizia e dell’esercito sulla società: il corpo come una fortezza assediata da nemici esterni (i virus) e il sistema immunitario come un organo di controllo e di repressione. Con questa idea del soggetto vivente, non ci si può stupire che la soluzione alle malattie sia il bombardamento farmacologico, esso stesso concausa, insieme alle radiazioni nucleari, ai pesticidi, all’inquinamento industriale, ai guasti della «ristorazione rapida», allo stress, dell’abbassamento delle difese immunitarie. Né deve sorprendere se il terreno in cui si è sviluppata la crioconservazione di semi, di cellule e di embrioni sia stato l’allevamento industriale degli animali. Non solo il capitale, toccati i limiti del pianeta e delle sue risorse, entra nel corpo umano, ma plasma l’intero mondo dei vivi e della natura a propria immagine e somiglianza.

Se già più di vent’anni fa qualcuno sosteneva la fine di ogni Progresso, sostituito dalla «amministrazione autoritativa dell’esistente», la conferma arriva proprio nell’ambito in cui più si strilla alla «novità»: quello dell’industria farmaceutica, in cui si brevetta e si quota in borsa ogni minima variazione dell’identico. Se il corpo non si adatta a un ambiente sempre più malato e morboso, cambiamo il corpo, adattandolo alla macchina.

Mai come oggi liberazione dell’individuo, trasformazione radicale della società, difesa della diversità naturale e delle facoltà della specie sono diventati tre aspetti della stessa emancipazione.

Mai come oggi, in questa gigantesca manipolazione di bisogni e di desideri, a mancare tragicamente è l’idea di libertà.

tratto dalla rivista anarchica “i giorni e le notti”, numero 5, ottobre 2017

Qui il testo tradotto in greco:

https://athens.indymedia.org/post/1609638/