Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

GUERRA, CRISI E ANARCHIA

La settimana finanziaria appena trascorsa (12-19 marzo) è stata dominata dai timori per il sistema bancario internazionale: prima è arrivato il fallimento della Silicon Valley Bank, la banca californiana specializzata nel sostegno alle start up e all’economia siliconata delle nuove tecnologie; a ruota è cominciata la slavina della First Republic Bank, la quattordicesima più importante banca degli Stati Uniti, di cui si sta tentando il salvataggio in queste ore con un “benefit” di 30 miliardi di dollari messi a disposizione da una colletta solidale di 11 banche nordamericane, a cui però sembrano non credere i mercati se ancora venerdì scorso (venerdì 17, e non è solo una questione di eptacaidecafobia) il titolo perdeva solo in quel giorno un ulteriore 29%; in mezzo il crollo della Credit Suisse, seconda banca svizzera, al momento tenuta a galla dalla banca centrale elvetica e in attesa di capire se fallirà o se sarà “salvata” dalla rivale UBS, che potrebbe assorbirla per liberarsi definitivamente della concorrente.

Se i giornali strillano, i telespettatori sbadigliano, quello che manca completamente, ma ci siamo abituati, è una visione generale che vada oltre il fatto del giorno e veda un poco più a fondo. Sembra che praticamente nessuno abbia posto in relazione questi fatti con la guerra, eppure a ben guardare il legame è piuttosto stretto. Possiamo anzi dire che stiamo assistendo ai primi contraccolpi interni alle economie occidentali, che stanno pagando il conto dello scontro fra NATO e Russia in Ucraina con un forte aumento delle materie prime e la conseguente stretta monetaria. Sono dunque fatti che vanno approfonditi per chi, come gli anarchici, gli internazionalisti, fanno della sconfitta del proprio paese il grimaldello per l’intervento rivoluzionario.

Guerra, speculazione, prezzi

L’economia occidentale non è mai uscita dalla crisi del 2008, anche se la sua manifestazione è stata negli anni nascosta, non senza rivoluzioni e rivolte, da una politica monetaria molto espansiva. Detto in parole povere Fed e BCE, le banche centrali statunitense ed europea, stampavano una grande quantità di moneta e la distribuivano ai ricchi, agli speculatori, ai finanzieri per giocare in borsa e tenere virtualmente a galla i mercati. Il meccanismo, detto in termini meno volgari, è quello classico del “costo del denaro”. Le banche centrali che emettono moneta danno il denaro in prestito alle banche private e in base ai tassi di interessi tentano di governare la finanza: abbassandoli, quando vogliono incentivare la richiesta di moneta per alimentare la speculazione finanziaria, alzandoli, quando vogliono disincentivare la circolazione di denaro, ad esempio per contrastare l’inflazione.

Per quasi quindici anni i tassi di interesse sono stati vicini allo 0%, una manna per gli speculatori, che potevano comprare il denaro gratis dai produttori istituzionali e farci investimenti, speculazioni, prestiti. Questa enorme produzione monetaria doveva produrre logicamente un’altissima inflazione, perché questo non è accaduto? Perché la crisi era così grave, la sovraproduzione di merci tanto ampia nei paesi del maturo capitalismo occidentale, che comunque i prezzi restavano bassi. Il mondo del commercio, pur di vendere, per tanti anni è stato disposto a svendere, annullando l’effetto dell’immissione monetaria. Anzi in alcuni periodi, abbiamo vissuto momenti di vera e propria deflazione.

Un sintomo inquietante per il capitalismo che però non ha saputo curarne la malattia. Al contrario, ha saputo fare affari anche nel disastro: i soldi che venivano stampati se li pappavano tutti ai piani alti, senza nemmeno pagarne il prezzo inflazionistico, alimentando esponenzialmente il metaverso finanziario (la classica storia dei poveri che diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi). Il capitalismo negli ultimi quindici anni si è comportato come un malato di un particolare tumore al cervello che dona incredibile benessere con il proprio aggravamento.

La crisi del Covid-19 ha ulteriormente peggiorato le cose e di nuovo è stata governata aggravando la malattia: da un lato, una emissione di denaro senza precedenti per risollevare l’economia (il next generation eu), dall’altro un controllo autoritario sui consumi (lockdown, corsie del supermercato chiuse) per tenere i poveri letteralmente a casa.

Prima o poi la pacchia doveva finire anche per lorsignori. Con la cosiddetta ripartenza, è improvvisamente esplosa l’inflazione: l’improvvisa domanda di materiali ha creato il classico imbuto. Nel frattempo sono venuti al pettine i nodi dell’economia digitale e delle nuove tecnologie: è il caso della cosiddetta crisi dei chip, generata da un’insufficienza mondiale dei materiali necessari alla digitalizzazione del pianeta e dal monopolio cinese (e in parte russo) delle terre rare. La crisi colpisce non solo il digitale, ma riguarda moltissimi materiali; per esempio, c’è una grande mancanza di cavi, che sta fermando alcuni cantieri stradali, come le gallerie, che richiedono diversi chilometri di cavi per l’illuminazione.

È stata però la guerra a portare il termometro dell’inflazione al parossismo. Da un lato la Russia, ha utilizzato la propria ricchezza energetica come arma di guerra contro i paesi occidentali che sostengono l’Ucraina, dall’altra l’autogol delle sanzioni, che ha isolato il capitale occidentale dalle potenze emergenti (i BRICS, l’Iran, l’Arabia Saudita, tutti per ragioni diverse “pro-Putin” rinunciando anche a decennali inamicizie) anch’esse detentrici di grandi riserve fossili. Più in generale, c’è una dinamica speculativa che riguarda ogni guerra: la richiesta di materiali per produrre armi, banalmente, riduce la disponibilità complessiva di quegli stessi materiali e fa aumentare i prezzi; la riduzione di produzione dedicata ai beni in uso ai civili, rende più costosi quegli stessi beni; la distruzione di fabbriche e campi, si pensi alla crisi alimentare generata dal blocco del grano ucraino, finiscono per affamare anche regioni lontane del mondo. In particolare per quanto riguarda l’Europa, con la guerra si è perso il contatto con il suo naturale fornitore di materie prime, la Russia, con la quale c’è una continuità geografica, imponendo costosissimi acquisti di gas dall’altra parte del mondo da portare via mare, l’edificazione di rigassificatori, nuove contraddizioni e vertenze ambientali.

La reazione dello Stato-capitale: intensificazione dello sfruttamento e marcia indietro monetaria

Venuta meno la leva monetaria, rimbecilliti i lavoratori con domiciliari sanitari, tamponi, vaccini e mascherine, controllati e divisi col green pass, i capitalisti hanno affrontato quel momento nella più classica delle tradizioni. Intensificando lo sfruttamento. La ripartenza post-Covid si è giocata con le manganellate, gli assassini dei sindacalisti, i teoremi della magistratura che accusano chi chiede un aumento salariale di “estorsione” nei confronti dei padroni. Se aumentano le materie prime, i padroni cercano di risparmiare quanto meno sui materiali in carne umana. Di questo ci parlano i sei morti al giorno sul lavoro in Italia.

Una guerra di classe preventiva (cioè in assenza di un forte conflitto dal basso) e particolarmente spietata. Dalle già citate aggressioni e inchieste contro il sindacalismo conflittuale, passando per gli studenti tenuti quasi un anno ai domiciliari per aver contestato la Confindustria contro l’alternanza scuola-lavoro. Alla guerra mondiale che si combatte in Ucraina si è sovrapposta una guerra interna contro l’antagonismo sociale: se i prezzi aumentano a causa della guerra, cercare di contenere quanto meno la componente di costi salariali sulle merci. Tutti devono contribuire, anche gli studenti con la loro quota di lavoro (e infortuni) gratuito.

Sul movimento anarchico si è concentrata la massima potenza di fuoco di questa guerra interna preventiva: dai 28 anni a Juan Sorroche alla strage politica a cui sono stati condannati Alfredo Cospito e Anna Beniamino col rischio concreto dell’ergastolo ostativo contro i due compagni, fino al 41 bis contro lo stesso Alfredo.

Questo attacco, per quanto riguarda l’Italia, è stato inaugurato dal precedente governo di Mario Draghi. È sotto la cappa dell’Unità Nazionale e nel segno della saggia guida di colui che il presidente di Confindustria Bonomi arrivò a definire “l’uomo della necessità”, che l’Italia si arma per la guerra, che vengono sbloccati i licenziamenti, che si scatena la reazione poliziesca e giudiziaria. Le stesse vicende repressive inerenti l’anarchismo si svolgono tutte in quei mesi maledetti dell’Unità Nazionale. Si tratta di un fatto da tenere bene a mente e che parte dell’antagonismo solidale tenta di trascurare, concentrando l’attenzione solo contro l’attuale governo “fascista” e rischiando di assolvere i mandanti reali di questa svolta liberticida.

Ideologo di questa politica economica, nell’ombra, quanto meno per quanto concerne il grande pubblico, si sta candidando il governatore della Banca d’Italia. Ignazio Visco non perde occasione per ribadire la sua formuletta: “evitare una dinamica prezzi-salari”. Secondo il povero banchiere all’aumento dei prezzi non deve corrispondere un aumento dei salari. E certo, altrimenti dove sta la fregatura?

Oltre alla cara vecchia politica di repressione e sfruttamento, la risposta all’aumento dei prezzi generato dalla guerra è stata data sul terreno della finanza da una brusca inversione a U delle politiche monetarie. Le Banche Centrali sono un organismo del tutto peculiare, per certi versi il vero punto di fusione fra Stato e Capitale: sono istituzioni del capitalismo e sono allo stesso tempo organi di governo reale, tanto che hanno il potere concesso dagli Stati di stampare – loro e solo loro – la moneta che usiamo tutti i giorni.

Ritorniamo a quanto spiegato sopra: quando le banche centrali tengono i tassi di interesse bassi, i finanzieri sono incentivati a comprare il denaro stampato per fare investimenti e speculazione, quindi viene stampata più moneta, quindi l’inflazione si spinge. Dopo quindici anni di politiche di questo tipo, oggi le principali banche centrali occidentali hanno velocemente e ferocemente alzato i tassi di interesse. L’obbiettivo dichiarato è disincentivare la circolazione del denaro per fermare l’inflazione: il risultato è far costare molto di più i mutui, creare quindi una nuova massa di prestiti spazzatura che non vengono onorati, dare meno soldi agli speculatori per giocare in borsa.

In altre parole il capitalismo, invece che affrontare le ragioni strutturali dell’inflazione, cioè in primis farla finita con la guerra in Ucraina, rinunciare alle sanzioni alla Russia, barattare con Putin delle concessioni politiche in cambio di metano a basso costo, ecc., non potendo fare questo per ragioni di politica militare, l’unica cosa che sa fare (oltre a prendersela con gli sfruttati e ad alzare preventivamente il livello della repressione) sono le acrobazie finanziarie come la riduzione di denaro circolante.

Da qui la crisi di questi giorni e quella che potrebbe essere ancora più grande alle porte di domani: alcuni istituti di credito che per anni hanno performato grazie al doping del denaro facile e a basso costo, oggi non riescono più a fare le stesse operazioni e falliscono. È esattamente il caso della Silicon Valley Bank: la banca californiana per anni prendeva i dollari “freschi di stampa” dalla banca centrale americana a un tasso di interesse molto basso e poteva a sua volta prestarli agli imprenditori della nuova economia digitale a tassi medio bassi facendo pur sempre profitti. Ora che il costo dei dollari è schizzato con l’aumento dei tassi deciso dalle banche centrali, gli speculatori tipo la SVB sono costretti ad offrili a tassi ancora più alti alle imprese. Se aggiungiamo a questo il fatto che tutto il mondo dell’economia digitale è una enorme montagna di aria fritta, se ci mettiamo le difficoltà che queste nuove imprese tecnologiche stanno incontrando con la crisi dei chip, ecc., ecco che la Silicon Valley Bank non riesce più a fare affari come prima prestando i soldi alle start up, le quali o non riescono più a accendere mutui a queste condizioni oppure non riescono a ripagarli.

Ecco dunque una linea, nemmeno troppo tortuosa, che unisce la guerra con la crisi finanziaria di questi giorni: la guerra produce aumento dei prezzi, le banche centrali rispondono su un terreno del tutto virtuale come la riduzione della moneta in circolazione, infine la finanza, privata del doping iniziato nel 2008 di forte immissione monetaria, va in crisi d’astinenza.

Facciamogliela pagare: per una radicale iniziativa disfattista

Questi farabutti che ci sfruttato, che ci trascinano in guerra, che ci affamano con l’aumento dei prezzi, che ci arrestano e che ammazzano i nostri compagni devono pagare un costo ben più ampio di quello dei loro titoli in borsa. Devono pagare un costo sociale per i loro crimini.

La prospettiva internazionalista che ci ha mosso sin dall’inizio del conflitto in Ucraina è quella di lottare in primo luogo contro il proprio blocco di potenze militari. Non abbiamo alcuna simpatia per l’autocrate russo, come da tentazione per il mondo luogocomunista e rossobruno, né per il blocco delle cosiddette democrazie occidentali, come capita a parte consistente della nuova sinistra sinistrata. Quello che però può fare un rivoluzionario in un contesto di guerra è di militare per la disfatta del proprio governo, per aprire possibilità rivoluzionarie. Siamo solidali con i nostri compagni russi che attaccano e sabotano le infrastrutture militari di Putin, ma il modo migliore per essere degni del loro coraggio non è certo attaccare anche noi i russi da occidente (che significherebbe mettersi l’elmetto della NATO in testa), ma come fanno loro stessi, attaccare il nostro governo.

La slavina finanziaria di questi giorni rappresenta il primo contraccolpo visibile della guerra sulla salute delle “nostre” economie. È importante saper ascoltare questi scricchiolii, ancora senz’altro modesti e intervenire per aggravare la situazione.

In questo primo anno di guerra, una prospettiva autenticamente internazionalista, cioè disfattista, ha faticato ad emergere. Le nostre stesse iniziative in tal senso non sono riuscite a prendere la forma di un attacco reale e di propaganda col fatto rivolti alla gran massa degli sfruttati e alla carne da cannone nel suo insieme. Sono state iniziative che al massimo hanno fatto propaganda interna al movimento. Probabilmente le cose non potevano andare diversamente da così, se si pensa al livello di arretratezza teorica e pratica su questi temi, se si pensa al rincoglionimento dilagante nel movimento (dai comunisti pro-Putin agli antifa tedeschi che rammendano le calze al battaglione Azov).

Se si eccettua una manciata di articoli e interventi di lingua italiana, una posizione internazionalista intransigente, o quanto meno decente, la si è potuta osservare solamente dalle prese di posizione di pochi gruppi dagli Stati Uniti, dalla Spagna, dalla Repubblica Ceca e ben poco altro. In ogni caso si tratta per lo più di una battaglia di penna, comunque confinata a una riflessione e polemica interna. Nel mentre al fronte le battaglie le combatte il cannone e nel fronte interno le combatte il manganello.

Il movimento anarchico ha dato una grande prova di internazionalismo di cuore nella mobilitazione a sostegno dello sciopero della fame di Alfredo Cospito e contro il regime carcerario italiano di annientamento del 41 bis. È importante allora indicare con ancora più chiarezza come l’attacco contro gli anarchici in Italia è un atto di guerra che avviene in un contesto di guerra dispiegata, per la prima volta dopo 70 anni di guerra simmetrica – carro armato contro carro armato – tra le infami potenze imperialiste. Un modo dunque per fargliela pagare, per alzare il costo del crimine che stanno commettendo contro il corpo del nostro compagno, è usare le nostre energie per alimentare al meglio le loro contraddizioni, per mettere in imbarazzo il governo italiano davanti ai loro alleati.

emmeffe

19 marzo 2023

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Guerra, crisi e anarchia

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