Apocalisse o insurrezione (II)

Apocalisse o insurrezione (II)

La guerra prossima ventura: il teatro del medioceano

«Contro la guerra, contro al pace, per la rivoluzione sociale».

Luigi Galleani

I. I fuochi delle insurrezioni in Kazakistan illuminano il nuovo anno

«Un problema colto è un’opportunità. Un’opportunità mancata è un problema».

Primo gennaio. Rabbia. Esplosione della rivolta delle sfruttate e degli sfruttati che, in soli quattro giorni dalle prime mobilitazioni operaie e popolari contro l’aumento dei prezzi del gas iniziate nelle regioni sud occidentali del paese, si è felicemente trasformata in processo insurrezionale. Fino al punto che per essere sedate il presidente in carica attualmente (Tokuaev) ha chiesto l’intervento della Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), con l’arrivo e la repressione da parte delle truppe russe.

La ribellione è iniziata il primo dell’anno nella provincia di Mangistau (Sud est), che si affaccia sul Caspio, e si allargata poi alla capitale regionale di Aktau. L’accelerazione è avvenuta il giorno seguente, quando sono entrati in sciopero i minatori della regione di Karaganda, bloccando la ferrovia e l’autostrada a Taraz e Uralsk. La rapidità dello sviluppo delle agitazioni e delle rivolte non è stato peraltro completamente casuale. Una insurrezione senza capi che divampa all’improvviso, ma che è dotata della forza che le lotte delle sfruttate e degli sfruttati precedenti le hanno infuso, dal momento che la lotta di classe in Kazakistan negli ultimi mesi aveva ottenuto importanti risultati. Il movimento operaio kazako ha una grande tradizione di lotta. Le prime ondate rivendicative soprattutto nel settore petrolifero ed estrattivo (spina dorsale del capitalismo locale) condussero alla formazione nel 2004 dei primi sindacati indipendenti kazachi. Il momento culminante di questa ondata rivendicativa (anche se parziale, contraddittoria e limitata all’aspetto salariale), che prosegui in crescendo dal 2008, fu raggiunto nel 2011 con gli scontri nella città di Zhanaozen, quando la polizia sparò sugli operai uccidendone 16, ferendone e arrestandone centinaia. Malgrado la durissima repressione che ne seguì, forme di resistenza sia spontanee che organizzate non cessarono mai da allora. Nel 2021, il processo di ricomposizione delle lotte ha poi accelerato e il 30 giugno i lavoratori dei servizi petroliferi Kezbilp di Zhanaozen scioperarono “a gatto selvaggio” rivendicando aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni lavorative. La lotta paga: fu concesso un raddoppio salariale (100% di aumento dello stipendio). Gli scioperi, visto il successo, si allargarono rapidamente a tutta la zona. In ogni posto di lavoro (compreso il settore logistico) mobilitazione e vittoria immediata. Nella situazione di un crescendo di scioperi in tutto lo Stato, il 28 giugno un grosso gruppo di donne della città di Astana prese d’assalto il ministero dell’industria, rivendicando posti di lavoro, alloggi e maggiori benefici per i bambini. L’8 luglio i lavoratori delle ferrovie di Shimkent bloccarono la circolazione regionale, mentre sempre ad Alma-ata il 20 luglio decine di dipendenti dei servizi di soccorso delle ambulanze scioperarono contro il ritardo nel pagamento delle indennità  “per Coronavirus” e per le disastrose condizioni di lavoro. Ma le lotte sono divenute insurrezione quando, dal 2 gennaio di quest’anno, ad Alma-ata ha iniziato a scendere in strada la gioventù arrabbiata delle periferie, che in veri e propri riot (spesso armati) ha conteso la città palmo a palmo alle forze dell’ordine e ai reparti speciali, facendo diventare una metropoli di 2 milionii di abitanti l’epicentro della rivolta. Un’insurrezione che a questo punto non guardava più alle concessioni parziali che i padroni e lo Stato avrebbero potuto concedere, visto che i privilegiati kazachi avevano accettato a quel punto di ridurre i prezzi del gas (causa scatenante l’insurrezione del primo gennaio del 2022) nonché di sussidiare quelli dei generi alimentari, e il governo si era formalmente dimesso. Secondo un censimento dell’autunno scorso, il 53,69% della popolazione ha meno di 28 anni con un tasso di disoccupazione particolarmente alto (non è un caso che, come fondamento del documento Next generation EU sulla ristrutturazione del capitalismo e degli Stati europei vi sia l’“inclusione sociale” dei giovani, ovvero la pacificazione sociale come base per ogni “riforma”). L’estensione geografica delle sommosse segnala inoltre come si siano saldati diversi elementi di carattere anche locale. Non solo il Sud e l’Ovest, ma anche il Nord, con una popolazione russa predominante, sta ribollendo, e questa è una novità assoluta. In alcune zone occidentali del paese gli scontri sembravano essere cessati, e forme di autogestione della vita sociale embrionali di sono manifestate, 24 ore prima dell’intervento d’urgenza delle truppe russe. Sempre poco prima dell’invasione con obiettivi contro-insurrezionali, decine di jet privati dell’élite privilegiate e padronali kazache hanno lasciato il paese in fretta e furia.

«L’ordine regna a Varsavia…» .

L’intervento repentino della “santa alleanza” del CSTO (guidata dal generale Sedov, esperto di contro-insurrezioni e primo comandante russo nella guerra in Siria), forte di 3000 uomini, ha represso nel sangue le mobilitazioni popolari. Il presidente del Kazakistan ha dichiarato il 7 gennaio che l’ordine è stato per lo più ristabilito. Ha poi comunicato che le operazioni di sicurezza continueranno “fino alla distruzione totale dei militanti”. Dopo che il 6 gennaio le autorità  hanno bloccato Internet e chiuso gli aeroporti, ci sono stati più di 8000 arresti. La rapidità con cui questa santa alleanza è corsa in aiuto degli sfruttatori kazachi è inconsueta per un’organizzazione fra Stati anche, a volte, rivali, ma conseguente e logica per un intervento contro il proletariato in rivolta. Dal 7 gennaio scorso il ministero della sanità  ha dato anch’egli il proprio contributo: “A causa di un brusco aumento dei contagi, Almaty e la capitale Nur-sultan sono dichiarate zona rossa”. Il ruolo del coprifuoco ai tempi del Covid.

I rovesci materiali del mondo digitale

Il Kazakistan detiene ingenti riserve di petrolio e di gas naturale, oltre a risorse minerarie copiose tra cui ferro, carbone e soprattutto metalli rari per la produzione di apparecchi elettronici. È anche il primo produttore al mondo di uranio, indispensabile per lo sviluppo di ogni tecnologia atomica. È tra le poche nazioni a disporre di “terre rare”, uno dei perni della disputa che si sta combattendo a livello mondiale non solo per la cosiddetta “transizione ecologica”, ma anche per la battaglia mondiale fra le case costruttrici sull’auto elettronica. Dopo che la Cina ha bandito ogni attività legata alle criptovalute, buona parte delle attività dei miners di Bitcoin si sono spostate in Kazakistan. I suoi numerosi giacimenti di carbone garantiscono costi estrattivi esigui, il che massimizza le opportunità di guadagno dei produttori di Bitcoin. Lo Stato è dunque il secondo produttore mondiale di valute digitali dopo gli Stati Uniti. Ma l’abnorme consumo energetico della produzione di Bitcoin finiva con il provare di luce le città a causa di costanti sovraccarichi della rete elettrica e ad alzare esponenziale il prezzo di idrocarburi per l’energia elettrica. L’area geografica è letteralmente un tesoro geopolitico oggetto di contesa fra Stati e capitalismi rivali, nel contesto del “grande gioco 2.0” che si sta recrudescendo nella zona centro-asiatica, dopo la sconfitta della superpotenza statunitense avvenuta in Afghanistan. In quest’ottica vanno anche letti gli interessi di capitalismi opposti nella situazione kazaca.

II. Il grande gioco 2.0

Via da Kabul

Lo Stato nord-americano ha combattuto guerre per quasi tutto il XXI secolo e siamo solo nel 2021. Mentre nel XX secolo è stato in guerra solo per il 17% del tempo. La decisione statunitense di andare in guerra nella “tomba degli imperi” e quella di restarci per due decenni sta producendo dopo la sconfitta in Afghanistan e in Iraq un radicale ripensamento della strategia dello Stato statunitense nel venir meno del ruolo di unica super potenza mondiale tenuto per due decenni. In Afghanistan l’esercito sconfitto del più forte capitalismo mondiale pagherà un prezzo reputazionale alto per la propria disfatta. Secondo l’analista geopolitico della classe dominante Usa, Friedman, la strategia dell’impero a stelle e strisce si baserà sulla difesa e sullo sviluppo dei princìpi che reggono la talassocrazia anglosassone, ovvero: mantenere il controllo dei mari e dei vari “colli di bottiglia” a livello mondiale, evitare di combattere ogni “minaccia” per lo Stato e il capitale statunitensi che sempre si erigerà dall’Eurasia (Cina, Russia, Germania e potenzialmente Unione Europea), e non disperdere le forze e lo strumento militare in conflitti “periferici” non strettamente conformi all’interesse nazionale dopo il venir meno del ruolo incontrastato di egemonia mondiale (inaspettate e all’apparenza inverosimili sono a questo riguardo le dichiarazioni di alcuni analisti del dominio Usa contrari alla guerra in Iraq e in Afghanistan). La spartizione del bottino afghano e dell’Asia centrale si è ora riaperta.

I nuovi oppressori dell’Afghanistan: i Taliban 2.0

A Kabul va ora in scena lo scontro tra Stati e capitalismi rivali fra le fazioni della nuova casta dominante all’interno del paese. In questo momento repressione finanziarie e turbolenze geopolitiche spingono i nuovi padroni verso un governo di coalizione internazionalmente riconosciuto. L’invenzione di questi “nuovi Taliban” è sostenuta e plasmata tramite una campagna internazionale di immagine dallo Stato pakistano e da quello cinese, inclini entrambi a sancire o a ramificare i loro interessi economici e politici nell’arena centro-asiatica e a sbloccare i conti esteri dello Stato afghano.

L’espansionismo degli zar

Nel giorno del ritorno dei “nuovi” padroni del popolo afghano a Kabul, Putin ha ripetuto ai leader degli Stati centro-asiatici la stessa considerazione: che non è “auspicabile” concedere l’uso di basi militari agli Stati Uniti dopo la sconfitta in Afghanistan. Questa posizione, dopo tutto, è frutto di oltre un decennio di pressioni e incursioni degli Stati della NATO sul fianco occidentale dell’impero capitalistico russo. Contrastare quest’ultimo sul versante occidentale è più complicato e interessa molto meno. Le passioni del padronato statunitense per l’Asia centrale, fiorite (anche) con gli attacchi dell’11 settembre 2001, sono esaurite da tempo. L’attenzione è concentrata sul Pacifico, mentre questa area geografica gravita ora nella doppia orbita dell’espansionismo dello Stato russo e di quello cinese in virtù di una pragmatica spartizione di interessi che per il momento funziona. Nel dubbio, Mosca si mobilita con il doppio obiettivo di gestire le conseguenze della fuga del militarismo statunitense e di rafforzare l’espansione degli interessi del padronato russo sugli ex Stati sovietici della zona (ad esempio nel Kazakistan).

Più in generale, lo scomposto epilogo dell’invasione americana dell’Afghanistan promette di ridefinire gli equilibri geopolitici in quella parte di continente asiatico che, anche se non suscita i medesimi ardori nel dominio mondiale dell’ottocentesco Grande Gioco, è pur sempre la cerniera tra due continenti. Terra islamica dove per settant’anni hanno comandato i burocrati e la casta privilegiata sovietici, crocevia di interessi per il capitalismo russo e cinese, pakistano e quindi indiano, turco e iraniano. Un bottino per le classi sfruttatrici mondiali tra nuove vie della seta, tracciati energetici, terre rare, allineamento e competizione tra Stato russo e cinese, smottamento del padronato indiano verso il campo del capitalismo statunitense.

I dominatori russi hanno deciso almeno sei anni fa di scommettere sugli “studenti coranici” e di strutturare una relazione certo pericolosa, ma potenzialmente prolifica. A nord dello Stato afghano, le classi dirigenti di Turkemistan e Uzbekistan sono favorevoli al dialogo con gli oppressori Taliban, e il 10 agosto 2021 ha avuto luogo un’esercitazione militare congiunta cinese e russa per proteggere gli interessi delle compagnie di estrazione di entrambi gli Stati nel Turkemistan, a ridosso del confine afghano, dove (tra l’altro) si è accesa la contesa russo-cinese per il controllo dell’estrazione degli idrocarburi. I militari russi si sono curati di precisare che tra gli scenari prefigurati vi erano scontri con i miliziani islamici.

In Turkemistan, confinante per ben 804 km con lo Stato afghano, Pechino ha intralciato i negoziati dei capitalismi locali con GAZPROM e in tempi brevissimi ha costruito i gasdotto Asia centrale-Cina, ponendo fine al monopolio dello Stato russo sulle risorse turkmene, che però permane per le esportazioni verso l’Europa. Il capitalismo mandarino è destinato ad avere un maggiore peso e lo Stato russo non disdegna la prospettiva di accodarsi ai progetti infrastrutturali per lo sviluppo del “corridoio economico Cina-Pakistan”, convergenza verso il porto pakistano di GWADAR, a cui il territorio afghano serve per il transito energetico tramite l’Asia centrale. Negli ultimi tempi i capitalisti mandarini hanno avviato “piani di assistenza” per il Kirghizistan e realizzato una postazione di monitoraggio sul confine afghano-tagiko. Segno particolare, e cruciale, della strana e terrorizzante coppia del capitale cinese e di quello russo, è che la classe padronale cinese si premura di non fare notare la propria superiorità . Per fare un esempio, assegna all’“Unione Economica Eurasiatica”, perseguita dall’autoritarismo russo, la stessa dignità della faraonica One Belt One Roud.

Lezioni afghane” per il padronato di casa nostra ed europeo

La competizione e le contraddizioni fra gli interessi dei capitalismi europei (se le contraddizioni e gli interessi divergenti fra Stati membri e capitalismi rivali in seno all’Unione Europea non faranno saltare lo storico accordo franco-tedesco di portare la guerra via dal Reno) con quello statunitense diverrà sempre più accesa. In Afghanistan la sconfitta strategica dei privilegiati nostrani è stata più grave di quella nord-americana. Il tentativo che si sta mettendo in atto fra alcune cancellerie degli Stati europei è quello di un esercizio di ripensamento strategico. (Quasi) ciascun Stato europeo sta riesaminando il suo modo di intendersi atlantico, per poi poter stabilire se questa NATO per i nostri padroni ha ancora senso oppure no. Sapendo che la prima e l’ultima parola spetteranno al capitale USA. L’ha inventata e la chiuderà quando (come sostiene una larga parte della classe dominante nord-americana) la scoprirà controproducente per i propri interessi. Un brivido percorre il padronato europeo: e se in una guerra vera (come al fronte orientale con lo Stato russo) gli statunitensi mollassero così, all’improvviso? Potrebbero farlo, se lo considerassero necessario. Lo scopo dell’alleanza atlantica è quello di proteggere gli interessi dello Stato americano, non quelli europei. Ogni alleanza funziona quando è fondata su una convergenza di interessi. Ma questi interessi, così come il capitalismo a livello mondiale, variano. L’interesse parallelo, ai tempi della guerra fredda, fra classe dominante americana e quella sovietica, era di serbare la propria metà del vecchio continente per evitare che uno degli Stati del capitalismo europeo potesse risollevarsi dopo i due grandi macelli mondiali per poter nuovamente contenderne il dominio del globo. Con la vittoria della borghesia tedesca (processo di unificazione europea) sono ormai trent’anni che il tempo per la NATO è scaduto. «Il pericolo di alleanze che sopravvivono alla propria utilità è una distorsione della strategia nazionale, finisce per indebolirla invece di rafforzarla» (Friedman). Implicito ma palese e illogico, il paradossale corollario per cui se il padronato USA vuole restare il numero uno al mondo deve liberarsi della NATO e inventarsi meccanismi più agili, senza rischiare che “il soldato Ryan” debba risbarcare per la terza volta sulle coste del vecchio continente. Nel contraddittorio processo di costruzione di uno Stato e di un capitalismo (più o meno) unitari in Europa, convivono anime molto diverse. Dai paesi bassi, schiacciati sulle posizioni britanniche del neonato “Empire 2.0”, all’autocrazia di Stati balcanici e di Polonia e Ungheria, al padronato italiano e francese imperniati sul Mediterraneo, fino al capitale tedesco focalizzato (dalla riunificazione in poi, le prime “guerre per la riunificazione europea” nell’area ex-Jugoslava ce l’hanno drammaticamente dimostrato) sui Balcani. Dopo la moneta, la spada. Binomio inscindibile sul quale si fonda ogni costruzione statale. Francia, Italia e Germania continuano a parlare di qualche forma federativa che prevede un accentramento delle funzioni di politica estera, e di un “esercito europeo”. La collaborazione fra Stati e capitalismi europei nei settori della “ricerca”, chiave e base imprescindibile per ogni riarmo, è attiva e ben rodata da decenni. E soprattutto in questa direzione si muove anche il documento “Next generation Eu”.

III. “L’imperialismo straccione” italiano e le guerre per il medioceano

Guardando dallo stretto di Sicilia

Nel 2011, dopo un decennio di macello afghano, la borghesia francese e quella inglese agivano per rovesciare Gheddafi e sottrarre il bottino libico all’influenza dei padroni di casa nostra, sancita poco prima dall’accordo con Berlusconi siglato a Villa Pamphili. Medesima situazione registrata sui Balcani, dove il neoespansionismo del padronato turco è penetrato fino all’Adriatico, in quell’Albania che è stata per più di un secolo soggiogata ai colonialisti di Roma.

Nell’ultimo anno il militarismo turco e russo è intervenuto in Libia, imponendosi rispettivamente su Tripolitania e Cirenaica. Superiorità neo-ottomana registrata anche in Tunisia. Almeno fino allo scorso luglio, quando il paese è precipitato in una complessa transizione su imbeccata dei capitalisti francesi e di quelli sauditi. Il presidente Kais Saied ha destituito il parlamento dominato da un partito costola della “fratellanza musulmana” e vettore imperiale turco. Proprio nel quadrante geografico che dovrebbe interessare di più al padronato italiano. Dirimpetto allo stretto di Sicilia, collegamento inaggirabile tra i due oceani più importanti del mondo capitalistico.

Il capitalismo USA fa rotta a est

Il grosso degli interessi primari dello stato Usa che coinvolgono il Mediterraneo è periferico rispetto a essi. Questo mare risulta una base ideale per proiettare forza in svariate direzioni. L’importanza di questo mare per i capitalisti USA non va sottovalutata. Attraverso le sue acque passano ogni anno centinaia di miliardi di dollari di merci e materie prime diretti verso le coste americane. Tutelare questi flussi è il principale interesse del capitalismo USA nella regione. Nonostante il boom di gas e petrolio non convenzionali (da Scisti) negli USA, verosimilmente il padronato statunitense dovrà tornare a importare grandi quantità di idrocarburi dal Medio Oriente in tempi non lontani per sostenere la competizione sempre più crescente fra Stati e capitalismi rivali e la virtualizzazione del modo di produzione capitalistico. Washington guarda a Pechino, oltre che dalle coste e dalle basi del Pacifico, anche direttamente da Gibilterra, da cui si dipana un asse medioceanico che tocca lo stato di Israele.

Il trattato del Quirinale

Siglato il 26 novembre 2021 fra Roma e Parigi, potrebbe essere complementare all’asse franco-tedesco nell’Unione Europea, per quanto riguarda la proiezione di potenza dei capitalismi europei nel bacino del medioceano e in Africa.

In Nord Africa la penetrazione neo-coloniale europea, dopo il fiasco avvenuto negli anni ’90 e nei primi del XXI secolo dell’”Unione per il Mediterraneo”, è uscita battuta da altre potenze. Lo Stato turco accresce la propria influenza nella regione (Tunisia, Tripolitania ecc.). I padroni russi e cinesi si espandono nel Mediterraneo e nel continente africano. Per i nostri padroni europei è necessario riconquistare terreni oltre allo stretto di Sicilia.

Il neo-ottomanesimo di Erdogan

Lo Stato turco ha paura di non poter sfogare la sua ambizione nazionale a tornare una grande potenza. Di continuare a subire l’esclusione dal mare. Pertanto, si è lanciato nelle guerre libiche sostenendo il governo di Tripoli che il padronato italiano aveva insediato e di cui ha respinto la richiesta d’aiuto, accolta invece da Ankara. I capitalisti turchi concepiscono la Tripolitania come avamposto per penetrare in Africa e guadagnare sbocchi sugli oceani lungo due direttrici. Una punta a Dakar in Senegal via Algeria, Niger e Mali; l’altra a Mogadiscio in Somalia via Sudan ed Etiopia. A questo scopo stanno costruendo con le borghesie autoctone infrastrutture, fornendo armamenti, stringendo relazioni commerciali e diplomatiche noncé irradiando la loro cultura (serie TV, imam ecc.). Se la sfida in Africa fra stato francese e russo è mitigata dalla tradizionale utilità di Mosca in funzione anti-tedesca, la sfida fra capitale turco e francese è già una caratteristica strutturante della geopolitica mediterranea. Dal Marocco a Cipro, passando per l’Algeria , la Tunisia e le Libie, non esiste teatro in cui Ankara e Parigi siano dalla stessa parte. L’asse fra il capitalismo francese e quello Saudita e di Abu-Dhabi non vuole permettere ad Ankara di estendere la sua sfera di influenza. La rotta medio-oceanica mediterranea-Mar Rosso è fra le più rilevanti del mondo capitalistico. Lungo questa rotta è partita la corsa per conquistare o difendere spazi e basi. Il 17 aprile 2020 due squadre di F-16 turchi hanno raggiunto la costa Cirenaica rimanendo in volo per oltre sette ore e mezza e venendo riforniti in ben quattro occasioni. In termini tattici, il proposito del militarismo di Ankara era segnalare al Cairo la facilità con la quale avrebbe potuto colpire obiettivi egiziani nel caso in cui lo Stato egiziano fosse intervenuto direttamente nelle Libie. In termini strategici, l’obiettivo era Cipro.

Mosca ritorna nel Mediterraneo

Il terrore dei capitalisti russi è quello di essere strangolati dall’assedio americano ed europeo in Ucraina. Dunque sfogano verso Sud la pressione cui sono sottoposti nel basspiano Sarmatico. Pertanto si sono guadagnati appoggi (civili, militari o per mercenari) lungo un arco che va dalla Siria al Fezzan, sperando di guadagnare una base militare in Cirenaica. Nel medio periodo, questo allungamento mediterraneo punta a complicare il traffico navale, magari un giorno tramite una rete di bolle anti-aeree e anti-nave come quelle già create in Siria.

Dagli avamposti sul mare, lo Stato russo punta a penetrare l’entroterra africano. Dinamica già evidente nelle Libie, dove, con la scusa di sostenere la guerra di Haftar, i militari russi sono arrivati saltando di oasi in oasi alle porte del Ciad. A Sud di esso si trova la repubblica centro-africana dove si sono sostituiti al capitale francese come potenza di riferimento, al punto che Macron definisce le autorità  di Bangui “ostaggio dei russi”.

IV. Il mar Rosso, snodo fondamentale per l’internet globale e connettore del 10% del commercio mondiale

Il canale di Suez

Il corridoio composto dai mari Mediterraneo e Rosso è di recente tornato uno degli scacchieri di maggiore rilevanza per le classi dominanti mondiali. Lo esplicano i dati del canale: detentore del 30% del traffico container globale. Nel 2019 l’Africa orientale è stata la regione con i tassi di crescita più alti del continente, con una media del 5% annuo. Il corridoio è ricco di risorse naturali e di aree e terreni fertili, così come le distese agricole centro-africane su cui si sono concentrati molti dei recenti investimenti delle potenze regionali, in particolare quelle di Arabia Saudita ed Emirati Arabi per le forniture alimentari. L’interesse di Abu-Dhabi per il medioceano va ben oltre l’intervento nella guerra in Yemen e si sostanzia soprattutto nella “collana di perle” di installazioni militari e di porti commerciali che sono finiti sotto l’egida emiratina nel tentativo di espandere la propria influenza lungo entrambe le sponde del Mar Rosso.

Internet globale

Ad oggi non vi è alcun cavo in fibra ottica interamente terrestre che attraversi la penisola arabica. Tutto il traffico dati tra Europa e Asia passa attraverso il Caucaso e la repubblica islamica usando la Europe-Persia Express Gateway (EPEG), oppure si incanala nelle ben più congestionate dorsali passanti per il mar Rosso e l’Egitto. Quest’ultimo è uno snodo fondamentale, crocevia di dati da e per Asia, Africa e Medioriente: i ben 15 cavi che lo attraversano servono tra il 17% e il 30% del traffico dati globale. La situazione potrebbe cambiare drasticamente se e quando entrasse in funzione il cavo blue-raman pensato per collegare l’Europa all’India via Israele.

Gibuti

Affacciato sul golfo di Aden, stipa sul suo esiguo territorio basi militari USA, cinesi, francesi, giapponesi e italiane. Pechino ha da poco completato l’edificazione di un molo da 340 m, in grado di ospitare una portaerei. Il capitale USA ha nel locale Camp Leninier, già avamposto coloniale francese, la maggiore base permanente in Africa, creata dopo l’11 settembre, con il quartier generale di Africom, il comando che gestisce le operazioni militari statunitensi in tutto il continente africano.

Yemen

Dopo il ritiro emiratino dalla guerra avvenuto nel 2019, i militari sauditi avrebbero inviato truppe a difesa del porto di Aden e occupato un’isola, mentre gli Emirati Arabi hanno conquistato l’isola di Socotra. La vera posta in gioco in questa guerra è il bottino marittimo per il controllo degli accessi al mar Rosso.

V. PNRR: ovvero la ristrutturazione del capitalismo e dello Stato e il riarmo della borghesia italiana

Il Next generation EU è un fondo dal valoe di 750 miliardi di euro approvato nel luglio 2020 dal Consiglio europeo, ufficialmente “al fine di sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di Covid”, ma in realtà programma di lungo periodo del padronato europeo che finanza e traccia dettagliatamente le linee guida di ristrutturazione del modo di produzione capitalistico e degli Stati europei per poter così affrontare le sempre maggiore tensioni internazionali nell’arena del prossimo decennio. È il manifesto programmatico delle borghesie europee e del loro dominio di classe. È la visione strategica degli sfruttatori “nostrani” e la descrizione di un modo creato “a loro immagine e somiglianza”. In breve, la spina dorsale del riarmo delle classi dominanti del vecchio continente che si preparano per i nuovi macelli mondiali. Ma è anche la formula tecnologica di disciplinamento e di arruolamento di ogni manifestazione della vita individuare e sociale sotto le bandiere degli sfruttatori. Il fondo finanziario che lo affianca copre gli anni 2021-2023 e sarà accompagnato dal bilancio 2021-2027 dell’UE, per un valore totale di 1824 miliardi di euro. Nel documento ufficiale si afferma che il “next generation” servirà  a preparare la confederazione di Stati europei alle nuove sfide che si svolgeranno sui mercati mondiali e si svilupperanno contro il capitale USA e quello cinese. Per il momento, la sfida con borghesia mandarina è sul terreno prevalente della concorrenza economica, per la conquista dei mercati e soprattutto delle fonti di approvvigionamento. Con il capitale USA il confronto è anche sul piano finanziario perché il piano europeo è indipendente dal FMI, controllato dalla classe dominante a stelle e strisce. Ogni borghesia nazionale si è dotata di un documento (Recovery Plan) che calibra il prossimo futuro di ogni stato membro dell’Unione e che serve per poter accedere ai fondi. Allo Stato italiano spettano 191,5 miliardi (70 in sovvenzioni a fondo perduto e 121 in prestito). La classe dominante nostrana ha integrato il PNRR con un “piano nazionale per gli investimenti complementari” del valore di 30,6 miliardi di euro. Tutti questi soldi che cadono a pioggia sui progetti del dominio italiano devono essere utilizzati entro il 31 dicembre 2026, e l’erogazione è condizionata all’attuazione di una serie di ristrutturazioni degli Stati europei. Il PNRR annovera tre priorità trasversali condivise e alla base del Next generation EU:

1) digitalizzazione e innovazione;

2) transizione ecologica;

3) inclusione sociale.

Traduciamo: questa ennesima trasformazione del modo di produzione capitalistico è strutturata su una omnipervasiva e totalizzante digitalizzazione. Questa è base e sviluppo dell’innovazione dei sistemi tecnologici che permettono e aumentano lo sfruttamento di classe e di ogni aspetto di vita e di colonizzazione dell’esistente su questo pianeta e su altri (basti pensare alle tecnologie genetiche e nano-tecnologiche, come all’ingegneria spaziale e alle tecnologie repressive ecc.). Per rendere possibile il balzo di specie del capitale verso il mondo digitale è necessario estrarre e produrre sempre più energia da un numero sempre maggiore di fonti diverse ed estremamente redditizie (energia nucleare, idrocarburi, energie “green”, idroelettrico ecc) e quindi da una sempre maggiore devastazione dell’ambiente della Terra. Per rendere possibile tutto questo è necessario un sempre più feroce dominio di classe e intruppamento sulle sfruttate e sugli sfruttati, il cui perno è la pacificazione sociale, ottenuta tramite un disciplinamento del corpo sociale. Tutto questo è interdipendente con la guerra, sia esterna che interna, vera quinta essenza di ogni capitalismo e di ogni Stato. Per fare solo alcuni esempi di queste tematiche contenute nel PNRR: per quanto riguarda il capitolo della “transizione ecologica”, grande spazio viene dedicato all’attuale e futura devastazione ambientale mediante la sempre maggiore costruzione di idroelettrico ottenuta anche rendendo a livello legislativo più veloci gli investimenti nelle infrastrutture di approvvigionamento idrico, e l’ampliamento di nuovi siti estrattivi di gas (come il metano) sul suolo nazionale. Per quanto riguarda la pacificazione sociale, oltre alla riforma in senso strutturale della giustizia (diritto penale del nemico e giustizia riparativa) assistiamo a nuove ricomposizione di classe e a nuove forme di sfruttamento con lo sviluppo di strumenti normativi come l’“apprendistato duale” (scuola-lavoro), ufficialmente spacciato per “migliorare l’accesso al mondo del lavoro per i giovani”, e il potenziamento dei centri per l’impiego dotandoli di strumenti di politica attiva. Basti pensare che la premessa del capitolo “inclusione e coesione” recita così: «la formazione e il miglioramento delle competenze miglioreranno la mobilità dei lavoratori e verranno messe in campo misure specifiche per favorire l’occupazione giovanile attraverso l’apprendistato duale e il servizio civile universale». A questo si somma il rilancio dell’edilizia (già da anni chiesto dalla CGIL per assorbire anche manodopera non qualificata) con le proroghe al super bonus per l’edilizia fino al 2023 incluso. Tutto ciò per non creare grosse turbolenze sociali e disciplinare e assorbire parte dell’esercito industriale di riserva. A questo si aggiungono maggiori assicurazioni per il padronato di poter garantire la riproduzione della forza lavoro con il minimo del costo e il massimo del rendimento mediante una “riforma sanitaria” che, sperimentata su larghissima scala con la campagna militare vaccinale, ha comi base la telemedicina, la scomparsa di ogni forma della vecchia sanità territoriale e sullo sviluppo integrato di nuove maxi strutture ospedaliere a capitale statale-privato e ad un ulteriore specializzazione e digitalizzazione delle pratiche mediche. È la cosiddetta assistenza integrata. A tutto questo si aggiungono, ovviamente, la riduzione delle tasse per i padroni e quelle del peso delle pensioni di vecchiaia sulla spesa statale. Ma è alle voci dedicate al riarmo e alla pacificazione sociale che va una grossa fetta dei finanziamenti. L’istruzione e la ricerca, ovvero il “potenziamento e trasferimento tecnologico”, ricevono il 14,4% dei miliardi del Recovery fund, mentre le voci inserite in “inclusione e coesione” ricevono il 12,6% dei fondi stanziati per il piano.

VI. Il nemico in casa nostra. Contro la piovra militarista e la guerra

Dinanzi al terribile scenario che i nostri padroni ci stanno apparecchiando, è necessario innanzitutto recuperare il principio di realtà di questi mondo, e non restare nelle orbite siderali dei massimi princìpi. Il capitalismo e gli Stati marciano verso il baratro della distruzione del pianeta e della guerra totale prossima ventura. Vediamo ora come si articola il riarmo dello Stato e portiamo alcuni esempi di come verrà declinato. Uno degli attori principali che hanno contribuito a formulare il PNRR è non a caso il colosso industriale Leonardo. Poco prima dell’approvazione del piano, il 9 febbraio 2021 il suo presidente Profumo ha tenuto un’audizione alla Camera, presentando il testo “Leonardo per il rilancio del paese” e sviscerando così le linee guida del PNRR visto (e scritto) anche dall’azienda madre del militarismo italiano. Il primo settore che Profumo indica come fondamentale è ,ovviamente, la connettività  digitale su tutto il territorio nazionale. «La piattaforma Cloud computing di Leonardo, integrata nel Cloud nazionale, diventa lo strumento principale per l’ammodernamento e il rilancio del Paese». Vengono individuati 5 macro ambiti , fra cui il Global monitoring , ovvero il monitoraggio su base continua mettendo in sicurezza le infrastrutture critiche del paese, fino alla logistica (dove, non a caso, si è manifestato negli ultimi anni il settore più combattivo della classe operaia) che dovrà , appunto, diventare: “multimediale, connessa, automatizzata e sicura”. Nell’importante settore della ricerca duale occupa una posizione centrale il settore strategico dei velivoli e della “capacità predittiva di simulazione unita alla sicurezza cibernetica”. Più nel dettaglio, se diamo un’occhiata al documento programmatico pluriennale della Difesa per il 2021-23, vediamo i principali programmi di investimento e di ricerca militare del futuro: ovvero lo spazio, con lo sviluppo del nuovo satellite per le comunicazioni Sicral 3, e soprattutto la ricerca per lo sviluppo del caccia bombardiere di sesta generazione “FCAS/Tempest”. Il Tempest, per il quale sono appena partiti i primi bandi di ricerca, sarà il maggiore programma collaborativo quadrilaterale dai tempi del consorzio “Euro fighter” fra gli Stati tedesco, francese, italiano e spagnolo. Esso, destinato a sostituire gli F-35, assieme al settore spaziale sarà il maggior programma dell’UE nei prossimi decenni. Saranno stanziati dallo Stato italiano 2 miliardi di euro distribuiti in 15 anni fino al 2035 per lo sviluppo dell’aereo (solo dal dicastero della Difesa); a questi vanno aggiunti quelli stanziati dal Ministero dello sviluppo economico. Il solo fabbisogno economico disposto dal militarismo italiano per la fase di ricerca e sviluppo sarà di 6 miliardi di euro. Primi fra tutti nel PNRR, il 29 dicembre 2021 sono stati pubblicati i bandi “per le infrastrutture di ricerca e per le infrastrutture tecnologiche di innovazione”, ovvero gli avvisi statali per la presentazione di proposte progettuali per il rafforzamento e la creazione di infrastrutture di ricerca che potranno permettere il riarmo dello Stato italiano. Il bando ha come obiettivo il rafforzamento e il completamento della filiera del processo di ricerca e innovazione, potenziando i meccanismi di trasferimento tecnologico, incoraggiando l’uso sistemico dei risultati della ricerca da parte del tessuto produttivo, attraverso operazioni di partenariato statale-privato. Oltre ai “centri nazionali” che verranno creati, fondamentali saranno i cosiddetti “partenariati estesi” (reti diffuse di università , enti statali e privati di ricerca, aziende). Ne verranno realizzati 10 su tutto il territorio nazionale, legati e integrati alle aziende e al capitale locale. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: «ecco perché la ricerca ad applicazione militare duale ci sembra essere uno dei pilastri del militarismo odierno: nelle forme che assume, nei luoghi che attraversa, negli enti che la finanziano, nella classe che la organizza. Smascherarla può costituire un punto di forza nella lotta contro l’apparato statal-militar-industriale nell’osservare con attenzione i suoi nervi più scoperti. Quei dietro le quinte che preparano il palcoscenico a dei conflitti globali. Contro la guerra per attaccare la salute dello Stato, contro lo Stato per colpire l’essenza della guerra».