Guerra alla guerra. Un testo di Stecco alla conclusione del suo sciopero della fame
Riceviamo e diffondiamo – con grande ritardo dovuto alla censura carceraria: il testo è stato chiuso agli inizi dello scorso dicembre – questo bel contributo del nostro Stecco. Un appello lucido e appassionato a fare un passo più in là proprio adesso – nell’ora più buia.
Qui in pdf: stecco testo di fine sciopero
Testo di fine sciopero e riflessioni sulla lotta alla guerra
Il 28 novembre ho interrotto lo sciopero della fame in supporto ai compagni e alle compagne di Palestine Action in lotta dal 2 novembre nelle carceri inglesi.
In questo arco temporale della protesta, grazie al supporto esterno di compagni e compagne e avvocatesse, ho potuto ricevere le parole di indizione e adesione della protesta di ognuna delle partecipanti, ed anche di un accorato ringraziamento di Manar Suleiman Amra che vive a Gaza.
Questa protesta mi porta a scrivere delle note ulteriori sulla guerra che esporrò più avanti nel testo.
Ma prima di tutto vorrei esprimere quanto quest’esperienza, tuttora in corso, sia così intensa e profonda dentro di me e nelle idee di libertà che coltivo da molto tempo.
Da oltre due anni rinchiuso in questa prigione, ho accumulato ore ed ore di letture di articoli e libri, della visione di telegiornali di regime e dossier, su questo genocidio in corso. Esso viene costantemente sviscerato in tutte le sue concrete e palpabili sfumature, viene dibattuto e vivisezionato, la classe politica e padronale si accusa e si assolve mentre poco o nulla si dice, e si fa, per fermarlo veramente in un’ottica che non sia di potere statale, strategica e disumana, arrogante, beffarda e menzognera.
Di questo accumulo di informazioni, ad un certo punto bisogna sapere cosa trarne e cosa farne, anche dentro una galera.
Sappiamo per esperienza quanto l’appoggio a livello internazionale tra prigionieri sia motivo di forza morale e politica, di potenziale scambio nelle differenze e nell’apertura di nuove strade che valichino mura e frontiere. Oggi questo avvicinarsi e conoscersi tra compagni/e internazionalisti/e è fondamentale e necessario perché, condividendo le parole di Jon Cink, per assottigliare la linea del privilegio (lo scrivo in quanto sono un uomo bianco con i documenti a posto) occorre che ognuno a modo proprio prenda posizione e si chieda cosa è disposto a fare delle proprie scelte di vita, scrollandosi di dosso alcune zavorre ideologiche per osservare il mondo al di fuori degli steccati che ci tengono in una zona di sicurezza, e questo non vuol dire abbandonare i propri principi e metodi.
La forza delle parole che mi sono giunte qui dentro ha ulteriormente reso inutili queste sbarre, il peso della detenzione è divenuto inefficace, perché la determinazione e lo slancio per una giusta causa con una prospettiva liberatrice, allontana ogni mano repressiva dalle proprie “convinzioni” ideali. Il corpo in questo caso è una scatola, lo spirito di lotta si ravviva e si salda nella congiuntura delle volontà di donne e uomini liberi/e anche se fisicamente imprigionate e lontane.
I ventri vuoti in protesta, suonano il ritmo calmo ma inesorabilmente costante e deciso che preannuncia raggi di sole in rivolta che si trasformano in una dedizione sovversiva, e nubi nere di tempesta sopra le teste degli assassini e massacratori.
Da questa mia cella, oltre la grata, vedo un triangolo di mare in lontananza, lo stesso mare che bagna la terra di Gaza. Dalle montagne a nord, dietro il carcere, in primavera arrivano i profumi forti delle piante di timo che con le loro essenze profumano l’aria. È lo stesso odore che in Palestina è simbolo di una nobile resistenza anticoloniale che è diventata contagiosa.
Che questi venti e maree, superando lo stretto di Gibilterra e le Alpi, raggiungano le terre chiamate Inghilterra, e possano fortificare le menti e i corpi delle e degli scioperanti in lotta. Che queste energie raggiungano la terra di Gaza, e che si infondano in chi resiste dentro un campo di concentramento e sterminio ad alta tecnologia.
A pugno chiuso alzato al cielo, invio a voi il mio più alto e sincero saluto di lotta ed amore per una vita libera.
Al fianco di Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Jon Cink, Teuta Hoxha, Kamran Ahmed, Jakhy McCray, Dimitris Chatzivasileiadis, e di tutti e tutte quelle compagne che in varie forme si stanno unendo alla protesta a livello internazionale.
Guerra alla guerra!
Contro il sionismo ed il colonialismo, contro lo Stato e il suo militarismo diciamo ed agiamo con forza al motto: No Pasaran!
Organizzare la Resistenza dentro e fuori le prigioni con una prospettiva rivoluzionaria e per una vita libera!
Libertà per tutti e tutte le prigioniere palestinesi!
Libertà per tutti e tutte!
Palestina libera!
Novembre-dicembre 2025
Carcere di Sanremo
Luca Dolce detto Stecco
Compagno anarchico
È ancora guerra… di sterminio
Sarei curioso di conoscere come il filosofo sociale Elias Canetti descriverebbe, ora che le masse in mezzo mondo si sono espresse in solidarietà con Gaza, il suo concetto di “massa” in un’epoca così tecnologica e trasversalmente bellica e sterminatrice. Egli dice che la società di massa esiste nella mente dell’essere umano, prima che essa si esprima materialmente. Se le società antiche sceglievano certe forme sociali ed economiche di sussistenza, è perché sceglievano volutamente di non intraprendere metodi autoritari e burocratici, ne intravedevano i pericoli. Quindi i nostri antenati erano perfettamente animali politici, coscienti ed osservatori in modo attivo della vita sociale comunitaria.
Ma cosa sono queste piazze e strade piene di gente oggi, se poi nel quotidiano ritorniamo nell’alveo della vita organizzata ed imposta da altri?
Ora che la “tregua” a Gaza viene divulgata ed imposta con il marchio dell’anfibio militare e la mediaticità della Flottilla, ora che silenziano e smorzano il moto contro il massacro, come trasformarlo in un’azione che vada oltre la manifestazione ed espressione di opinioni? Il potere utilizza come un apriscatole l’emotività umana, che spesso dà il meglio di sé nella sua empatica emotività a scoppio ritardato e nei momenti di “emergenza”, la quale riesce a coagularsi nei picchi di sdegno. Un’umanità comunque viva nonostante gli sforzi di atomizzarla. Essa si sta dimostrando unita nelle sue categorie progressiste di fronte all’evidenza di uno sterminio. Sui tempi di reazione si dovrebbe ragionare a lungo. Purtroppo non si è ancora capito fino in fondo quanto le tattiche dei nemici della vita siano subdole e ricattatrici, quanto la merce e la vita quieta riescano a recuperare i moti anche se sinceri, per lo meno in Europa. Per essere più efficaci e lungimiranti, devono superare con testardaggine proprio le trappole disseminate sul terreno della lotta, le quali hanno lo scopo di far ritornare tutti e tutte nell’alveo inconcludente della morale democratica, di questioni come l’utilizzo o meno della violenza liberatrice, dell’inazione. Dall’emotività si passi all’autorganizzazione e all’azione. Se le strade della libertà vengono ostacolate, i movimenti rivoluzionari della storia ci insegnano l’opacità e l’underground.
Tutta l’ipocrisia degli Stati e delle varie autorità nazionali si sta palesando, non c’è nessuna “tregua” in corso, non c’è nessuna risoluzione del conflitto o trattativa di pace. Queste menzogne raccontateci sono le stesse di altri periodi storici, sono un puntello della continuazione dei progetti sionisti e colonialisti di Israele, dell’Occidente e di quegli Stati che con loro collaborano per meri interessi geoeconomici.
Gli affari della “ricostruzione” coloniale sono enormi, e camminano in parallelo alla vicenda ucraina. L’Egitto per esempio in questi anni ha continuato a vendere materiali fondamentali ad Israele come cibo, cemento, fertilizzanti. La solidarietà di facciata di molti Paesi è frutto di un mero cinico calcolo. Taiwan supporta gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, costruendo un ospedale per loro a Sha’ar Binyamin.
In parallelo le deportazioni dei gazawi, definite come “evacuazioni”, con i voli charter verso Sudafrica, Malaysia, Indonesia, portano a compimento un’altra tattica di sradicamento appoggiandosi alle pratiche migratorie informali e ormai consolidate dai gruppi criminali che rendono opaco il mercato di esseri umani, monetizzando e brutalizzando una pratica che l’essere umano ha sempre attuato, cioè migrare. Anche questa volta come altre, la spinta è indotta con la violenza più sistemica.
Tutto il mondo, inoltre, conosce il ruolo delle Nazioni Unite, organizzazione nella quale si distinguono vari coraggiosi ed autonome, ma esse non possono incidere dall’interno, contro un meccanismo creato ad arte di vincitori della Seconda Guerra Mondiale, che in decenni ha solo dimostrato di voler mantenere lo status quo e il filantropismo dell’imperialismo americano ed occidentale e delle potenze emergenti, colonialiste a loro volta.
Un altro trucco. Ricordiamoci le guerre di Jugoslavia e Somalia. Coloro che stanno dettando l’agenda militare su Gaza sono ancora i pronipoti politici di chi il 2 novembre 1917 aprì concretamente la strada ai progetti sionisti.
Per quanto riguarda l’Italia, la sua presenza in Palestina risiede nella nuova base a Kiryat Gat, a 20 chilometri dalla Striscia, per mezzo di una specie di “coalizione dei volenterosi”, simile a quella sul fronte ucraino, tramite il C.M.C.C. (Civili-Military Coordination Center). Con il suo Generale di Brigata Sergio Cardea, comandante del COVI creato nel 2007 per le aree di crisi che ora si trova – assieme ai suoi camerati – a chiedere una carta straccia dell’Onu che giustifichi questa operazione.
Questa istituzione è stata creata per attuare il “Piano di pace” dell’amerikano Trump. Qui sono presenti le piattaforme tecnologiche Palantir, Maven, Datamiur, che hanno il compito di perfezionare in modo oculato gli attacchi aerei statunitensi in Medio Oriente. La creazione dell’ ISF (Forza Internazionale di Stabilizzazione) con soldati di vari Paesi, imporrà con il terrore il regime di vita dei palestinesi.
Questo identico sistema tecnologico è in uso contro i migranti entro i 100 km dai confini nazionali Yankee. Abbiamo conosciuto a cosa serve l’utilizzo dell’IA per creare obbiettivi da colpire a Gaza, ed in parallelo per la deportazione dagli Usa degli indesiderabili.
Mentre il 20/11 il Ministro degli Esteri italiano ha discusso se il CoESPU (Scuola di addestramento internazionale dei carabinieri, insediata dentro la caserma “Ederle” di Vicenza), sarà la miglior soluzione come centro di addestramento per 3000 futuri poliziotti mercenari palestinesi, controllati da questa coalizione e dall’Idf.
Industria militare e civile
In questi mesi, vari giornali hanno fatto a gara nel denunciare le connivenze tra l’industria militare e civile, rispetto a come essa faccia profitti con le attuali guerre in corso. Quasi quotidianamente vengono resi pubblici i legami e gli interessi di tutta la filiera bellica e tecnologica, la sua storia, le affiliazioni civili e politiche, chi sono i responsabili, insomma come si articola una rete mondiale di contratti, collaborazioni, esperimenti, scoperte scientifiche tutte atte a scopi militari o di controllo e repressione sociale.
Gaza e il fronte ucraino, le favelas, i contesti di crisi climatiche, le ribellioni sudanesi o nelle metropoli, sono tutti contesti adatti alla sperimentazione e pubblicità per la compravendita, tra Stati ed imprese, dei loro gingilli sofisticati ed esperimenti di architettura del panottico sociale.
Tutto questo rende quasi infinitesimale il lavoro fatto nell’ultimo decennio da parte dei movimenti contro la guerra. La stessa propaganda ufficiale ci sbatte in viso la portata del complesso tecnoindustriale.
Le domande da porsi sono: dov’è la differenza? Nella quantità o nella qualità delle informazioni? Oppure: che farsene e con quali obiettivi e prospettiva usarle?
Visto che Elbit Systems è al centro della lotta di Palestine Action, bisogna dire che è di pochi giorni fa la notizia che la Germania, dopo 100 giorni dall’embargo di armi tedesche verso Israele, alla fine di novembre ha ripreso ad inviare le forniture. La cosa più importante sono i pezzi di ricambio per gli ormai noti carri armati “Merkava” dell’azienda Renk. I motori del Tank della Mtu con sede nel Baden-Württemberg non hanno mai avuto problemi bypassando l’embargo via USA.
Con questa ripresa Elbit Systems venderà a Berlino munizioni “Lms” per 700 milioni di euro. L’Ad Gundbert Scherf ha promesso che dal 2026 verranno prodotti tra i diecimila e i ventimila droni da guerra.
Questo esempio tedesco è emblematico perché dovrebbe smuovere tutte le persone che hanno creduto ciecamente che gli Stati democratici abbiano una qualche remora reale ad interrompere i conflitti e sanzionare lo Stato israeliano. Sappiamo che ogni guerra è redditizia sia nella sua fase distruttiva che in quella di ricostruzione. In mezzo la carneficina ingrassa i conti degli industriali e della classe politica annessa. La lotta al militarismo deve continuare senza sosta e con una continua visuale critica, portando la pratica della denuncia e dell’agitazione verso una continua campagna d’azione e scuotimento sociale e sovversivo d’ampio respiro.
Dietro le linee del nemico di classe
Un protagonista a volte dimenticato dalla critica al militarismo e la sua industria è l’operaio. Quella massa di uomini e donne che, in tutti i paesi industrializzati, crea e forgia le catene e gli ingranaggi utili alla classe dominante per mordere e massacrare a proprio piacimento ed interesse i propri sudditi. La propaganda nazionalista, la cultura razzista, la smania di conquista, il terrore presunto dello straniero, l’egemonia economico-territoriale, fanno il resto.
Come rompere il vincolo tra questa enorme forza lavoro ricattata con un piatto di lenticchie e l’illusione di una vita pacifica e serena? Come ridurre lo scarto morale che dovrebbe smuovere la coscienza che può far disertare, ancora prima dei soldati, gli operai che creano e montano l’ingranaggio bellico?
Il padronato sa molto bene come spezzare la solidarietà di classe internazionalista. In Italia abbiamo un esempio di stretta attualità proprio in una colonia interna, l’isola della Sardegna, dove il peso della guerra arriva forte in quella terra economicamente depressa. Da una parte, per esempio, abbiamo gli operai dell’azienda Eurallumina nell’Iglesiente, dove l’azienda Rusal, di proprietà di un oligarca russo, è in difficoltà serie per via delle sanzioni di guerra e con 300 milioni di investimenti bloccati per l’ammodernamento degli impianti e la messa in sicurezza del sito di stoccaggio.
Dall’altra, a pochi chilometri di distanza, a Domusnovas, l’azienda tedesca Rwm chiede alla Regione Sardegna il permesso per il raddoppio della fabbrica in quanto il suo prodotto principale sono le bombe vendute per anni all’Arabia Saudita nella guerra contro lo Yemen.
In questo caso il mercato di questi tempi è florido a causa delle politiche, europee e non solo, di riarmo e potenziamento degli eserciti. Le contraddizioni emergono palesemente ed i sindacati ancora una volta ondeggiano tra una retorica della difesa del lavoro tout court ed una critica all’industria armiera che in questi mesi ha indetto scioperi per Gaza con il blocco dei porti o scioperi generali di un giorno, i quali però non sono riusciti ad allargarsi ed invitare ad una diserzione radicale dalle industrie armiere, chimiche, dei laboratori etc. Farlo costituirebbe un passo nel “vuoto” che incrinerebbe la loro facciata di responsabili protettori del lavoro salariato e del comparto nazionale industriale ed economico.
Anche in altre industrie italiane le contraddizioni si palesano in modo inequivocabile vista la forte retorica bellica in corso, che in modo preponderante viene fatta a spron battuto.
Una società come quella odierna, fortemente gerarchizzata e patriarcale nelle sue visuali sul mondo, ci impone il binomio guerra calda – guerra fredda, dove la “pace” è in realtà “l’assenza di guerra”.
Questa concezione della società si palesa esattamente in queste “pause” dalla guerra tramite i trattati, i “cessate il fuoco”, i memorandum etc.
Questi tavoli se possono interrompere in qualche modo un conflitto in realtà sono solamente la dimostrazione della forza di alcuni usando termini ed argomentazioni che mettono sotto una luce di “debolezza” chi viene “battuto” sul campo o messo alle strette tra la morsa economica e quella strategico-militare.
Ritirata, sconfitta, disarmo, e poi ancora parole come trincea, assaltare, sono tutte parole che portano l’immaginario della guerra verso il concetto di Eraclito, cioè che essa è “padre di tutte le cose, di tutte le cose è re”.
Sempre in Germania ed in Italia, l’industria dell’auto in forte crisi, dovuta alla competizione mondiale, verrà in parte riconvertita per il nuovo e mastodontico piano di riarmo europeo, e nel frattempo dalla Svezia alla Polonia, dalla Croazia alla Francia, si vuole imporre il servizio di leva obbligato o “volontario”; nelle scuole e nelle università italiane l’entrismo militare si fa sempre più spinto. La sinistra istituzionale e riformista ondeggia tra un posizionamento di facciata contro la guerra e un cavalcare l’onda dei movimenti contro guerra e genocidio a Gaza. L’amnesia di massa su quello che questa classe politica disse dopo l’attacco russo ed il 7 ottobre in Palestina, dovrebbe in realtà mettere tutti in guardia sul doppiogiochismo e la retorica di questi affossatori di ogni esuberanza radicale o rivoluzionaria. Ad ogni fatto di violenza liberatrice che avviene nella società, essa subito si affianca al coro moralizzatore della tanto criminalizzata lotta armata, del “terrorismo”, dei “cattivi maestri”, dello slancio di chi non rimane imbrigliato nella rete della moralizzazione ipocrita.
Operai e studenti, giovani e adulti, vengono spinti a milioni verso una mentalità di paura guerrafondaia. Tramite esperti selezionati, messi in pubblica piazza a spiegarci la realtà – del padrone –, ci viene detto che gli esseri umani sono bellicosi per natura, che la volontà di potenza è una cosa innata nell’uomo. Evitando così che le coscienze si mobilitino il più possibile verso azioni contro la guerra, la società rimane bloccata in questa morsa.
Antropologi, storici, etc. come Lawrence Kegley hanno portato nel dibattito pubblico argomentazioni per consolidare il pensiero rispetto al quale fin dalla notte dei tempi l’essere umano ha combattuto una “guerra infinita”, rafforzando la filosofia così onnipresente e “consolatoria” di Hobbes. Le interpretazioni, per esempio, di fossati e mura, di alcune armi da caccia, di simboli di villaggi e città del paleolitico o del neolitico, che li vedevano come strumenti con il solo scopo di difesa dal nemico esterno sempre pronto ad assaltare. Secondo queste interpretazioni, quindi, tutto è riconducibile alla guerra fratricida. Niente di più falso.
Oggi siamo circondati ed assuefatti da immagini, simboli, rappresentazioni, oggetti, filosofie, campagne di comunicazione che ci inducono e riconducono alla guerra.
Gli operai, gli scienziati, i tecnici sono immersi in una retorica competitiva, nazionalista, terrorista, dove il “progresso” è figlio del produttivismo, del potere e del denaro.
Questo incubo lungo secoli forse si sta faticosamente spezzando, bisogna alimentare il sogno, il reincanto di un nuovo immaginario sul mondo.
Possiamo disquisire di necropolitica, ecocidio, di totalitarismo, e ne possiamo fare dei trattati mantenendo le mani morbide e le membra ed i muscoli flaccidi. Questo può essere utile per inviare un messaggio di rottura contro la cappa soffocante della modernità ed i suoi crimini, ma se non faremo delle scelte individuali, e potenzialmente condivise con altri, che portino al centro del pensiero l’azione, nulla cambierà. Potremo solo contare le lacrime amare.
È tempo di nervi tesi e sorrisi sovversivi che sbeffeggiano, dopo lo sforzo ed il rischio, il comune nemico.
Lotta internazionalista, anticolonialismo e rivoluzione
La Resistenza palestinese ed il paradigma del Sumud hanno creato uno squarcio profondo nel mondo. Nelle teste dei potenti c’è invidia e disprezzo, perché chi ha la visuale e l’idea dell’“uomo forte”, sa ben riconoscere il coraggio e la tenacia di chi si batte, anche per questo la risposta è così feroce e totale. La sfida e lo slancio mettono in imbarazzo la volontà di potenza di un intero sistema. Coloro che sono al potere sanno che la Resistenza non si fermerà e che altri la imiteranno, con altre formule e prospettive, ma da essa ne trarranno ispirazione. Allora il potente impaurito userà tutte le tattiche storiche e tecnologiche per scardinarla, per annientarla alla radice.
Ma l’eco è ormai mondiale, come qualche decennio fa con altre resistenze, e annuncia che resistere è possibile ed è necessario. La risposta dei governi è e sarà dura e profonda, ne vediamo già le reazioni scomposte. Negli Usa il movimento antifascista “Redneck Revolt” del North Carolina, attivo nelle aree rurali del Sud in lotta con i lavoratori per la liberazione di classe, è stato criminalizzato. In Texas due anarchici sono stati arrestati tramite la nuova legge contro “Antifa” per un’azione contro ICE.
In Europa ben conosciamo la repressione che sta agendo contro i movimenti che si oppongono alla guerra.
Ma il carsismo della lotta per la libertà porta acqua su vie ignote al nemico, come un fiume carsico, essa sbuca e si nasconde, resta quieta e poi con un boato colpisce.
In Marocco il movimento “Gen Z 212”, contro il governo e le spese mastodontiche per la costruzione di stadi per i mondiali di calcio del 2030, chiede la liberazione di tutti i detenuti delle proteste, anche quelli del 2017, e combatte contro povertà, distruzione ambientale, etc.
In Tunisia la lotta contro l’impianto chimico di Gabès, che produce fosfati creando così un forte aumento del tasso di tumori, sta mobilitando masse di giovani sempre più arrabbiati e disillusi dalla classe politica e padronale.
In Madagascar, Nepal, Mongolia le mobilitazioni e i rovesciamenti politici sono avvenuti con la forza della lotta e la sua costanza.
L’Europa risponde in vari modi. In tutte queste lotte citate, la Resistenza palestinese riecheggia a gran voce. In Serbia gli studenti contro il governo corrotto di Vučić e le multinazionali cinesi che distruggono montagne e fiumi, anche loro portano le bandiere di Gaza. In Polonia alle manifestazioni contro l’ondata fascista e militarista, succede lo stesso.
Nelle strade delle città europee la gioventù risponde in massa.
Le mura e le tattiche coloniali, le argomentazioni storico-morali sioniste e capitaliste, vengono criticate nelle metropoli di questa vecchia Europa imperiale e decadente, la solidarietà internazionalista si esprime e fa riecheggiare le lotte passate.
Ma se tutto questo è un indicatore della realtà odierna, se il virus della lotta si diffonde nelle strade, allo stesso tempo esse non sono ancora riuscite a superare gli argini che impongono la pace sociale, la legalità, il divieto di osare e sognare qualcosa d’altro e più profondo che non sia mera indignazione.
Ecco allora che nella quiete della notte anonima, mani irrequiete senza lacci, agiscono e colpiscono. In Francia gli anarchici sabotano reti elettriche e magazzini di materie prime nelle zone industriali e nei suoi comparti bellici. In Germania colossi come Tesla perdono milioni di euro perché gli è stata staccata l’elettricità. Il 9 settembre a Berlino c’è stato un importante sabotaggio al complesso militare-industriale. In Canada le linee ferroviarie vengono da anni sistematicamente colpite contro l’industria estrattivista e le sue multinazionali, necessarie alla filiera di materie prime fondamentali alla guerra ed al mondo che la produce e finanzia. In Grecia i compagni e le compagne che agiscono contro le politiche di un governo reazionario e fascista, e che ricordano il compagno Kyriakos Khymitris caduto lungo la strada della lotta, anche loro rilanciano la solidarietà per Gaza.
Gli anarchici, e non solo, non aspettano che la rivoluzione avvenga per incanto, la vivono ardentemente studiando ed organizzandosi.
Sabotare ed attaccare il sistema di dominio di certo non basta per innescare un cambiamento radicale, ma ci avvicina e ci fa guardare in faccia la vita che vogliamo, agendo contro un nemico che ci vincola al suo sistema, dal quale ci vogliamo liberare. Questa vita libera ci viene sempre più preclusa, veniamo diseducati nello sviluppare una capacità di scelta, nel ponderare ed attivare una volontà che detti e sperimenti le linee guida e le regole sociali che rompano quelle odierne autoritarie, che scelgano coscientemente le strade ed i metodi che fanno a meno di un sistema iniquo, velenoso ed assassino.
Va abbattuta l’idea moralistica del “confronto democratico”, essa ci allontana da alcune possibilità di lotta, e credo che il migliore esempio di una frattura insurrezionale ci stia arrivando dalle rivolte indonesiane di questi mesi. Di fronte agli appelli e alle richieste della gente, alle loro proposte di autorganizzazione e di comunismo antiautoritario, il potere si è mostrato violento ed arrogante. La risposta sovversiva è stata precisa e netta, l’inganno e il trucco democratici sono stati rotti con le case incendiate dei politici. Questa loro arroganza gli si è rivolta contro, sono stati loro per una volta gli obiettivi materiali, le prede della furia liberatrice.
Chi in Europa continua a produrre, finanziare, giustificare un operato assassino al fianco dello Stato israeliano ed americano? A questa loro sfacciataggine e senso di onnipotenza, va data risposta? I rapporti di forza nel conflitto sociale sono ancora a loro favore? Se sì, come rovesciarli?
Se il loro intento è armare masse di giovani per il futuro annunciato macello, sappiamo bene che storicamente i soldati di leva sono stati la chiave di alcuni movimenti rivoluzionari, nel momento in cui l’opera di ribelli e sovversivi si è intrecciata con proposte concrete e la diffusione del disfattismo rivoluzionario. Forse non si riuscirà nell’immediato a fermare l’ondata militarista, ma è compito di chi lotta contro la guerra continuare a battere e incentivare l’azione demolitrice che operi nel tessuto sociale, con le idee più avanzate contro ogni meccanismo del nazionalismo, del razzismo, dell’imperialismo. Il fronte interno deve essere quello più preoccupante per i nostri comuni nemici di classe.
Per portare avanti la solidarietà con Gaza e con chi oggi subisce sul campo la guerra degli Stati c’è anche per noi, compagni e compagne europei, la necessità di svincolarci da alcune zavorre.
La campagna di stampa in appoggio ad Israele si innesta sull’egemonia culturale incancrenita in corso da molto tempo da parte delle forze coloniali e padronali; conosciamo in tanti le idee di Edward Said rispetto al pensiero orientalista. La sua articolata osservazione della ragnatela che ci limita lo sguardo direzionandolo verso concetti creati e stratificati nei processi storici degli ultimi secoli, in particolare quelli che vengono chiamati “Occidente” ed “Oriente”, ci consiglia di camminare su sentieri erti e scomodi. Il ruolo di intellettuali, di nuove discipline scientifiche, rafforza questa divisione storica e umana. Questi legacci spesso impercettibili ci trattengono dall’agire e separano chi da una parte all’altra del mondo ha la stessa necessità di liberarsi dalla comune, anche se diversificata, oppressione, la quale lavora in modo alternato a seconda delle latitudini. La boria dei dotti e delle nazioni deve essere combattuta da ogni lato.
Nel libro “Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma”, Amos Goldberg e Bashir Bashir ci dicono che questi due avvenimenti storici si guardano faccia a faccia. In Occidente però, giusto per capirsi, è stato costruito un regime della memoria che vieta paragoni ed accostamenti, il che porta a ritenere che un genocidio debba assumere – per essere nominato – la forma radicale dell’Olocausto. Loro suggeriscono la via del perturbamento empatico, che vuol dire confrontarsi con il trauma altrui per una nuova grammatica morale.
Le ingegnerie geopolitiche, i confini variabili di cui oggi analisti ed esperti, generali e coretti opinionisti razzisti blaterano nelle reti dei media, ci inebetiscono utilizzando complesse analisi, che a volte soffocano lo slancio solidale. Alleggeriti da queste zavorre cosa potremmo vedere?
Se osserviamo la microstoria volutamente accantonata e censurata, i cui fatti sono quasi impronunciabili, sappiamo che il movimento sionista attuò, in diversi momenti storici, manovre contro gli ebrei sovversivi e contadini dell’Est Europa (soprattutto in Polonia, Ucraina e Russia), utilizzando idee e pratiche reazionarie. A Bialystok gli anarchici organizzati, in unione con altri solidali, difesero le comunità ebraiche contadine e proletarie dai pogrom. Successivamente fu il movimento machnovista ucraino tra il 1919 e il 1921 a difendere le comunità, e molti compagni e compagne di origini ebraiche denunciarono e criticarono il sionismo che ha tra le sue basi filosofico-culturali anche una reazione antiproletaria ed antisocialista nel senso più ampio del termine.
Oggi il sionismo attacca chi in Israele non vuole subire la brutalizzazione culturale ed è costretto a scappare creando una nuova forma di diaspora: 130.000 sono già fuggiti all’estero tra il 2022 e il 2024. Un esodo che marcia parallelo ad un massacro genocida. La violenza senza argini dei coloni si riversa dentro e fuori la Cisgiordania, il sionismo lavora in più direzioni.
In Ucraina e in Russia intanto la massa di disertori anonima, ricercata dai rispettivi eserciti, si incrocia con i partigiani che dall’interno contribuiscono ad ostacolare la macchina bellica di entrambi i fronti, e portano una ventata d’aria fresca in questa guerra fratricida.
La lotta anticoloniale di fine Ottocento contro l’ormai finito impero spagnolo, portò alla deportazione dei rivoluzionari filippini nel carcere di Barcellona di Montjuic. I detenuti spagnoli – molti dei quali imprigionati per le continue lotte contro il sanguinario Canovas – videro questi uomini all’aria con vestiti leggeri tipici della loro terra. Dentro la prigione la solidarietà si mobilitò subito, perché i gruppi si riconoscevano come compagni di lotta contro lo stesso regime oppressivo. Dalle finestre delle celle vennero lanciati indumenti pesanti in segno di vicinanza con i ribelli filippini colpiti da uno dei più feroci e longevi regimi colonialisti.
Le lotte anticoloniali dell’epoca, a Cuba, Puerto Rico, nelle Filippine, in Corea o in Cina, si intrecciavano con i movimenti rivoluzionari e le idee anarchiche e socialiste. I compagni e le compagne europei partivano e partecipavano ai moti insurrezionali. In Egitto, Algeria e Argentina, in Giappone, un po’ ovunque le lotte di liberazione nazionale cospiravano e si coniugavano con idee più generali di emancipazione sociale e rivoluzionaria.
Questi esperimenti sovversivi crearono ipotesi di vita collettiva mettendo in pratica “il mondo per cui ci battiamo”, con veri e propri piani insurrezionali figli di un’epoca cospirativa.
Le idee circolavano grazie ad una vivace attività di traduzione di libri e opuscoli propagandistici. Questo fermento si unì alla solidarietà internazionalista che portò l’anarchico Angiolillo a colpire a morte il dittatore Canovas, torturatore all’estero di filippini, cubani etc. e dei rivoluzionari in patria.
I moti anticoloniali in giro per il mondo e quelli insurrezionali europei dialogavano, non esistevano carte dell’Onu e dei “diritti dell’uomo” a cui appellarsi in un macabro inganno e vane speranze. In parallelo essi marciavano alla conquista della agognata libertà soffocata dal capitalismo e dal governo della madrepatria sanguinaria.
L’ideologia della “guerra infinita”, si insinua nei cuori e nelle menti con i suoi reticolati. La violenza della sopraffazione, dove la vita non vale nulla e non c’è vergogna nel fucilare uomini e donne inermi, dove l’odio religioso inzuppato di promesse territoriali e supremazie razziali crea quell’humus che cancella ogni empatia umana e fomenta rancori e vendette che vanno a colpire sempre in basso e mai in alto della gerarchia sociale, può avvilire e creare un senso di ingiustizia fino ad essere percepita come un dolore fisico.
Oggi vediamo donne che tra le macerie di Gaza piantano ulivi mostrando al mondo l’amore per la terra natia, uomini che imperterriti raccolgono le olive, bambini e bambine che scavano canali di scolo per avere un luogo dove poter giocare e studiare, giovani che continuano a resistere. Il popolo palestinese ci mostra ogni giorno cosa siano la dignità, la tenacia e l’infinita fantasia pratica e morale allenate durante decenni di vita in una prigione a cielo aperto.
Il 28 novembre Fadi e Jumaa’ Tamer Abu Asi sono stati assassinati dall’Idf perché intenti a raccogliere pezzi di legno da rivendere, poiché si trovavano vicini alla linea gialla. Età di 8 e 10 anni. La terra di Palestina ha una storia infinita di fatti simili ed essi sono tra quelli che colpiscono l’opinione pubblica progressista, portandola a schierarsi a favore di chi nell’immaginario colonialista europeo è in qualche modo accettabile in quanto vittima e vulnerabile.
Alcuni giornali sono disponibili a mostrare gli occhi di bambini e bambine sofferenti. Poi c’è quella parte profondamente razzista che si schiera apertamente e in modo netto con qualsiasi pratica omicida e repressiva dello Stato israeliano.
Entrambe le parti, alla fine, fanno parte di un’impalcatura sociale che si regge in piedi perché anche se esse sono diverse nelle apparenze, in realtà difendono gli stessi privilegi ed interessi.
Certo è importante denunciare ed indignarsi, ma questo fa parte dello spettacolo concesso dai padroni, che funziona come valvola di sfogo per buttare fuori l’indignazione e ritornare a dormire sonni tranquilli. Guai destarsi dal torpore e mettere il dito nella piaga di ciò che spinge l’individuo che dall’indignazione passa all’azione. Peggio ancora se si organizza in una prospettiva di lunga durata.
Il palestinese va bene se ha una gamba amputata ed un corpo scavato dalla fame. Se mette un passamontagna ed impugna un mitra, se lancia pietre o molotov, si rompe lo specchio dell’accettabilità occidentale, liberista o socialdemocratica che sia.
In generale siamo abituati pigramente ad accettare qualcosa solo se si mostra debole e innocuo ai nostri occhi.
Il detenuto o la detenuta che per mesi studia un piano di fuga, e poi una notte sega le sbarre e fugge, inquieta la società borghese ed ipocrita. Il “pazzo” che di “botto” esplode in gesta “inconsuete”, spacca e sbava “senza senso”, sciocca per l’imprevedibilità. Il bambino o la bambina che gioca ed urla in modo “sconsiderato” creando imbarazzo, oggi rischia di essere incasellato con l’aggettivo di “iperattivo”. Il palestinese o la palestinese che odiano chi gli ha massacrato la famiglia e fatto mangiare polvere e paura, sono già moralizzati e marchiati dall’uomo bianco colonialista. L’animale in gabbia che “dal nulla” morde e ferisce, deve essere abbattuto.
Ora che i riflettori dei media – almeno qui in Italia – si stanno spegnendo, è il momento di agire con più energia, e in qualche modo scuotere la parte della società che nei modi più variegati ha già preso posizione, ma che non ha eccesso, non ha valicato i limiti morali imposti dalle leggi dello Stato e della cristianità, non ha trasformato la propria quotidianità portandola su un terreno di lotta irrecuperabile da parte dello Stato.
Conosciamo le mire colonialiste italiane a Gaza. L’Eni vuole il gas presente al largo delle coste di Gaza, mentre il governo Meloni porta avanti il suo “Piano Mattei”, che è la continuazione del colonialismo italico. Sappiamo che se anche qui si comincia a mettere il bastone tra le ruote a colossi come l’Eni, si muovono direttamente i Servizi Segreti. Se in Italia si ascolta l’eco di Gaza, e si vuole buttare a mare gli yankee che dallo sbarco in Sicilia del 1944 hanno imposto la propria egemonia economica e politica in questo paese, sappiamo che la pratica della tortura, della destabilizzazione politica, delle stragi, potrebbe tornare come avvenne fino a qualche decennio fa.
Bisogna esserne consapevoli, con questi poteri non si scherza. Ora che ci annunciano che la fase 2 sta per partire, possiamo già intuire e sapere che la gente di Gaza e della Cisgiordania subirà solo ed esclusivamente delle politiche di terrore ed eliminazione.
Mentre finisco di scrivere queste righe in data 8 dicembre, è appena uscita la notizia che la Procura Federale del Belgio ha avviato un mandato di cattura internazionale contro un consulente italiano, il quale ha agito per conto dell’azienda israeliana Elbit Systems, per alcuni contratti stipulati con un’agenzia della Nato. Sono indagati anche magistrati e poliziotti di altri paesi.
Che il lavoro di questa azienda e di altre simili siano sporchi o “puliti”, poco cambia. Il loro operato rimane criminale e va fermato. Questa lotta non va intrapresa in un’ottica di emergenza, ma di ampio e lungo respiro, quindi bisogna confrontarsi ed organizzarsi. Così facendo potremo in vari modi aspirare ad una liberazione integrale dal sistema statale e tecno-industriale.
