Crisi energetica
«Si può possedere una convinzione abbastanza forte da fornire l’energia necessaria all’atto di pronunciare certe parole, ma non quella necessaria a compiere certe azioni o ad astenersi da certe altre.
Quando l’ostacolo interiore che si oppone a che di fatto si adotti un certo tipo di comportamento è troppo forte rispetto all’energia dell’inclinazione che spinge a quel tipo di comportamento, tale energia, incapace di effetto utile, si dissipa in parole, come l’energia cinetica in calore. […]
Trattenere queste parole è il primo rimedio. […]».
Così scriveva nel lontano 1941 Simone Weil in una pagina dei suoi Quaderni (per la precisione nel quinto). Dal momento che «l’energia di ogni decisione non attuata si degrada», niente era più necessario, per Simone, di una «riqualificazione interiore dell’energia».
È forse questa la più preoccupante «crisi energetica» dei nostri tempi. Atomi e atomi di parole succedanee che fanno pendere la bilancia del mondo e della società verso il basso (un gioco di forze che sfugge a ciò che passa per materialismo).
Parole che esortano gli altri a fare ciò che non abbiamo il coraggio – l’energia morale – di compiere noi stessi. Discorsi retorici su «giornate storiche» non appena ci si avvicina al minimo indispensabile del conflitto, richiesto se non altro dagli intenti dichiarati.
Diciamo «genocidio», ma l’energia interiore percepisce «sopruso», «ingiustizia», «violazione del Diritto». Affermiamo «spezzare ogni collaborazione con la macchina dello sterminio», ma il calore prodotto è sufficiente per un vibrante «smettete, altrimenti…». Diciamo «sabotaggio», ma l’inclinazione ci spinge verso «protesta», «denuncia», «agitazione».
Intanto il nemico dichiara di poter distruggere un’intera civiltà in una notte, e chiama «Oscurità Eterna» una pioggia di bombe che in dieci minuti distrugge centinaia di edifici, assassina trecentocinquanta persone e ne ferisce altre milleduecento (Beirut, 8 aprile 2026).
Non c’è nulla di drammatico né di degradante nel non sapere esattamente cosa fare quando i tempi storici dànno semplicemente le vertigini. Ma coltiviamo quel vuoto, quale «agente di riqualificazione dell’energia»; non dissipiamolo in parole ornamentali. Tratteniamo il flusso di frasi smozzicate e immagini raccogliticce la cui energia riesce a fatica a collocarci dal lato banale della virtù (come quando leggiamo un libro sulla lotta partigiana e diamo per scontato che su quei sentieri ci saremmo incamminati anche noi).
Quando ci sono compagni imprigionati in sciopero della fame, dovremmo digiunare da ogni parola che presidia «le ampie zone deboli del nostro decidere», scioperare da ogni retorica per raccogliere l’energia effettivamente disponibile.
Non è necessario il silenzio. Si può provare a non dire «io» (un ingorgo energetico che tira quasi sempre verso il basso). Ci sono meravigliose poesie palestinesi da leggere ad alta voce. Oppure le ultime parole di Aaron Bushnell. O quelle con cui Elias Rodriguez ha accompagnato la propria azione. O certi comunicati di rivendicazione che riflettono nella chiarezza dei concetti la precisione dell’attacco.
Forse aiuterebbe affiggere negli spazi in cui ci riuniamo – anzi, nelle nostre stanze mentali – l’esigente monito di Simone: «Parlare di ciò a cui si tiene profondamente quanto basta per impegnarsi di fronte a se stessi, non un atomo in più».
