Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia, corpo, autonomia)
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Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia, corpo, autonomia)
Per costruire un’alternativa al capitalismo dobbiamo “reincantare il mondo”, re-immaginare saperi e potenzialità umane distrutti dalla razionalizzazione del lavoro, questo non in vista di un impossibile ritorno al passato ma come ponte verso una società dove i rapporti con gli altri e la natura sono una delle maggiori fonti della nostra ricchezza.
È passato quasi un secolo da quando Max Weber in Scienza come vocazione (1918-1919) sosteneva che il destino del nostro tempo è un “processo irreversibile di disincantamento del mondo”, fenomeno che attribuiva all’intellettualizzazione e razionalizzazione prodotta dalle moderne forme di organizzazione sociale. Per “disincantamento” Weber intendeva la scomparsa dal mondo di ciò che è magico, misterioso, insondabile. Ma possiamo interpretare questo concetto in modo più politico, e cioè come l’emergere di un mondo in cui si sta perdendo la capacità di riconoscere una logica diversa da quella dello sviluppo capitalista. Questo “blocco” ha senza dubbio le sue radici nella ristrutturazione del processo produttivo, che ha smantellato le comunità e le forme di organizzazione che la classe operaia aveva creato in secoli di lotta. Ma ciò che impedisce alle nostre sofferenze di diventare produttive di alternative è anche la seduzione esercitata su di noi dai prodotti della tecnologia che sembrano darci poteri senza i quali non sembra possibile vivere. Questo è un mito di cui dobbiamo liberarci. Non propongo uno sterile attacco contro la tecnologia e un impossibile ritorno a un paradiso primitivista, ma è necessario un calcolo dei costi che paghiamo per l’innovazione tecnologica e una rivalutazione dei saperi e delle capacità che abbiamo perso con l’uso di una tecnologia che è essenzialmente finalizzata allo sfruttamento del lavoro e all’accumulazione privata della ricchezza.
Quando parlo di “reincantare” il mondo mi riferisco dunque alla scoperta di logiche diverse da quelle dello sviluppo capitalista – che è la condizione perché la crisi del capitale non si trasformi in una crisi dei nostri progetti di trasformazione sociale. Se, infatti, assumiamo che la liberazione dallo sfruttamento passi per un ulteriore sviluppo tecnologico non potremo evitare ulteriori catastrofi economiche ed ecologiche e un’intensa competizione di fronte allo scarseggiare delle risorse.
In questo senso, la re-ruralizzazione del mondo (attraverso la bonifica delle terre e dei mari, la lotta alla deforestazione, lo smantellamento delle dighe sui fiumi) e la rivalorizzazione del lavoro di riproduzione sono condizioni indispensabili alla nostra sopravvivenza. Sono la strada per ricongiungere ciò che il capitalismo ha diviso, a cominciare dal nostro rapporto con la natura, con gli altri, e con il nostro stesso corpo.
Tecnologia, corpo, autonomia
La seduzione che la tecnologia esercita su di noi è l’effetto dell’impoverimento che cinque secoli di sviluppo capitalista hanno prodotto sulle nostre vite, anche (o soprattutto) nei paesi in cui il capitalismo ha raggiunto il suo apice. Questo impoverimento ha molte facce. Invece di creare le condizioni materiali per la transizione al comunismo, il capitalismo ha prodotto scarsità su scala globale, ha svalutato le attività che ricostituiscono i nostri corpi e le nostre menti consumate dal lavoro, ha affaticato la terra al punto che oggi non è più in grado di sostenere la nostra vita e la vita delle piante e degli animali. Come ha scritto Marx in riferimento all’agricoltura: “ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo”.
Oggi il furto industriale della ricchezza della terra non è immediatamente evidente perché il carattere globale dello sviluppo capitalista ci ha fatto perdere di vista molte delle sue conseguenze sociali e materiali, così che è difficile valutare il costo complessivo di ogni nuova forma di produzione. Come ha scritto il sociologo tedesco Otto Ullrich, solo la nostra incapacità di vedere i costi e le sofferenze causati dall’uso quotidiano dei dispositivi tecnologici, e il divario tra il nostro vantaggio personale e i pericoli collettivi, fa sì che si perpetui il mito secondo cui la tecnologia genera prosperità. In realtà, l’applicazione, da parte del capitale, della scienza e della tecnologia alla produzione si è dimostrata così costosa, considerati i suoi effetti sulla vita umana e sul sistema ecologico, che, se si generalizzasse, distruggerebbe la terra. Come si è spesso sostenuto, la sua generalizzazione sarebbe possibile solo se ci fosse un altro pianeta disponibile per il saccheggio e per l’inquinamento.
C’è comunque un’altra forma di impoverimento, meno visibile ma ugualmente devastante, che la tradizione marxista ha ignorato. È la perdita di poteri autonomi, individuali e collettivi. Mi riferisco a quel complesso di bisogni, desideri e capacità che si sono sedimentati in noi attraverso milioni di anni di sviluppo evolutivo in stretto rapporto con la natura e che costituiscono una delle principali fonti di resistenza allo sfruttamento. Mi riferisco al bisogno di sole, vento, cielo, al bisogno di toccare, sentire gli odori, dormire, fare l’amore, stare all’aria aperta invece di esseri circondati da pareti chiuse (tenere i bambini in quattro mura è ancora in molte parti del mondo una delle principali sfide per gli insegnanti).
L’insistenza accademica sulla costruzione discorsiva del corpo ha fatto perdere di vista questa realtà. Eppure, questa accumulazione di bisogni e desideri, che è la precondizione della nostra riproduzione sociale, ha costituito un potente limite allo sfruttamento del lavoro, la ragione per cui, fin dalle prime fasi del suo sviluppo, il capitalismo ha dovuto ingaggiare una guerra contro il nostro corpo, facendone un significante di tutto ciò che è limitato, materiale, opposto alla ragione. […]
Come ci ricorda Vandana Shiva, tutte le culture del sud-est asiatico hanno avuto origine da società che vivevano in stretto contatto con le foreste, e anche le più importanti scoperte scientifiche hanno avuto origine in società pre-capitaliste nelle quali le vite delle persone erano profondamente marcate dall’interazione quotidiana con la natura. Quattromila anni fa astronomi babilonesi e maya, che studiavano il cielo senza telescopi, hanno scoperto e tracciato le principali costellazioni e i movimenti ciclici dei corpi celesti. A loro volta, i marinai polinesiani potevano navigare in alto mare nelle notti più buie e dirigersi sulla terraferma leggendo i rigonfiamenti dell’oceano, tanto i loro corpi erano sensibili alla direzione e ai mutevoli cambiamenti delle onde. Le popolazioni dei nativi americani hanno prodotto le colture che ancora oggi nutrono il mondo, con una padronanza che non è stata superata da nessuna innovazione introdotta nell’agricoltura negli ultimi cinquemila anni, e generando una tale abbondanza e diversità di raccolti che nessuna rivoluzione agricola ha ancora emulato.
Rievoco questo passato poco noto o sottovalutato per sottolineare l’impoverimento che abbiamo subìto con lo sviluppo del capitalismo, che nessun dispositivo tecnologico ha compensato. Infatti, in parallelo alla storia dell’innovazione tecnologica nella società capitalista, potremmo scrivere la storia della disaccumulazione dei saperi e delle capacità pre-capitaliste, che è stata la premessa dello sviluppo delle nostre capacità lavorative. Infatti, la capacità di leggere gli elementi, scoprire le proprietà mediche delle piante e dei fiori, trovare sostentamento nella terra, vivere in boschi, foreste, regioni montuose, farsi guidare dalle stelle e dal vento lungo le strade e per mari è stata una fonte di “autonomia” che doveva essere distrutta. “Autonomia”, in questo contesto, non significa auto-sufficienza e isolamento dagli altri, del tipo che Rousseau e la teoria politica liberale hanno immaginato come costitutivi degli individui nello “stato di natura”. Significa invece capacità sociale-collettiva di auto-attivazione e indipendenza da poteri esterni. La storia delle regioni montane e forestali è istruttiva a questo riguardo, perché le montagne sono state il luogo privilegiato delle comunità ribelli – di eretici, di uomini senza padroni e di schiavi fuggiaschi. Lo sviluppo della tecnologia industriale si è fondato sulla perdita di questi poteri autonomi e l’ha ampliata, catturando e incorporando nei macchinari gli aspetti più creativi del lavoro vivo. Come ha scritto Marx: “il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di soggiogamento, mezzo di sfruttamento e mezzo di impoverimento dell’operaio”.
Computer e beni comuni
È importante qui ricordare che le tecnologie non sono mai riducibili a particolari dispositivi materiali, ma incorporano e producono specifici sistemi di relazioni sociali, specifici regimi disciplinari e cognitivi che si infiltrano in ogni aspetto delle nostre vite e non tollerano alternative. “A loro si accompagna – scrive Ullrich – una rete infrastrutturale di condizioni tecniche, sociali e psicologiche senza le quali macchinari e prodotti non sono in grado di funzionare”. Esemplare è la ridefinizione della produzione industriale e dello spazio-tempo urbano prodotta dall’automobile, e la militarizzazione dell’ambiente sociale imposta dallo sviluppo delle centrali nucleari.
Anche le tecnologie digitali comportano uno specifico programma sociale e politico, in quanto accelerano il trasferimento delle capacità lavorative alle macchine e sono un’ulteriore tappa nella spersonalizzazione dei lavoratori. Tuttavia perdura l’illusione che l’introduzione dei computer e dell’I-phone sia stata un bene per l’umanità, poiché si continua a credere che entrambi riducano il lavoro necessario e aumentino la nostra capacità di comunicare e cooperare.
In realtà, invece di ridurre la giornata di lavoro e il peso del lavoro fisico e mentale – la promessa di tutte le tecno-utopie degli anni Cinquanta – la digitalizzazione e la computerizzazione del lavoro li hanno aumentati. Oggi si lavora più che mai, perché il computer e il telefono tascabile ci rendono reperibili e sfruttabili in ogni momento della giornata.
Il Giappone – la terra madre della tecnologia digitale – è in testa nel mondo riguardo al nuovo fenomeno che è la morte per lavoro. Nello stesso tempo negli Stati Uniti migliaia di lavoratori muoiono ogni anno per incidenti sul lavoro e contraggono malattie che accorciano le loro vite.
La computerizzazione ha anche immensamente aumentato la capacità militare della classe capitalista, e la sorveglianza sul nostro lavoro e le nostre vite. Grazie alla computerizzazione milioni di lavoratori lavorano in condizioni per cui tutto ciò che fanno è monitorizzato e registrato e ogni sbaglio o trasgressione sono penalizzati. Con la digitalizzazione, il dominio sul lavoro e la sua irreggimentazione hanno raggiunto l’apice, portando a compimento la visione di La Mettrie dell’”uomo macchina”. Che livelli di stress questo produce lo possiamo misurare a partire dalle epidemie di malattie mentali – depressione, panico, ansia, incapacità di concentrarsi, dislessia – che sono oggi tipiche dei paesi più tecnologicamente avanzati, e che interpreto come forme di resistenza alla macchinizzazione dei nostri corpi, come rifiuto di “farsi macchina” e interiorizzare i piani del capitale.
La digitalizzazione ha anche svuotato i rapporti personali, poiché quando si passano settimane di fronte agli schermi di un computer viene meno il piacere del contatto fisico e delle conversazioni faccia a faccia; la comunicazione diventa più superficiale, poiché l’attrazione esercitata dalla risposta immediata sostituisce la lettera a lungo ponderata, producendo scambi sempre più superficiali. Così nella ricerca di un’illimitata interconnettività si è prodotto un nuovo tipo di isolamento e nuove forme di separazione. Si è anche notato che i ritmi veloci a cui i computer ci hanno abituato generano una crescente impazienza nelle nostre interazioni quotidiane con altre persone, poiché queste non possono eguagliare la velocità delle macchine.
Non ultimo, un bilancio di ciò che è necessario per produrre un computer preclude qualsiasi ottimismo riguardo alla rivoluzione informatica e alla società della conoscenza. Come ci ricorda Saral Sarkar, produrre un solo computer richiede in media tra le quindici e le diciannove tonnellate di materiali e trentamila litri di acqua pura, presumibilmente sottratti alle terre e acque di varie comunità in Africa o nell’America Centrale e del Sud che in molti casi non dispongono nemmeno dell’elettricità. Possiamo, quindi, applicare alla computerizzazione quello che Raphale Sanuel ha scritto a proposito dell’industrializzazione: “se si guarda alla tecnologia [industriale] dal punto di vista del lavoro invece che da quello del capitale, risulta una crudele caricatura presentare i macchinari come capaci di dispensarci dal lavoro o dalla fatica [perché] a parte le richieste che gli stessi macchinari hanno imposto, è stata necessaria un’enorme quantità di lavoro per la fornitura dei materiali grezzi”.
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Tutte queste considerazioni contrastano con la tesi che attribuisce alle nuove tecnologie digitali la capacità di aumentare la nostra autonomia, nonché con il principio secondo cui chi lavora ai più alti livelli dello sviluppo tecnologico è nella migliore posizione per promuovere cambiamenti rivoluzionari. In realtà, è tra le popolazioni meno tecnologicamente avanzate da un punto di vista capitalista che oggi troviamo le lotte più forti e più determinate a cambiare il mondo. I principali esempi di “autonomia” provengono dalle lotte quotidiane e dagli spazi autonomi costruiti dai contadini e dalle comunità indigene delle Americhe, che nonostante secoli di colonizzazione non hanno perso il rapporto con quella “altra” logica, inscritta nei nostri corpi da una vita in stretto contatto con il mondo della natura.
Oggi, le basi materiali di questo mondo sono sotto attacco come mai prima, nel mirino di un incessante processo di recinzione da parte di compagnie minerarie e petrolifere, di biocarburanti e dell’agro-business. L’assalto a terre e acque è aggravato dal tentativo, altrettanto pericoloso, da parte della Banca Mondiale e di una pletora di ONG, di portare tutte le attività di sussistenza, che le donne hanno creato per sfuggire alla stretta del mercato, sotto il controllo dei rapporti monetari, attraverso la politica della microfinanza. Questo ha già trasformato in debitrici una moltitudine di donne, commercianti, contadine, dedite alla produzione di cibo e ad altre attività riproduttive nelle proprie comunità. Tuttavia, nonostante questo attacco, questo mondo, che qualcuno ha chiamato “rurbano” per sottolineare la sua reciproca e simultanea dipendenza da città e campagna, non vuole svanire. Ne sono testimoni il moltiplicarsi delle occupazioni di terre, delle guerre per l’acqua e la persistenza di pratiche solidali, come il tequio [una forma di lavoro collettivo che risale al periodo pre-coloniale nell’America Latina], anche tra gli immigrati.
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Le lotte delle donne sul terreno della riproduzione giocano un ruolo cruciale nella costruzione di forme di vita organizzate secondo una logica diversa da quella del mercato. Come ho scritto in Femminismo e politiche del comune, sia per il loro limitato accesso a un reddito monetario sia per il loro coinvolgimento nel lavoro di riproduzione, le donne sono in prima fila nella lotta per mantenere forme autonome di sussistenza. Produrre cibo ed esseri umani è infatti un’esperienza e una pratica qualitativamente diversa dal produrre macchine, in quanto richiede una costante interazione con processi naturali di cui non possiamo controllare le modalità e i tempi. Per questo, il lavoro riproduttivo genera una più profonda comprensione dei limiti naturali al nostro operare, cosa che lo rende essenziale per il re-incantamento del mondo che propongo. Non a caso, il tentativo di imporre al lavoro riproduttivo i parametri dell’organizzazione industriale del lavoro ha avuto degli effetti particolarmente dannosi. Ne sono prova le conseguenze innescate dall’industrializzazione del parto che ha trasformato questo evento, potenzialmente magico, in un’esperienza alienante e spesso terrificante, perché in molti ospedali si obbligano le donne a partorire in una catena di montaggio, con tempi fissi, uniformi, supine, con le membra collegate a varie macchine, in condizioni di totale passività che precludono la possibilità di seguire i ritmi del proprio corpo. Non a caso, sulla scia del movimento femminista degli anni Settanta, sono nate molte iniziative tendenti a ripristinare forme di parto più naturali, spesso considerate “apolitiche” e tuttavia coerenti con la logica dei movimenti che oggi lottano per recuperare il controllo sulla nostra riproduzione e contro la svalutazione a cui è stata soggetta nella società capitalista.
Anche attraverso questi movimenti intravediamo l’emergere di un’altra razionalità che non solo si oppone alle ingiustizie sociali ed economiche ma ci ricongiunge con la natura, e reiventa la vita come un processo di sperimentazione e di ridefinizione di cosa significa essere umani. Questa nuova cultura è solo all’orizzonte, perché resta forte la presa dei rapporti capitalisti sulla nostra vita. La violenza che uomini in ogni paese e classe mostrano nei confronti delle donne è la misura di quanta strada ci sia ancora da fare prima di poter parlare di rapporti comunitari. Preoccupa anche il fatto che molte femministe contribuiscano alla svalutazione della riproduzione, a cui troppo spesso si contrappone il lavoro extra-domestico come unica fonte di socialità e creatività. Questo, credo, è un errore profondo, perché nella misura in cui è la base materiale della nostra vita e il primo terreno sul quale possiamo praticare la nostra capacità di autogoverno, il lavoro riproduttivo è il “punto zero della rivoluzione”.
(da Silvia Feredrici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, ombre corte, Verona, 2018)
