È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”

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Riceviamo e diffondiamo:

È uscito il quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”, dell’inverno 2026.

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  • 64 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards)
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Editoriale

I modi in cui dichiariamo che meritiamo di vivere

Così avevamo chiuso l’ultimo editoriale: nei moti d’autunno si è prodotta una rottura del realismo imposto, che ha aperto spazi di possibilità. L’immaginazione, troppo a lungo ridotta a misura dell’esistente, è tornata ad eccedere ciò che è dato, contro l’idea che non c’è alternativa, contro la pace amministrata, che è continuazione della guerra dall’alto verso il basso.

Il genocidio palestinese non è finito, è latente, ridotto a uno stillicidio quotidiano, mentre le manovre israelo-statunitensi preparano una Fase 2 che prefigura la sua completa riemersione. Il Piano del Board of Peace – la creazione di un organismo internazionale, anche formalmente emanazione degli Stati Uniti e del suo presidente Donald Trump, che guarda alle macerie di Gaza come a un progetto immobiliare – è un calcio ai formalismi e alle pastoie che, dal secondo dopoguerra, hanno caratterizzato il predominio statunitense sul globo. L’imperialismo a stelle e strisce si fa oggi assolutamente risoluto, come sancito dall’operazione di polizia in Venezuela (ribattezzata, per l’appunto, Absolute Resolve) e dal proposito di attaccare l’Iran per espandere il proprio dominio regionale, piegando a proprio vantaggio le sollevazioni in corso. Queste due operazioni ci dicono però qualcosa di più, manifestando l’intreccio tra guerra totale e guerra civile mondiale. Se ciò che è accaduto in Venezuela mostra come le operazioni di polizia, interne e internazionali, siano inscritte in un processo sistemico di guerra e di ristrutturazione del potere globale, ciò che accade a Caracas non è mero teatro di un conflitto intra-capitalistico tra blocchi di potenze (p. 52). Anche in Iran – dove si staglia l’ombra del ritorno dello Scià a scapito di chi si rivolta per farla finita tanto col «tempo dei padroni e dei mullah» quanto contro l’ingerenza occidentale – il conflitto non si riduce a una semplice contrapposizione tra Stato e imperialismo esterno: le rivolte popolari, esplose ripetutamente contro la povertà e l’autoritarismo riflettono tensioni profonde all’interno della società (p. 54). Esse sono manifestazioni locali di quella che va letta come guerra civile mondiale, conflitto permanente tra forze sociali senza dichiarazioni di belligeranza né vidimazioni giuridiche, dove il dilagare della barbarie che accompagna la modernità apre spazi di rottura nei quali può essere affermata la possibilità di un’altra vita. In questo contesto, se l’internazionalismo costituisce la condizione materiale di qualunque processo di rottura, perché è il conflitto ad essere mondiale, il disfattismo ne è corollario: non nega la solidarietà a chi subisce oppressione, ma rifiuta che essa venga arruolata da qualunque potere costituito. Un posizionamento ribadito da realtà in lotta nell’Est Europa, sia in un testo contro le posizioni guerrafondaie della sinistra di movimento (p. 40), sia dal collettivo antimilitarista Dezertér, che abbiamo intervistato per questo numero (p. 38).

Non ci sono poteri buoni. L’aggressività esasperata degli Stati Uniti riflette il declino di una potenza egemone che, nel più classico copione da Basso Impero, per difendere la sua posizione si rifà innanzitutto sui propri subalterni rafforzandone il vassallaggio, come nel caso dell’Europa. Ne sono esempi tanto il rimpallo dell’impegno militare in Ucraina, quanto le manovre attorno alla Groenlandia – già de facto protettorato statunitense sul piano militare –, e le minacce di sanzione economica contro gli Stati europei riluttanti ad acconsentire all’acquisizione dell’isola. Il trumpismo non va letto come un’anomalia – come vorrebbero i critici del Re pronti a salvare la Corona –, ma come accelerazione coerente di un itinerario tracciato da tempo. Lo stesso terrorismo domestico agito dagli agenti dell’ICE – agenzia nata all’indomani dell’11 settembre e finanziata dai democratici quanto dai repubblicani – “riporta a casa” la war on migrants e la war on drugs da tempo condotta in Centro e Latino-America e riprodotta internamente dai poteri locali, come testimonia la storia di “Yorch”, anarchico di Città del Messico, arrestato con accuse di «narcotraffico» e ucciso per mancanza di cure in carcere (p. 50). La tendenza è quella di eliminare tutti coloro che si oppongono (o possono essere d’intralcio) alla guerra tecno-capitalista contro le popolazioni e la vita, resa oggi potenzialmente inutile. In Indonesia lo dimostra la brutale repressione delle rivolte, descritte come atti di «terrorismo» da parte di un apparato statale che negli anni ha ricevuto ingenti armi e tecnologie dall’Occidente (p. 48), in Italia lo testimonia la repressione della resistenza palestinese e la criminalizzazione dell’antisionismo (p. 33). Mentre il diritto definisce il dissenso come questione criminale e il nemico interno diventa potenzialmente chiunque, la categoria di «terrorista» si presta come dispositivo flessibile per darne la caccia ovunque.

Tuttavia, dopo decenni in cui la guerra civile si è manifestata principalmente come conflitto unilaterale dall’alto verso il basso o orizzontale – “tra poveri” –, la tempesta palestinese e le rivolte popolari che infiammano il mondo pongono la possibilità di un’altra guerra, dal basso verso l’alto, capace di mettere in discussione le regole profonde di un ordine mondiale oggi quanto mai instabile. I moti d’autunno a queste latitudini hanno indicato con chiarezza una pratica insieme difensiva e offensiva: interrompere i flussi della logistica, la quale si fonda su una logica intrinsecamente genocidiaria che non si esprime solo nei bombardamenti, come ricordano i duecento morti di gennaio nel crollo di una miniera di coltan in Congo. Dedichiamo quindi un approfondimento ad alcune esperienze locali di mappatura dell’industria bellica, nella convinzione che colpire la macchina della guerra sia a portata di mano – a patto che si abbandoni l’idea che sia possibile “disarmare” la produzione perché essa continui ad espandersi in nome del “benessere generale” (p. 15). La lotta di Palestine Action contro Elbit Systems fornisce importanti spunti al riguardo: pratiche capaci di non farsi piegare da «muri d’acciaio e sensori», né isolare dalla legislazione antiterrorismo, continuando invece a colpire e interrompere materialmente il circuito del genocidio (p. 23). A ritessere il necessario nesso tra attacco alla macchina della guerra e indisponibilità all’arruolamento contribuiscono, oltre ai bagliori che continuano ad illuminare la notte (p. 37), lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio e, in Germania, tanto gli scioperi studenteschi contro la leva militare quanto le azioni dirette di antimilitarismo combattivo (p. 46). Che nella locomotiva europea, oggi in profonda crisi, ci sia chi sottrae legna e getta acqua sulla guerra non può che essere una buona notizia e lascia sperare che possa aprirsi la stagione della diserzione in Europa: dai lavoratori stritolati ai giovani, carne da lavoro e da cannone. Ripercorrere l’ultima stagione di lotta e di obiezione totale contro la leva militare in Italia non è quindi esercizio storiografico, ma storia viva (p. 56, p. 59).

Nei flussi della guerra, il tempo della battaglia, spogliato di ogni vincolo spazio-temporale, può sovrapporsi senza frizione ai ritmi di una quotidianità solo apparentemente pacificata. Dispositivi di tracciamento biometrico usati non solo contro il colonizzato o lo straniero, come da tempo in atto nella «guerra ai migranti» (p. 42), ma contro lo stesso cittadino, radicalizzano la logica di sospetto permanente dello Stato contro il nemico interno. Per questo si pone la centralità di immaginare e praticare forme di diserzione totale, al contempo difensive e offensive, capaci di misurarsi con la dissoluzione del concetto stesso di fronte, che è totalmente immanente alla vita, ridotta a risorsa disponibile e sacrificabile dalla razionalità calcolatoria del tecno-capitalismo (p. 9). Sono le pratiche locali capaci di interrompere materialmente il circuito del suo funzionamento ad indicare la via a tutta quella parte di umanità oggi passibile di essere considerata indesiderata, inutile, eliminabile: le reti di risposta immediata ai raid dell’ICE nei quartieri proletari statunitensi; le azioni dirette contro i reclutatori dell’esercito in Ucraina (p. 41); le pratiche indomite della resistenza palestinese, capace di muoversi dentro e contro l’architettura tecnologica e totalitaria nel contesto della Cisgiordania occupata dalla Start-up Nation per antonomasia (p. 28).

Ora che qui i moti d’autunno appaiono sopiti, l’esperienza di quegli attimi resta impressa nella carne di chi c’era; e proprio per questo si riapre, con forza, la questione della consistenza e della durata di quelli a venire. Il tempo stringe, ci dicono i signori della guerra, i tecnocrati di ogni credo, gli oligarchi della democrazia. Ed effettivamente la clessidra sembra mostrare numerose crepe (p. 5). La sfida è interrompere il loro tempo, disertare totalmente le strutture del potere, sperimentare forme di autonomia e continuare a rendere il conflitto verticale. La posta in gioco è niente meno che la possibilità di una vita che meritiamo di vivere.

10 febbraio 2026