La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
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La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei palestinesi in Italia
Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi, Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati sono stati assolti.
Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh. Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di terrorismo).
Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità dell’impianto accusatorio.
Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente, erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2 del carcere di Melfi.
Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a questo processo.
Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la causa palestinese.
Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed appoggio.
Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente significativa.
Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è l’espressione di una precisa volontà politica.
Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia).
Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo successivamente
riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA).
In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?»
Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino».
Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli interessi economici che legano Italia ed Israele.
Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e l’Europa non sono luoghi sicuri per voi.
In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che vengono scientemente fatte morire di fame e freddo.
Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini.
Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia, le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis.
La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di antisionismo con quello di antisemitismo.
Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione «Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano sommamente ipocrite.
Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno materiale possibile.
Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed impossessarsi delle loro risorse.
Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare nella propria sfera di influenza.
Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di stampo coloniale.
Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra.
La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale, che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina.
La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine.
La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario.
Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici, omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione, attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di questi strumenti offensivi.
L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari, per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di beni stranieri.
Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere contro chi detiene il potere.
Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa aggressione.
Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando con questa operazione le fantasie più distopiche.
In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che certo non rispettavano la fila…
Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese (A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio.
Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a spada tratta.
Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire diversi aspetti che ci legano ad esse.
C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora.
Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare per noi.
Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo passivo, ma sono parte in gioco.
I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque.
Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose.
In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed autodistruttive della società capitalista.
Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla repressione.
Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a Torino
Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action
Per una Palestina libera in un mondo libero.
Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali
