Una piattaforma (digitale) per l’inferno. La nuova trappola della Gaza Humanitarian Foundation

Una piattaforma per l’inferno

Dalla Ghf una piattaforma digitale per «prenotare» i pacchi alimentari

Arma infame Nuova “trappola umanitaria” della fondazione israelo-statunitense. E Netanyahu «apre» al negoziato mentre conferma l’invasione del nord della Striscia

Dopo tre mesi di stragi e umiliazioni, la fondazione israelo-statunitense [G.H.F., Gaza Humanitarian Foundation] che gestisce gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza ammette il fallimento del proprio sistema.

Non lo fa, come ci si potrebbe aspettare, esprimendo dolore per le 2mila persone ammazzate mentre cercavano un po’ di cibo. Né ammettendo che aveva ragione il resto del mondo a dire che i suoi centri sono una «trappola mortale», che gli aiuti devono raggiungere le persone e non viceversa, che devono essere garantiti per i gruppi svantaggiati, le categorie fragili, i soggetti a rischio. Con una operazione cosmetica di marketing, ha lanciato invece un programma di innovazione tecnologica la cui attuazione richiederebbe tempo e sforzi anche in un Paese lontano da guerre e povertà.

UNA PIATTAFORMA digitale a cui iscriversi per prenotare con comodità il proprio ritiro.

Sistemare i pacchi di aiuti in un campo e lasciare che i più veloci e i più forti giungano al cibo non si è rivelata evidentemente una tecnica adatta a un’organizzazione che si dice umanitaria. La strada più ovvia sarebbe interrompere il blocco operato da Israele e lasciare entrare centinaia di camion al giorno, attraverso tutti i valichi, come chiede da mesi l’Onu.

Ma Tel Aviv non lo permette, ufficialmente perché ritiene che il cibo venga saccheggiato o rubato da Hamas. Sono accuse che non hanno mai trovato una conferma, neanche nelle inchieste dell’alleato statunitense. In ogni caso, la Ghf chiederà a ogni cittadino di Gaza di inserire i propri dati personali e familiari su un sito internet, caricare una foto, ottenere l’assegnazione di un numero univoco e attendere l’appuntamento presso uno dei tre/quattro centri di distribuzione. Tutti e solo nel sud. Lo si chiede a più di due milioni di palestinesi, quasi tutti profughi che vivono privi di servizi, elettricità, bombardati e assediati. Senza domandarsi se possono recarsi a piedi fino ai centri o trasportare i pacchi, senza conoscerne i bisogni. Ma soprattutto, senza abbastanza cibo.

FINO A OGGI la fondazione ha provato a utilizzare Facebook per veicolare informazioni sugli orari di apertura e di chiusura dei centri. Non ha mai funzionato. Le persone si accalcano disperate ore prima, quasi sempre in seguito a un passaparola. Nonostante l’ammissione indiretta del suo fallimento, la Ghf continua in questi giorni a rivolgersi alle Nazioni unite perché si inseriscano nel suo meccanismo e accettino di distribuire gli aiuti sotto il controllo armato dell’esercito occupante e dei mercenari americani. Defence for Children International ha denunciato la sparizione di almeno cinque minori tra i 12 e i 16 anni che si ritiene siano stati arrestati dall’esercito mentre tentavano di raggiungere gli aiuti. Almeno 11 palestinesi sono stati ammazzati ieri durante la ricerca di cibo e altri due sono morti di fame nella Striscia.

Continua l’escalation a Gaza City, mentre le truppe avanzano verso la città. I missili israeliani hanno colpito un gruppo di civili che si trovava nei pressi di una stazione di ricarica, uccidendo almeno due persone e ferendone altre in maniera seria. Le immagini mostrano corpi straziati che si muovono in gesti involontari, prima di esalare l’ultimo respiro tra il sangue e le fiamme. Centinaia di palestinesi si stanno spostando verso sud sotto i raid. Ma c’è anche chi, almeno per ora, sceglie di rimanere. Famiglie intere sono state sfollate anche più di dieci volte, con l’ordine di dirigersi verso «aree sicure» che sicure poi non sono mai state. Inoltre, tutti sanno che al-Mawasi, dove l’esercito vuole che vadano, è una tendopoli sovraffollata e senza servizi. Israele insiste nel dire che fornirà tende alla popolazione deportata, chiedendo alle organizzazioni internazionali di prepararsi all’enorme ondata di profughi.

Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ieri ha diffuso un video in cui dichiara di aver dato incarico ai negoziatori di intraprendere colloqui immediati per la liberazione degli ostaggi e la fine della guerra «a condizioni accettabili per Israele». Ma, allo stesso tempo, ha confermato la decisione di «prendere il controllo di Gaza City». Il premier ha più volte detto di essere interessato solo a un accordo globale, con la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani. Tuttavia, il piano presentato dall’Egitto e dal Qatar, accettato da Hamas, non è mai stato ufficialmente rigettato.

SUL FRONTE CISGIORDANIA, venti Paesi hanno condannato il piano di allargamento delle colonie israeliane nel territorio palestinese. Al contrario, l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, ha difeso il progetto, descrivendolo come una risposta alle intenzioni internazionali di riconoscimento dello stato palestinese.

Eliana Riva, su “il manifesto” del 22 agosto 2025